Francesco Piras porta al cinema un legal drama italiano solido, commovente e accessibile, capace di raccontare le contraddizioni della giustizia senza sacrificare l’umanità di chi le ha subite.
Una condanna rapidissima, una verità arrivata trentatré anni dopo
Ci sono vicende giudiziarie che sembrano scritte appositamente per il cinema, tanto sono paradossali e difficili da accettare. Quella di Beniamino Zuncheddu appartiene certamente a questa categoria, con una differenza fondamentale: non è il prodotto dell’immaginazione di uno sceneggiatore. È una storia vera, cominciata nel 1991 sulle montagne di Sinnai, in Sardegna, e conclusa soltanto il 26 gennaio 2024, quando un uomo condannato all’ergastolo ha finalmente ottenuto il riconoscimento della propria innocenza.
Zustìssia, esordio nel lungometraggio di Francesco Piras, affronta questa vicenda attraverso gli strumenti del dramma giudiziario, ricostruendo il percorso che ha portato un giovane pastore di Burcei a trascorrere quasi trentatré anni in carcere per un triplice omicidio che non aveva commesso. Il film non deve inventare grandi colpi di scena per generare indignazione, perché è sufficiente osservare la sproporzione fra la rapidità con cui si è arrivati alla condanna e il tempo necessario per rimetterne in discussione le fondamenta.
È proprio questa contraddizione a rendere il racconto così potente. Una macchina giudiziaria capace di procedere rapidamente quando deve stabilire una colpevolezza diventa incredibilmente lenta quando deve riconoscere di aver sbagliato. Nel mezzo rimane una persona, progressivamente privata non soltanto della libertà, ma della possibilità stessa di vivere la propria esistenza.
Quando l’errore giudiziario smette di sembrare un errore
La vicenda prende avvio da una sparatoria nella quale vengono uccise tre persone e una quarta rimane ferita. Le indagini si concentrano su Zuncheddu, nonostante l’assenza di prove materiali decisive e la presenza di elementi che avrebbero richiesto ulteriori verifiche. La testimonianza dell’unico sopravvissuto assume un peso determinante, fino a diventare uno dei pilastri dell’accusa e della successiva condanna.
Il film ricostruisce progressivamente le fragilità di quell’impianto investigativo, mostrando come superficialità, pregiudizi e condizionamenti possano trasformarsi in una verità processuale apparentemente inattaccabile. È particolarmente inquietante osservare quanto sia difficile correggere una ricostruzione una volta che questa è stata riconosciuta dalle istituzioni, soprattutto quando ogni successivo passaggio sembra ereditare le certezze del precedente anziché verificarne autonomamente la solidità.
La questione diventa ancora più grave quando emergono gli elementi relativi al condizionamento della testimonianza. Non siamo più soltanto davanti alla possibilità di una valutazione sbagliata, ma al sospetto di comportamenti capaci di orientare deliberatamente l’accertamento della verità. Piras affronta questi passaggi senza trasformarli in un semplice catalogo di colpevoli, concentrandosi piuttosto sulle conseguenze di un sistema che, quando perde la capacità di dubitare delle proprie conclusioni, può diventare devastante per chi ne subisce le decisioni.
Il risultato è un legal drama nel quale il principale antagonista non coincide necessariamente con una singola persona. È un insieme di procedure, convinzioni e resistenze che finisce per difendere una ricostruzione giudiziaria anche quando cominciano a emergere ragioni sufficienti per metterla in discussione.
Un legal drama italiano che sa rendere comprensibile la giustizia
Uno dei meriti più evidenti di Zustìssia è la capacità di raccontare una materia giuridica complessa senza trasformarla in un esercizio di tecnicismo. Il procedimento di revisione, le testimonianze, gli atti processuali e le difficoltà nel rimettere in discussione una sentenza definitiva diventano gli strumenti attraverso cui il film costruisce tensione, ma rimangono sempre comprensibili anche per uno spettatore privo di conoscenze specifiche.
La sceneggiatura di Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, tratta dal libro Io sono innocente di Zuncheddu e Mauro Trogu, trova un equilibrio convincente fra ricostruzione e divulgazione. I dialoghi sono numerosi, come inevitabilmente accade in un racconto fondato sull’indagine e sul confronto giudiziario, ma raramente assumono il carattere di spiegazioni rivolte artificialmente al pubblico. Le informazioni vengono distribuite attraverso il lavoro dei personaggi, permettendo allo spettatore di seguire il percorso dell’avvocato mentre scopre le contraddizioni del caso.
È un approccio particolarmente efficace perché rende accessibile un universo che, per sua natura, può apparire distante e incomprensibile. Il film non banalizza il funzionamento della giustizia, ma lo traduce in un linguaggio cinematografico leggibile, dimostrando che una vicenda giudiziaria italiana può possedere la stessa tensione narrativa dei legal drama internazionali senza doverne imitare necessariamente i meccanismi più spettacolari.
