Ci sono film la cui realizzazione finisce per diventare una storia parallela a quella raccontata sullo schermo, attraversando anni di scrittura, attese, ripensamenti e difficoltà produttive. Dal Nulla, esordio nel lungometraggio di Joe Juanne Piras, appartiene a questa categoria di opere, nate da un’intuizione personale e approdate alla distribuzione cinematografica dopo una gestazione durata quasi un decennio. Il regista sardo ne ha raccontato il percorso a Educazione Cinefila, in una conversazione che attraversa le ambizioni del cinema di genere, il rapporto con il territorio e la necessità di trasformare le esperienze personali in materia narrativa.

L’occasione permette anche di riprendere un discorso cominciato nel 2022, quando Piras presentava a Passaggi d’Autore, a Sant’Antioco, il cortometraggio Dalia. Già allora quel lavoro veniva associato al progetto di Dal Nulla, che oggi trova finalmente la strada della sala cinematografica. A distanza di quattro anni, il confronto offre l’opportunità di ricostruire non soltanto l’evoluzione del film, ma anche le scelte artistiche e produttive che hanno accompagnato il passaggio dal cortometraggio a un’opera di maggiore complessità.

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Da Dalia a Dal Nulla: un cortometraggio per sperimentare il linguaggio

Il rapporto tra Dalia e Dal Nulla rappresenta uno degli aspetti più significativi della conversazione, soprattutto perché permette di chiarire la cronologia creativa delle due opere. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il lungometraggio non nasce come sviluppo successivo del cortometraggio: Piras aveva già scritto Dal Nulla quando decise di realizzare Dalia. Quest’ultimo prese forma come un esperimento ambientato, secondo le parole del regista, più o meno nello stesso universo narrativo, con l’obiettivo di verificare atmosfere, soluzioni stilistiche e possibilità espressive da utilizzare nel progetto principale.

Il cortometraggio diventò così una sorta di laboratorio cinematografico, utile tanto per confermare determinate intuizioni quanto per abbandonarne altre. Piras racconta infatti che alcune scelte sperimentate in Dalia sono confluite nel lungometraggio, mentre altre sono state escluse proprio grazie all’esperienza maturata durante quella lavorazione. Il processo assume un significato ulteriore considerando che tra le riprese del corto e quelle di Dal Nulla trascorsero altri tre anni, durante i quali il progetto principale continuò a confrontarsi con rinvii e difficoltà di realizzazione.

Questa relazione restituisce al cortometraggio una funzione che supera quella di semplice opera autonoma o anticipazione narrativa. Dalia diventa una tappa del percorso attraverso cui Piras ha definito il linguaggio del proprio esordio, utilizzando una produzione più contenuta per mettere alla prova idee destinate a confrontarsi con una struttura cinematografica più ampia. È una testimonianza concreta di come il lavoro sul formato breve possa intervenire nella costruzione di un lungometraggio, non soltanto come esercizio tecnico, ma come strumento di ricerca artistica.

Un set internazionale e il peso di quasi dieci anni di lavorazione

Se il passaggio al lungometraggio ha comportato una trasformazione delle responsabilità produttive, Piras sottolinea come la dimensione artistica fosse, paradossalmente, quella sulla quale nutriva meno incertezze. Il film aveva attraversato un processo di scrittura e sviluppo talmente lungo da diventare un progetto conosciuto in ogni dettaglio, mentre la sua realizzazione concreta introduceva problematiche difficilmente prevedibili. Il regista distingue quindi la consapevolezza maturata sul racconto dalle difficoltà incontrate per trasformarlo in immagini, individuando soprattutto nell’organizzazione produttiva la vera complessità dell’esperienza.

Dal Nulla nasce nell’ambito di una produzione tra Italia e Canada, con una partecipazione associata colombiana e una troupe internazionale nella quale, come racconta Piras, si parlavano cinque lingue. A una struttura organizzativa articolata si aggiungevano tempi particolarmente ristretti e risorse economiche che richiedevano di ridurre al minimo la possibilità di errore. Una situazione profondamente diversa rispetto ai precedenti cortometraggi autoprodotti, nei quali il regista poteva amministrare direttamente le risorse disponibili e assumersi in prima persona le conseguenze delle proprie decisioni.

