Un thriller costruito sulla capacità di Shyamalan di farci accettare l’impossibile, almeno finché dura il film

Si esce dalla sala con la sensazione di aver assistito a un meccanismo di suspense estremamente divertente. Poi si comincia a ripensare a Trap. Passano pochi minuti. Si ricostruiscono alcuni passaggi, le fughe di Cooper, le coincidenze, le decisioni della polizia. Arrivano le prime domande. Poi una seconda. Una terza. E improvvisamente quella macchina che sembrava funzionare così bene comincia a perdere qualche pezzo.

È forse il paradosso più affascinante del film di M. Night Shyamalan. Durante la visione ci si crede. Dopo, molto meno. Trap vive dentro quell’intervallo. È un thriller capace di creare un incantesimo cinematografico potentissimo, ma fragile. Brucia intensamente come la fiamma di un fiammifero. Il problema è capire quanto rimanga quando quella fiamma si spegne.

Cooper sembra un padre come tanti. Ha accompagnato la figlia Riley al concerto della popstar Lady Raven. Migliaia di adolescenti cantano, ballano e filmano lo spettacolo con i telefoni. Fuori e dentro l’arena, però, la presenza delle forze dell’ordine è spropositata. Le uscite sono controllate. Gli uomini vengono osservati. Qualcosa evidentemente non torna.

Cooper scopre presto il motivo. La polizia ha organizzato una gigantesca operazione per catturare un serial killer soprannominato il Macellaio. Le autorità sanno che si trova al concerto. Ciò che loro ignorano e lo spettatore conosce praticamente dall’inizio è che il Macellaio è proprio Cooper.

Shyamalan elimina così uno dei misteri che un thriller più convenzionale avrebbe probabilmente conservato. Non dobbiamo scoprire chi sia l’assassino. Dobbiamo osservare come farà l’assassino a uscire da un edificio costruito improvvisamente come una gigantesca trappola.

La scelta modifica completamente la nostra posizione. Sappiamo chi dovrebbe essere arrestato. Eppure finiamo inevitabilmente per seguirne i tentativi di fuga, comprenderne i ragionamenti e aspettare con curiosità la prossima soluzione. Il film ci mette dalla parte sbagliata senza chiederci il permesso.

Josh Hartnett ha due facce e Shyamalan vuole entrambe

Gran parte dell’efficacia dipende da Josh Hartnett. Cooper deve interpretare continuamente sé stesso. È un serial killer che interpreta il padre amorevole, il cittadino gentile, l’uomo innocuo e persino il fan paziente che accompagna la figlia adolescente a un concerto.

Hartnett lavora molto sul volto. Un sorriso leggermente troppo lungo, uno sguardo che cambia direzione, una rigidità improvvisa permettono alle due identità di convivere. Cooper non smette mai completamente di essere padre quando emerge il Macellaio. Allo stesso modo, dietro il genitore premuroso percepiamo continuamente la presenza dell’assassino.

Shyamalan gli concede numerosi primi piani proprio per questo. L’inquadratura diventa un luogo nel quale cercare la crepa. Hartnett può essere rassicurante e inquietante a pochi secondi di distanza. In certi momenti riesce persino a essere buffo. Questa componente non indebolisce il personaggio, perché ne rende ancora più disturbante la capacità di adattamento.

Cooper legge gli altri molto velocemente. Capisce chi può manipolare, quale informazione utilizzare e quale maschera indossare. La sua vera arma non è la forza fisica. È la capacità di apparire esattamente come gli altri si aspettano che appaia.

Un concerto trasformato in una gigantesca scenografia thriller

L’arena è la grande intuizione di Trap. Un concerto pop è già uno spazio organizzato attraverso percorsi, accessi, corridoi, backstage, zone riservate e uscite controllate. Shyamalan prende questa architettura e la trasforma progressivamente in una prigione.