Anzi, è proprio l’assenza di una spettacolarizzazione eccessiva a rafforzare il racconto. In Zustìssia una contraddizione individuata in un verbale può avere un peso drammatico maggiore di un improvviso colpo di scena, perché sappiamo che da quella scoperta potrebbe dipendere il destino di un uomo.
Fabrizio Ferracane e Michele Riondino: due interpretazioni che si completano
Fabrizio Ferracane costruisce un Beniamino Zuncheddu di straordinaria intensità, lavorando soprattutto sulla sottrazione. Il suo personaggio non ha bisogno di grandi esplosioni emotive per comunicarci la profondità della sofferenza accumulata: bastano uno sguardo, una pausa o il modo in cui affronta una conversazione per restituire la stanchezza di chi ha trascorso decenni a dichiararsi innocente senza essere creduto.
Michele Riondino gli affianca un Mauro Trogu determinato, brillante e profondamente umano. Il suo avvocato non viene rappresentato come un eroe infallibile, ma come un professionista che comprende progressivamente la gravità della vicenda e decide di affrontarla con ostinazione. La sua battaglia assume una dimensione morale prima ancora che professionale, perché ottenere la revisione del processo significa confrontarsi non soltanto con gli atti giudiziari, ma con anni di convinzioni consolidate e resistenze istituzionali.
La relazione fra i due costituisce il vero centro emotivo del film. Da una parte c’è un uomo che ha quasi esaurito la capacità di sperare, dall’altra qualcuno che deve continuare a credere nella possibilità di ottenere giustizia anche quando il proprio assistito non riesce più a farlo. Ferracane e Riondino interpretano questa distanza con una naturalezza impressionante, rendendo credibile un rapporto costruito sulla fiducia, sulla fatica e sulla consapevolezza che ogni nuova delusione potrebbe diventare insopportabile.
La Sardegna non è soltanto lo sfondo della vicenda
Il legame con la Sardegna attraversa Zustìssia in maniera profonda, senza ridursi a un elemento paesaggistico. I monti, gli spazi aperti e i luoghi della vita quotidiana rappresentano tutto ciò da cui Zuncheddu è stato separato, mentre gli ambienti carcerari diventano la manifestazione concreta di un’esistenza progressivamente sottratta alla propria terra e alla propria comunità.
Piras conosce il valore di questi luoghi e li utilizza per costruire un contrasto che accompagna l’intero racconto. La libertà non è soltanto una condizione giuridica, ma anche la possibilità di tornare a riconoscersi negli spazi, nei gesti e nelle relazioni che hanno formato la propria identità. Per Zuncheddu, il carcere non significa semplicemente essere lontano da casa: significa vedere il mondo continuare a cambiare mentre la propria vita rimane sospesa.
Il cast contribuisce a rafforzare questa identità territoriale. Accanto ai protagonisti troviamo Geppi Cucciari, Jacopo Cullin, Valentino Mannias, Alessandro Gazale, Luciano Curreli e altri interpreti legati alla scena cinematografica e teatrale sarda, inseriti in un racconto che non cerca di utilizzare l’appartenenza geografica come semplice elemento decorativo. La loro presenza restituisce una dimensione collettiva alla vicenda, ricordandoci che un errore giudiziario non riguarda mai esclusivamente la persona condannata, ma investe anche la famiglia, le amicizie e la comunità alla quale appartiene.
Quando anche la speranza diventa una forma di sofferenza
Le sequenze più commoventi di Zustìssia non coincidono necessariamente con i momenti più importanti dell’indagine. Sono spesso quelle nelle quali la vicenda giudiziaria lascia spazio alla condizione psicologica di Beniamino, permettendoci di comprendere quanto possa diventare difficile continuare a sperare dopo una detenzione così lunga.
Particolarmente struggente è il momento nel quale Zuncheddu confessa di aver visto uscire dal carcere praticamente tutti, persino persone condannate a pene che sembravano destinate a durare più della sua. Gli altri detenuti sono tornati alle proprie vite, mentre lui è rimasto, fino al punto di non riconoscere quasi più nessuno. È una considerazione apparentemente semplice, ma contiene una delle rappresentazioni più dolorose del tempo sottratto che il film riesca a offrire.
In quella confessione emerge qualcosa che nessuna ricostruzione processuale potrebbe restituire con la stessa efficacia. Il tempo della giustizia e quello della vita umana non coincidono, perché gli anni necessari per ottenere una revisione non sono anni che possono essere restituiti una volta riconosciuta l’innocenza. Ogni rinvio, ogni attesa e ogni nuova delusione hanno un peso concreto su una persona che ha già perduto una parte enorme della propria esistenza.
Ferracane rende questa stanchezza con una misura straordinaria, mentre Riondino deve interpretare la difficoltà di continuare a promettere una possibilità di liberazione senza poter garantire quando arriverà. È in questo rapporto fra speranza e sfiducia che Zustìssia raggiunge probabilmente la sua maggiore intensità emotiva.