Le difficoltà aumentarono durante le riprese nei territori montani della Sardegna, effettuate frequentemente in condizioni di freddo intenso, pioggia, fango e isolamento. Le foreste della Barbagia, che offrivano al film le caratteristiche ambientali ricercate, si trasformarono anche in luoghi di lavoro particolarmente impegnativi, soprattutto durante le sequenze notturne. Piras non nasconde i momenti di scoraggiamento vissuti sul set, ma riconosce anche il ruolo delle immagini realizzate e dei risultati ottenuti nel restituire un senso agli sforzi affrontati, giornata dopo giornata.

Dal Nulla: il thriller come racconto delle ferite interiori

Nel descrivere il proprio film, Piras individua nel thriller psicologico la sua principale appartenenza di genere, precisando però che la componente investigativa e quella inquietante convivono con una dimensione profondamente drammatica. Al centro della narrazione si trovano ferite, fragilità e traumi rimasti sepolti nella memoria dei personaggi, destinati a riemergere attraverso eventi che rendono impossibile continuare a ignorare il passato. Indagini, sparizioni e morti sospette partecipano alla costruzione di un racconto nel quale la tensione nasce tanto dai misteri da risolvere quanto dalle conseguenze emotive di ciò che viene progressivamente scoperto.

La scelta del thriller risponde anche alla volontà di costruire un rapporto preciso con lo spettatore, mantenendo insieme coinvolgimento emotivo e intrattenimento cinematografico. Piras insiste sulla necessità di sorprendere il pubblico e accompagnarlo dentro una storia dolorosa, senza rinunciare agli strumenti narrativi del cinema di genere. In questa prospettiva, l’indagine non rappresenta soltanto un meccanismo utile a far avanzare gli eventi, ma diventa il terreno sul quale il presente dei personaggi entra in conflitto con una memoria che reclama di essere affrontata.

È proprio questo rapporto tra dimensione psicologica e costruzione del mistero a collocare Dal Nulla all’interno di una tradizione cinematografica riconoscibile, senza che il regista voglia ridurre il film alla riproduzione di modelli precedenti. Il riferimento a opere come Prisoners, Il silenzio degli innocenti, Zodiac e alla prima stagione di True Detective serve soprattutto a individuare una sensibilità, un’atmosfera e un’ambizione narrativa. Sono coordinate che Piras stesso richiama durante l’intervista, chiarendo però come il risultato cerchi una propria direzione, distinta dalle opere che ne hanno alimentato l’immaginario.

La Barbagia di Fraus: inventare un luogo attraverso il paesaggio

La scelta della Sardegna come ambientazione non risponde, secondo Piras, alla necessità di utilizzare un territorio immediatamente riconoscibile, ma nasce dalle esigenze della storia. Durante la scrittura il regista comprese di aver bisogno di un luogo isolato, circondato da montagne, laghi e foreste, attraversato da condizioni atmosferiche capaci di alimentare il senso di inquietudine del racconto. I territori tra Gavoi, Orgosolo e Fonni offrirono le caratteristiche cercate, soprattutto per la presenza di nebbie, vegetazione fitta e tonalità scure di verde e marrone.

Ne deriva una Sardegna che non pretende di coincidere con una precisa rappresentazione geografica o documentaria. Piras parla esplicitamente di una «Barbagia archetipica», uno spazio immaginario costruito attraverso luoghi reali, nel quale il paesaggio assume una funzione narrativa autonoma. La natura diventa una presenza dominante, capace di ridimensionare l’essere umano e di suggerire l’esistenza di qualcosa che lo supera, trasformando l’ambiente in un elemento determinante dell’atmosfera del film.