La scenografia diventa quindi parte del meccanismo narrativo. Cooper osserva porte, scale, corridoi e personale di servizio. Ogni elemento dello spazio potrebbe rappresentare una via di fuga. Anche lo spettatore comincia inevitabilmente a fare lo stesso.

Qui Shyamalan dimostra ancora una volta quanto sappia costruire le condizioni di un film. Non ha bisogno di una premessa particolarmente complicata. Gli bastano un uomo, un luogo dal quale non può uscire e migliaia di persone che rendono contemporaneamente più facile nascondersi e più difficile fuggire.

La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom contribuisce a questo continuo contrasto. Il palco è saturo di luci, colori e immagini gigantesche. Intorno, invece, esistono corridoi, zone di servizio e spazi nei quali la festa assume improvvisamente un’altra temperatura. Il concerto continua mentre Cooper combatte silenziosamente per non essere scoperto.

Due film convivono nello stesso edificio. Riley sta vivendo una delle giornate più belle della propria adolescenza. Suo padre sta cercando di evitare la cattura per una serie di omicidi.

Lady Raven e lo spettacolo dentro lo spettacolo

Saleka Shyamalan interpreta Lady Raven e firma gran parte delle canzoni che ascoltiamo durante il concerto. La musica non rimane quindi un semplice accompagnamento. Il film deve convincerci che migliaia di persone siano entrate nell’arena proprio per quella performance.

Il concerto diventa uno spettacolo dentro lo spettacolo. Da una parte c’è Lady Raven, osservata da migliaia di telefoni e continuamente esposta allo sguardo. Dall’altra c’è Cooper, che deve attraversare quello stesso luogo cercando disperatamente di non essere visto.

Il contrasto è interessante. Riley desidera avvicinarsi alla propria idola. Suo padre desidera soltanto diventare invisibile. Tutto attorno a loro è costruito invece sulla visibilità, sull’immagine e sulla possibilità di registrare qualsiasi cosa.

Shyamalan utilizza bene questa opposizione, soprattutto nella prima parte. Il concerto non è soltanto uno sfondo originale per un thriller. È un luogo nel quale tutti stanno guardando qualcosa, mentre la persona che dovrebbe essere osservata più attentamente continua a muoversi davanti ai loro occhi.

Il vero colpo di scena è sapere tutto dall’inizio

Trap ha anche il merito di giocare con le aspettative costruite dallo stesso Shyamalan nel corso della propria carriera. Entrare in sala per vedere un suo film significa quasi automaticamente aspettare il twist. È diventato un riflesso condizionato.

Qui il regista sembra divertirsi proprio con quell’attesa.

La grande informazione sul protagonista viene rivelata immediatamente. Cooper è il Macellaio. Non c’è bisogno di aspettare il finale. Lo spettatore possiede addirittura più informazioni della maggior parte dei personaggi.

Il meccanismo diventa quindi più vicino alla suspense che al mistero. Non conta sapere che cosa nasconda Cooper. Conta capire quando qualcuno riuscirà finalmente a vedere ciò che noi sappiamo già.

Da questo punto di vista Trap è quasi un gioco. Shyamalan stabilisce le regole, chiude Cooper dentro uno spazio e comincia a cercare possibili vie d’uscita insieme a lui.

Ed è proprio qui che nasce contemporaneamente il maggior piacere del film e il suo problema più evidente.

Cooper riesce a fare davvero troppe cose

Durante la proiezione molte soluzioni funzionano. Il ritmo non concede troppo tempo per interrogarsi sulla loro plausibilità. Cooper individua un’opportunità, la sfrutta e passa immediatamente alla successiva. Noi lo seguiamo.

Poi arrivano i titoli di coda.

Ripensando alla catena degli eventi, comincia a emergere una quantità considerevole di coincidenze, leggerezze e comportamenti difficili da giustificare. Cooper riesce ad accedere a luoghi che dovrebbero essere sorvegliati. Ottiene informazioni con sorprendente facilità. Manipola persone che sembrano sempre disposte a fornirgli esattamente ciò di cui ha bisogno.