Il tempo della giustizia e quello della vita non coincidono
Il film pone inevitabilmente una questione che va oltre la vicenda individuale di Zuncheddu: che cosa significa ottenere giustizia quando il riconoscimento della verità arriva dopo trentatré anni? L’assoluzione restituisce formalmente l’innocenza a una persona che non avrebbe mai dovuto perderla, ma non può cancellare il tempo trascorso in carcere, le relazioni interrotte e le esperienze che non è stato possibile vivere.
È una contraddizione che il cinema giudiziario affronta raramente con sufficiente attenzione, perché la struttura tradizionale del genere tende a identificare la risoluzione del processo con il raggiungimento di una conclusione soddisfacente. In Zustìssia, invece, sappiamo che il lieto fine possiede un limite impossibile da superare. La libertà può essere restituita, ma gli anni perduti non possono essere recuperati.
Per questo la vicenda assume una dimensione profondamente politica, pur senza trasformarsi in un attacco indistinto alla magistratura. Il problema non è negare la necessità delle istituzioni giudiziarie, ma interrogarsi sulla loro capacità di riconoscere gli errori e correggerli prima che producano conseguenze irreversibili. Una giustizia che non riesce a mettere in discussione sé stessa rischia di trasformare la propria autorità in un ostacolo alla ricerca della verità.
La battaglia di Mauro Trogu dimostra, del resto, che proprio attraverso gli strumenti della giustizia è stato possibile ottenere l’assoluzione. Ma il fatto che questo sia avvenuto soltanto dopo una lotta così lunga rende ancora più urgente interrogarsi sulle responsabilità di ciò che è accaduto prima.
Un finale troppo rapido per una battaglia così lunga
Se Zustìssia possiede un limite evidente, questo emerge soprattutto nella parte conclusiva. Dopo aver dedicato grande attenzione alla ricostruzione delle indagini e alla progressiva scoperta delle contraddizioni processuali, il film accelera sensibilmente quando deve raccontare gli ultimi passaggi della battaglia giudiziaria. Proprio la fase nella quale le resistenze istituzionali, le attese e i rinvii assumono un peso decisivo viene condensata in una successione di eventi che lascia meno spazio all’approfondimento.
È una scelta comprensibile dal punto di vista della durata complessiva, ma non del tutto convincente sul piano drammaturgico. Dopo aver accompagnato lo spettatore attraverso un percorso così complesso, sarebbe stato interessante osservare con maggiore attenzione anche il funzionamento degli ultimi meccanismi giudiziari, soprattutto perché il tempo trascorso rappresenta uno dei temi fondamentali dell’opera.
La rapidità della conclusione produce così una lieve discontinuità rispetto alla precisione narrativa della parte precedente. Non compromette la forza del film né la sua capacità di commuovere, ma rende la risoluzione meno articolata di quanto avrebbe meritato una vicenda costruita proprio sull’incredibile lentezza con cui è stata riconosciuta la verità.
Rimane comunque una riserva all’interno di un’opera molto solida, che dimostra una notevole maturità nella gestione degli interpreti, dei dialoghi e di una materia storica e giudiziaria particolarmente delicata.
Zustìssia: riconoscere l’innocenza non significa restituire una vita
Zustìssia è un ottimo esempio di cinema italiano d’impegno civile, capace di unire la ricostruzione di un fatto realmente accaduto alla tensione del legal drama e alla profondità del racconto umano. Francesco Piras dirige con sensibilità una vicenda che avrebbe potuto facilmente scivolare nella retorica, affidandosi invece alla forza dei personaggi e a una scrittura che rende accessibili anche i passaggi più complessi della macchina giudiziaria.
Le interpretazioni di Fabrizio Ferracane e Michele Riondino rappresentano il cuore dell’opera, ma il risultato convince anche per la capacità di restituire il peso della Sardegna, delle relazioni familiari e della comunità nella vita di un uomo al quale è stata sottratta quasi metà dell’esistenza. Le emozioni nascono soprattutto dai dialoghi, dalle esitazioni e dai momenti nei quali la speranza sembra diventare troppo dolorosa per poter essere ancora sostenuta.
Il film non è perfetto e la conclusione avrebbe meritato una maggiore attenzione ai tempi della revisione processuale. Tuttavia, il suo valore rimane evidente, perché riesce a raccontare una vicenda giudiziaria complessa senza smarrire la dimensione individuale della sofferenza. La condanna di Zuncheddu non rappresenta soltanto un fallimento delle indagini e del processo, ma la dimostrazione di quanto possano essere devastanti le conseguenze di una verità stabilita troppo in fretta e corretta troppo tardi.
L’assoluzione del 2024 ha riconosciuto finalmente ciò che Beniamino Zuncheddu aveva sostenuto per oltre trent’anni. Ma il riconoscimento dell’innocenza, per quanto indispensabile, non può cancellare ciò che è stato perduto.
La giustizia è riuscita infine a restituirgli la libertà. Non potrà mai restituirgli i trentatré anni necessari per ottenerla.


