Russell Crowe guida il crime pulp di Derrick Borte: un divertente ritorno al crime anni Novanta, mentre rimane un mistero soprattutto italiano: perché chiamare La vendetta perfetta un film in cui nessuno vuole realmente vendicarsi?

Il profilo perfetto di un uomo che perfetto non è affatto

Sulla carta Manco Kapak ha costruito il profilo perfetto. È albanese, vive regolarmente negli Stati Uniti, ha una posizione apparentemente rispettabile e gestisce un nightclub di successo a Los Angeles. Possiede una bella casa, denaro e una compagna molto più giovane di lui, Sunny, interpretata da Teresa Palmer. Se qualcuno osservasse soltanto la superficie, potrebbe vedere la parabola compiuta di un immigrato perfettamente integrato nella società americana, capace di costruirsi da solo una vita agiata e difficilmente sospettabile.

Bisogna soltanto evitare di guardare troppo da vicino. Il locale permette a Manco di riciclare denaro per un cartello, la sua esistenza continua a essere legata alla criminalità e le notti sembrano non finire mai davvero. Alcol, droga, sesso e affari illegali convivono dietro quella facciata rispettabile senza che il protagonista sembri avvertire immediatamente una contraddizione. Ha costruito un’esistenza stabile attraverso attività che di stabile non hanno praticamente nulla, convincendosi forse che l’esperienza sia sufficiente a mantenere ogni cosa sotto controllo.

Russell Crowe rende molto bene questa doppia natura senza trasformare Manco nel classico gangster che sogna nostalgicamente i bei tempi andati. Non sembra innamorato della propria vita criminale e nemmeno particolarmente interessato a difenderla. È semplicemente un uomo che vi è rimasto dentro abbastanza a lungo da considerarla normale, almeno fino a quando il corpo non decide di presentargli un conto che nessun riciclaggio può nascondere.

Quando il corpo dice che è arrivato il momento di andarsene

Il campanello d’allarme arriva nel modo più grottesco possibile. Manco assume ecstasy, continua a vivere come se l’età fosse soltanto un dato anagrafico e durante un rapporto sessuale con Sunny viene colpito da un principio d’infarto. Borte utilizza la situazione anche per la sua componente comica, ma ciò che accade modifica concretamente la direzione del personaggio: improvvisamente il progetto di vendere il locale e cambiare vita non appartiene più a un futuro indefinito.

Sunny e Manco avevano già ragionato sulla possibilità di andarsene. L’episodio cardiaco trasforma però un desiderio in una scadenza. Continuare a vivere nello stesso modo significa accettare che la prossima volta il corpo potrebbe non concedergli un altro avvertimento, e il protagonista sembra abbastanza intelligente da comprendere il messaggio. Vendere i locali, chiudere i rapporti pericolosi e trasferirsi altrove diventa quindi una forma di sopravvivenza prima ancora che una scelta sentimentale.

Da qui nasce la domanda sulla quale The Get Out costruisce tutto il proprio meccanismo: è possibile ritirarsi dalla criminalità senza che accada qualcosa proprio mentre si sta cercando di uscirne? Naturalmente no, perché il crime movie conosce da sempre la crudeltà di questa regola. Il momento nel quale un personaggio decide di smettere coincide quasi sempre con quello in cui il passato presenta l’ultimo conto.

Basta una rapina per incrinare una vita costruita sull’apparenza

Il primo problema arriva mentre Manco deve effettuare uno dei consueti versamenti. Viene aggredito e derubato proprio del denaro che avrebbe dovuto far arrivare al cartello, trasformando un episodio apparentemente circoscritto in qualcosa di enormemente più pericoloso. Non può limitarsi a denunciare il furto come farebbe il rispettabile proprietario di un locale che la sua identità ufficiale vorrebbe rappresentare, perché spiegare la provenienza di quei soldi significherebbe distruggere il profilo che ha costruito.

Il cartello, naturalmente, non è interessato alle attenuanti. Manco viene immediatamente messo davanti alla possibilità di compromettere tutto ciò che ha costruito e il messaggio che riceve è inequivocabile: non è questo il momento di mandare tutto all’aria. L’ironia consiste nel fatto che lui è probabilmente il personaggio che meno desidera farlo, perché il suo unico obiettivo è chiudere gli ultimi conti e andarsene senza lasciare dietro di sé problemi irrisolti.