Soprattutto, un’operazione di polizia costruita per catturare un serial killer estremamente pericoloso presenta falle che diventano sempre più difficili da ignorare.

Durante il film queste anomalie appartengono al divertimento. Shyamalan corre abbastanza velocemente da impedirci di fermarci. Il problema arriva quando siamo noi a smettere di correre.

A quel punto la sceneggiatura mostra le proprie cuciture.

La sospensione dell’incredulità ha una data di scadenza molto breve

Ogni thriller richiede allo spettatore una certa disponibilità. Non ha senso chiedere al cinema la stessa logica della realtà. Bisogna accettare coincidenze, accelerazioni e comportamenti funzionali alla narrazione. Il problema nasce quando queste concessioni diventano troppe.

Trap arriva spesso molto vicino a quel limite. Qualche volta lo supera.

Il paradosso è che durante la prima visione importa relativamente poco. La regia, Hartnett e la costruzione dello spazio riescono a mantenere vivo il gioco. Vogliamo vedere quale sarà la prossima mossa. La curiosità prevale sull’obiezione.

Scrivere del film subito dopo averlo visto produce però un effetto quasi opposto. Più si analizza il meccanismo, più diventa evidente quanto dipenda dalla nostra disponibilità a non analizzarlo.

È una contraddizione affascinante per un thriller.

Funziona benissimo finché non ci pensiamo troppo.

La trappola cambia forma quando il film esce dall’arena

La prima parte possiede una precisione quasi geometrica. Esiste un luogo chiuso, un obiettivo e una serie di ostacoli. Cooper deve uscire. La polizia deve identificarlo. Ogni movimento modifica le possibilità del successivo.

Quando Trap abbandona progressivamente l’arena, quella geometria si allenta.

Il film continua a produrre situazioni interessanti e introduce nuovi rapporti di forza. Lady Raven smette inoltre di essere soltanto la popstar sul palco e assume un ruolo molto più concreto nella vicenda. Tuttavia, l’idea iniziale era talmente forte da rendere inevitabilmente meno compatto ciò che viene dopo.

La trappola fisica diventa una trappola psicologica, familiare e narrativa. È un’evoluzione coerente con il cinema di Shyamalan, sempre interessato alla famiglia come luogo nel quale amore, paura e segreti possono convivere. Non possiede però la stessa immediatezza dell’arena.

Qui aumentano anche le forzature. Cooper sembra poter sopravvivere a qualsiasi chiusura narrativa. Ogni volta che la storia potrebbe terminare, trova una nuova fessura.

Il gioco rimane divertente. Comincia però a mostrare una certa ostinazione nel voler continuare.

Alison Pill e la famiglia come ultima stanza della trappola

L’arrivo di Rachel, interpretata da Alison Pill, permette al film di completare il ritratto di Cooper. Fino a quel momento abbiamo osservato soprattutto il padre e il killer. Manca ancora il marito.

La dimensione familiare aggiunge qualcosa di importante. Cooper non possiede semplicemente una doppia vita. Ha costruito un sistema nel quale le due identità riescono a convivere senza apparentemente contaminarsi.

Qui il thriller cambia ancora una volta pelle.

La domanda non riguarda più soltanto la possibilità di arrestare il Macellaio. Diventa più inquietante capire quanto sia possibile conoscere davvero qualcuno con cui condividiamo la vita. La casa dovrebbe essere il luogo nel quale Cooper non può più nascondersi. Eppure anche lì continua a esistere attraverso interpretazioni successive.

Hartnett mantiene molto bene questa ambiguità. Persino quando la maschera è caduta, sembra essercene sempre un’altra sotto.

È probabilmente uno degli aspetti destinati a rimanere più del complicato sistema di fughe e controfughe.