Questa costruzione prende forma nel paese immaginario di Fraus, dove è ambientata la storia. Il luogo non esiste realmente e il regista chiarisce di aver evitato deliberatamente di attribuire una vicenda così dura a una comunità riconoscibile, preferendo costruire uno spazio di finzione. Anche le riprese realizzate in località differenti, tra cui Busachi, vengono ricondotte sullo schermo a un unico territorio narrativo, nel quale la geografia reale lascia spazio alle esigenze del racconto.

Fraus e Giulio Angioni: un omaggio nato dalla memoria personale

Uno dei momenti più intensi dell’intervista emerge proprio dalla scelta del nome Fraus, che richiama l’universo letterario dello scrittore e antropologo sardo Giulio Angioni. Sollecitato su questo collegamento, Piras rivela che si tratta di un omaggio intenzionale, nato durante le prime fasi di scrittura del lungometraggio. Il regista racconta di aver iniziato a lavorare al progetto nei primi giorni di gennaio del 2017, poco prima della scomparsa di Angioni, che era stato suo professore di antropologia.

Il legame con lo studioso non si esauriva nel rapporto universitario, ma comprendeva conversazioni, letture e insegnamenti che avevano contribuito a modificare profondamente il modo in cui Piras osservava la realtà. La commozione con cui il regista ne parla restituisce alla scelta del nome un significato che va ben oltre il semplice riferimento letterario. Fraus diventa una forma di memoria personale, affidata a un’opera cinematografica che non intende adattare i libri di Angioni, ma conservarne un richiamo attraverso un elemento del proprio universo narrativo.

Piras chiarisce infatti che il Fraus del film non coincide con quello della letteratura dello scrittore, pur condividendone il nome. Il suo desiderio era che qualcuno, incuriosito dall’ambientazione, potesse domandargli dove si trovasse quel paese immaginario, permettendogli di rispondere che «è nei libri di Giulio Angioni». In questo gesto si riconosce una possibilità particolarmente significativa del cinema: trasformare un riferimento intimo in una traccia pubblica, facendo convivere la costruzione di un mondo di finzione con il ricordo di una persona realmente esistita.

Le influenze cinematografiche e l’incontro con il pubblico

Nel corso della conversazione, le influenze di Piras emergono anche attraverso una domanda dedicata al sistema di raccomandazioni delle piattaforme, sempre più presente nel modo in cui gli spettatori scelgono cosa guardare. Il regista richiama titoli come Prisoners, True Detective e Il silenzio degli innocenti per suggerire a quale sensibilità cinematografica potrebbe rivolgersi Dal Nulla, senza proporre paragoni diretti sul piano dei risultati. Tra i riferimenti personali compaiono inoltre David Fincher e Thomas Vinterberg, autori differenti attraverso i quali si intravede un interesse che non si limita a un solo genere.

Piras si definisce un osservatore e consumatore onnivoro di cinema e di altre forme espressive, affermando che il suo desiderio sarebbe realizzare, nel corso della carriera, almeno un film per ogni genere. È una dichiarazione che permette di leggere Dal Nulla non come l’approdo definitivo a una particolare formula narrativa, ma come il primo passo di una ricerca potenzialmente più ampia. Il thriller costituisce oggi il linguaggio attraverso il quale il regista ha scelto di affrontare una vicenda di dolore, memoria e rimozione, lasciando aperta la possibilità di esplorare in futuro altri territori cinematografici.

Il percorso distributivo prende avvio con una serie di proiezioni in Sardegna, tra Cagliari, Samassi, Oristano, Carbonia e Sassari, prima di proseguire con una distribuzione più regolare e con appuntamenti nella penisola previsti a partire da novembre. Dopo quasi dieci anni trascorsi tra scrittura, sviluppo e realizzazione, il film incontra dunque la dimensione per la quale è stato concepito: quella della sala e dello spettatore. L’intervista restituisce il racconto di questo passaggio attraverso la voce di chi lo ha vissuto in prima persona, tra la fatica di portare a termine un progetto ambizioso e la possibilità di condividerne finalmente il risultato con il pubblico.

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