La rapina funziona allora come il primo tassello di un meccanismo nel quale ogni personaggio cerca di risolvere il proprio problema scaricandolo su qualcun altro. Manco deve rispondere al cartello, il rapinatore deve rispondere a chi lo sta ricattando e chi lo ricatta ha a sua volta bisogno che nessuno cominci a guardare troppo attentamente ciò che sta succedendo. Nessuno possiede davvero il controllo, anche se praticamente tutti si comportano come se lo avessero.

Aaron Paul è un professore che dovrebbe stare molto lontano dalle rapine

Il rapinatore è Jeff, interpretato da Aaron Paul, e la sua presenza permette al film di aprire una seconda traiettoria apparentemente distante da quella di Manco. Jeff non è un criminale professionista. È un docente di community college che ha arrotondato attraverso una pratica molto meno innocente di quanto possa sembrare, scrivendo elaborati destinati a garantire l’ammissione universitaria dei propri clienti. Quando uno di quei lavori non produce il risultato promesso, il padre del ragazzo, che è anche un poliziotto, decide di trasformare il fallimento in uno strumento di ricatto.

Slosser costringe così Jeff a entrare in un mondo nel quale il professore non possiede né l’esperienza né il carattere necessari per muoversi con sicurezza. La prima rapina a Manco nasce precisamente da questa costrizione e il denaro sottratto non rappresenta per Jeff la possibilità di diventare ricco, ma il prezzo necessario per liberarsi dall’uomo che lo tiene sotto controllo. Anche lui, quindi, sta cercando una via d’uscita molto prima di capire quanto quella strada lo porterà ancora più profondamente dentro il problema.

Aaron Paul è particolarmente efficace quando Jeff comincia a comprendere che ogni tentativo di liberarsi produce soltanto una nuova dipendenza. C’è qualcosa che inevitabilmente riporta alla memoria Jesse Pinkman, non perché il film stia cercando di ricostruire Breaking Bad, ma perché Paul possiede una capacità quasi naturale di rappresentare uomini che sembrano arrivare costantemente un secondo dopo alla piena comprensione del disastro in cui sono entrati. La disperazione cresce sul suo volto mentre le possibilità diminuiscono, e più Jeff prova a riprendere il controllo più appare evidente che il controllo lo ha perso da parecchio tempo.

Poi Carrie vede Point Break e decide che la criminalità potrebbe essere divertente

Se Jeff entra nella criminalità perché viene costretto, Carrie ci entra perché sembra trovarla tremendamente eccitante. Nina Dobrev interpreta l’impiegata di banca che comprende immediatamente quanto ci sia di sospetto nel deposito effettuato dal professore, ma invece di denunciarlo decide sostanzialmente di ricattarlo per ottenere un posto nella rapina successiva. Il personaggio è completamente sopra le righe e proprio per questo diventa uno degli elementi più divertenti dell’intero film.

Carrie possiede inoltre una particolare educazione cinematografica al crimine. La sua ossessione per Point Break – Punto di rottura trasforma il film di Kathryn Bigelow in qualcosa di più di una citazione cinefila: diventa il modello attraverso cui immagina la rapina stessa. Le maschere dei presidenti, il fascino del colpo e la possibilità di trasformare per qualche minuto una vita ordinaria in un’esperienza estrema derivano da un’immagine del crimine che Carrie ha imparato anche guardando il cinema.

È un piccolo cortocircuito particolarmente interessante, perché dopo oltre un secolo il cinema continua inevitabilmente a parlare con altro cinema. Derrick Borte non nasconde i propri riferimenti e costruisce The Get Out dentro una tradizione che passa dal crime degli anni Novanta, dalla commedia nera e da quei film nei quali una serie di personaggi eccentrici prende decisioni sempre peggiori fino a convergere nello stesso disastro. Point Break entra direttamente nel racconto perché Carrie non si limita ad averlo visto: vuole per qualche istante vivere dentro il film che ha visto.