Shyamalan sa ancora perfettamente come costruire un’immagine

Le debolezze della scrittura non cancellano il piacere della messa in scena. Shyamalan continua a essere un regista estremamente riconoscibile. Sa dove posizionare la macchina da presa e soprattutto sa come utilizzare uno spazio per generare disagio.

Non cerca una regia invisibile.

I primi piani di Hartnett, le geometrie dell’arena e il contrasto tra il palco e gli spazi laterali costruiscono una precisa esperienza visiva. Anche quando la sceneggiatura forza una situazione, l’inquadratura riesce spesso a venderla.

È questo il motivo per cui Trap funziona molto meglio mentre lo si guarda rispetto a quando lo si ricostruisce.

Shyamalan possiede ancora quella capacità quasi da prestigiatore. Indica qualcosa con una mano mentre con l’altra prepara il trucco. Sappiamo che esiste un artificio, ma durante l’esecuzione vogliamo comunque vedere se riuscirà a ingannarci.

E ci riesce.

Almeno per centocinque minuti.

L’incantesimo della sala e la fiamma del fiammifero

È proprio uscendo dal cinema che Trap comincia a cambiare.

La sensazione immediata è molto positiva. Il film diverte, incuriosisce e possiede un protagonista formidabile. L’idea è semplice ma brillante. Shyamalan dimostra ancora una volta di saper trasformare una situazione ordinaria in uno spazio nel quale qualcosa sembra continuamente sul punto di andare storto.

Poi l’incantesimo comincia a consumarsi.

Una domanda ne produce un’altra. Perché la polizia ha agito così? Perché Cooper ha potuto fare quello? Perché nessuno ha controllato quell’altra cosa? Come è possibile che proprio quella persona gli abbia fornito proprio quell’informazione?

Sono domande pericolose perché Trap non possiede sempre risposte soddisfacenti.

Naturalmente il cinema non deve sopravvivere a un interrogatorio giudiziario sulla plausibilità. Se lo facesse, perderemmo metà della storia del thriller. Tuttavia, esiste una differenza tra accettare una convenzione narrativa e scoprire che il meccanismo funziona soltanto se nessuno dei personaggi prende alcune decisioni piuttosto ovvie.

Qui Shyamalan qualche volta chiede troppo.

Trap resterà?

Ed è forse questa la domanda più difficile da formulare appena usciti dalla sala.

Trap è un film che mi ha entusiasmato mentre lo guardavo. Josh Hartnett è eccellente. La costruzione dell’arena funziona. La fotografia, la scenografia e il controllo dell’inquadratura ricordano quanto Shyamalan sappia ancora creare condizioni cinematografiche estremamente efficaci. Anche l’idea di costringerci a seguire il predatore come se fosse la preda conserva una bella dose di cattiveria.

Eppure, mentre scrivo, quell’entusiasmo ha già cominciato a trasformarsi.

Non necessariamente a diminuire. Piuttosto a diventare più consapevole delle debolezze che durante la proiezione erano rimaste nascoste. È come osservare da vicino un trucco di magia dopo esserne rimasti affascinati. L’effetto rimane, ma cominciamo a vedere il filo.

Per questo è difficile immaginare oggi se Trap riuscirà a sedimentare nella filmografia di Shyamalan.

Il sesto senso continua a esistere anche dopo averne conosciuto il segreto. Signs continua a produrre immagini, inquietudini e riflessioni molto tempo dopo la prima visione. Sono film che non dipendono esclusivamente dalla riuscita immediata del proprio meccanismo.

Trap, almeno adesso, sembra diverso.

Possiede l’intensità di un fiammifero acceso al buio. Per qualche istante illumina tutto. Attira lo sguardo e impedisce di vedere qualsiasi altra cosa. Poi la fiamma raggiunge le dita, bisogna lasciarlo cadere e improvvisamente torna il buio.

Rimane negli occhi la traccia della luce.

La domanda è quanto durerà.

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