La seconda rapina dimostra che nessuno ha imparato assolutamente niente

Il problema è che una rapina non basta. Slosser continua a tenere Jeff sotto pressione e arriva così un secondo colpo ai danni di Manco, questa volta con Carrie pienamente coinvolta e con l’immaginario di Point Break ormai trasformato in pratica. Dal punto di vista del proprietario del nightclub, la situazione assume ormai i contorni dell’assurdo: sta cercando di vendere tutto e ritirarsi e, nel giro di pochissimo tempo, viene rapinato due volte.

È proprio qui che emerge un’altra caratteristica divertente di Manco. Crowe lo interpreta come un uomo che possiede una rabbia considerevole ma sa benissimo quanto quella rabbia possa essere pericolosa, tanto da avere evidenti difficoltà nella gestione delle emozioni. Qualcuno arriva persino a suggerirgli un’applicazione per la meditazione e il controllo della rabbia, soluzione meravigliosamente contemporanea applicata a un uomo che sta cercando di recuperare denaro riciclato mentre criminali e rapinatori continuano a rovinargli la settimana.

Naturalmente l’app non può risolvere nulla, ma la gag funziona perché Borte costruisce buona parte della commedia sul contrasto tra gli strumenti ordinari attraverso cui le persone cercano di gestire la propria vita e la natura completamente straordinaria dei problemi che devono affrontare. Manco dovrebbe respirare profondamente e ritrovare il proprio centro mentre qualcuno gli ruba per la seconda volta i soldi di un cartello. La meditazione può fare molto, ma probabilmente esistono limiti anche per lei.

Se persino la sicurezza si fa di cocaina, qualcosa prima o poi deve andare storto

Il nightclub dovrebbe rappresentare il territorio nel quale Manco conserva il massimo controllo. È il luogo che conosce, la fonte della propria ricchezza e contemporaneamente la copertura attraverso cui può presentarsi come un uomo d’affari rispettabile. Eppure anche lì il sistema contiene già al proprio interno gli elementi della futura esplosione, a partire da una sicurezza tutt’altro che affidabile.

Quando chi dovrebbe garantire l’ordine nel locale assume cocaina, la situazione smette di essere una semplice nota di colore. Borte semina un dettaglio apparentemente grottesco e successivamente lo trasforma in un problema concreto, ricordando che quasi tutti i personaggi vivono in un ambiente nel quale il confine tra professionalità e autodistruzione è praticamente inesistente. Manco crede di amministrare una struttura controllabile, ma gli uomini ai quali affida il controllo sono a loro volta parte dello stesso ecosistema instabile.

Il locale diventa così una buona miniatura dell’intero film. Tutto sembra funzionare finché nessuno osserva troppo attentamente gli ingranaggi. Basta però che una persona sbagliata prenda una decisione sbagliata perché droga, denaro, criminalità e interessi personali comincino a interferire gli uni con gli altri, facendo emergere quanto precario fosse l’equilibrio fin dall’inizio.

Anche la polizia è dentro il problema

Se i criminali sono poco affidabili, le forze dell’ordine non offrono necessariamente un’alternativa migliore. Slosser utilizza il proprio ruolo per ricattare Jeff e trasformarlo in uno strumento attraverso cui ottenere denaro, capovolgendo completamente la funzione che dovrebbe esercitare. La legge non entra quindi nel film come forza destinata a rimettere ordine nel caos, perché una parte di quel caos nasce precisamente da chi dovrebbe impedirlo.

La situazione si complica ulteriormente quando emerge l’interesse dell’FBI. La possibilità che qualcuno stia osservando ciò che accade attorno a Manco rende pericoloso anche il sistema di ricatti costruito da Slosser, perché un’indagine federale potrebbe far emergere non soltanto il cartello ma anche la corruzione che si muove parallelamente. Il poliziotto scopre così di essere entrato nella stessa dinamica che aveva imposto a Jeff: improvvisamente è anche lui a dover temere che qualcun altro possa guardare troppo attentamente.

Questo ribaltamento contribuisce bene all’idea centrale del film. Nessuno è davvero esterno alla rete. Criminali, poliziotti corrotti, rapinatori improvvisati e agenti federali finiscono per muoversi attorno allo stesso denaro e allo stesso locale, mentre Manco continua ostinatamente a desiderare una cosa molto meno ambiziosa: chiudere tutto e andare via.

Luke Evans canta Suspicious Minds, e probabilmente avremmo dovuto ascoltare Elvis

Joe Carver entra nella vita di Manco presentandosi come l’uomo potenzialmente capace di risolvere il suo problema principale. È interessato ad acquistare il nightclub e quindi, almeno inizialmente, rappresenta la materializzazione della via d’uscita che Manco sta cercando. Luke Evans gli attribuisce però fin dall’inizio una sicurezza leggermente troppo studiata perché la sua presenza possa essere accettata senza qualche sospetto.

Borte decide persino di giocare apertamente con questa ambiguità attraverso il karaoke di Suspicious Minds. La scelta è quasi sfacciata, perché il film mette letteralmente in bocca al personaggio una canzone costruita sull’impossibilità di fidarsi mentre lo spettatore sta ancora cercando di capire chi sia davvero quell’uomo. Quando scopriamo che Carver è un agente dell’FBI sotto copertura, l’ironia retroattiva della scena diventa ancora più evidente.

Il suo interesse per il nightclub non nasce infatti dal desiderio di diventare imprenditore della notte. Carver vuole utilizzare il locale per arrivare al cartello e Manco rappresenta una possibile porta d’accesso a un’organizzazione criminale molto più importante. Anche la vendita sulla quale il protagonista sta costruendo il proprio futuro è quindi contaminata da un secondo fine, perché in The Get Out praticamente nessuna via d’uscita conduce semplicemente fuori.

Carrie perde i soldi al casinò e Jeff torna pericolosamente vicino a Jesse Pinkman

Nel frattempo la relazione tra Carrie e Jeff assume una forma sempre più folle. I due finiscono insieme in un motel, la complicità criminale diventa anche sessuale e Carrie dimostra definitivamente di non possedere esattamente lo stesso rapporto di Jeff con il concetto di conseguenza. Lui continua a pensare ai soldi come alla condizione necessaria per liberarsi dal ricatto; lei sembra vivere l’intera esperienza come un’avventura che finalmente ha reso interessante la propria esistenza.

La decisione di giocarsi al casinò il denaro che Jeff deve consegnare a Slosser rappresenta quindi il punto di collisione perfetto tra i due personaggi. Per Carrie quei soldi continuano a essere parte dell’eccitazione. Per Jeff sono letteralmente ciò che dovrebbe impedirgli di precipitare ancora più profondamente nel ricatto. Quando spariscono, il professore comprende che la donna con cui ha appena condiviso una rapina e un letto è diventata contemporaneamente una delle maggiori minacce alla sua possibilità di uscirne.

È probabilmente qui che Aaron Paul richiama maggiormente Jesse Pinkman. Non perché Jeff possieda la stessa storia o lo stesso spessore, ma perché ritorna quella particolare disperazione dell’uomo che vorrebbe soltanto trovare una soluzione e continua invece a essere circondato da persone capaci di peggiorare la situazione. Paul è molto bravo a rendere il momento in cui la rabbia, la paura e l’incredulità arrivano contemporaneamente sul volto di Jeff, trasformando una situazione quasi farsesca in qualcosa che per lui rimane terribilmente serio.

Rodriguez ricorda a Manco che dal cartello non ci si dimette con una lettera

Daniel Zovatto interpreta Rodriguez come la personificazione più diretta della minaccia criminale. Finché il denaro circola correttamente, Manco può permettersi di mantenere l’illusione di essere un imprenditore che svolge semplicemente qualche attività parallela. Quando quei soldi scompaiono, Rodriguez gli ricorda immediatamente che il rapporto con il cartello non è una normale collaborazione commerciale dalla quale ci si possa ritirare con un preavviso.

Le sue minacce sono importanti perché trasformano la perdita economica in una questione di sopravvivenza. Manco non deve recuperare il denaro perché gli dispiaccia aver perso l’incasso del locale, ma perché appartiene a persone che considerano il mancato pagamento un problema da risolvere attraverso metodi molto differenti da quelli di una banca. Il protagonista si trova quindi nella situazione paradossale di dover dimostrare ancora una volta la propria affidabilità criminale proprio mentre sta cercando di cessare di esserlo.

Quando Manco riesce infine a liberarsi di Rodriguez e degli uomini che lo circondano, arrivando a incendiare la casa e a eliminare quella minaccia, il film sembra per qualche istante aver risolto il proprio conflitto principale. Se il cartello era il motivo per cui non poteva andarsene e il cartello non rappresenta più il pericolo immediato, che cosa gli impedisce semplicemente di prendere Sunny e sparire? La risposta dimostra quanto ormai il caos sia diventato più grande della causa che lo aveva generato.

Eliminato il cartello, restano FBI, polizia corrotta e due rapinatori che non sanno fermarsi

Manco ha risolto un problema soltanto per scoprire che nel frattempo ne sono nati almeno altri tre. L’FBI continua a osservare il locale attraverso Carver, Slosser deve proteggere sé stesso e i propri ricatti, mentre Jeff e Carrie sono ormai troppo coinvolti per tornare tranquillamente alle rispettive vite. Il film cambia così natura: non si tratta più soltanto di recuperare i soldi del cartello, ma di sopravvivere alle conseguenze prodotte dalla loro scomparsa.

Jeff e Carrie decidono inoltre che due rapine evidentemente non siano sufficienti. Il terzo colpo porta direttamente al locale di Manco e permette finalmente a tutte le traiettorie costruite fino a quel momento di convergere nello stesso spazio. Quello che per il protagonista doveva essere semplicemente un bene da vendere diventa il luogo nel quale criminalità organizzata, improvvisazione, corruzione e indagine federale finiscono per collidere.

È il momento nel quale The Get Out abbraccia definitivamente la propria natura di crime comedy. La plausibilità deve concedere parecchio al piacere dell’incastro e non tutte le svolte possiedono la stessa precisione, ma la progressiva convergenza funziona perché Borte ha costruito personaggi che sembrano incapaci di comprendere quando sia arrivato il momento di fermarsi. Ogni volta che potrebbero limitare i danni, scelgono invece la decisione che produce il problema successivo.

Bear Country significa qualcosa di più di un semplice vecchio orso

Anche il sottotitolo Bear Country, utilizzato nell’edizione italiana, acquista un significato più preciso se ricondotto al luogo nel quale si svolge la storia. Siamo in California, una terra storicamente legata alla presenza degli orsi e che conserva ancora oggi il grizzly sulla propria bandiera. Borte rende questo riferimento parte del racconto fin dall’incontro fra Manco e Carver allo zoo, davanti alla statua dedicata a un orso morto, immagine che apparentemente sembra soltanto caratterizzare il luogo ma che tornerà nel finale.

Naturalmente è possibile riconoscere anche un’associazione con Manco. Crowe possiede la fisicità di un uomo che potrebbe sembrare un vecchio orso arrivato alla fine del proprio territorio, ancora pericoloso ma ormai più interessato a essere lasciato in pace che a dimostrare la propria forza. Sarebbe però riduttivo trasformare Bear Country soltanto nel soprannome implicito del protagonista, perché il motivo nasce prima di tutto dalla California e viene utilizzato dal film come elemento circolare.

Il ritorno dell’orso nel finale completa così una piccola traiettoria simbolica che accompagna quella di Manco. Qualcosa che sembrava appartenere al passato può ricomparire, mentre qualcosa che sembrava ormai destinato a morire può rivelarsi sorprendentemente resistente. È un’immagine semplice, ma possiede più senso del titolo principale scelto per la distribuzione italiana.

The Get Out racconta il film molto meglio di La vendetta perfetta

Il titolo originale diventa infatti fondamentale per comprendere ciò che accomuna personaggi apparentemente lontanissimi. The Get Out indica prima di tutto una via d’uscita. Manco vuole uscire dalla criminalità, vendere il locale e trasferirsi con Sunny. Jeff vuole uscire dal ricatto di Slosser. Persino chi opera dall’altra parte della legge cerca di portare a termine la propria operazione e chiudere una situazione che continua a generare nuove complicazioni.

Il paradosso è che tutti cercano di liberarsi attraverso azioni che li rendono ancora più prigionieri. Manco deve continuare a comportarsi da criminale per riuscire a smettere di esserlo; Jeff deve commettere reati per evitare che vengano rivelati quelli precedenti; Carrie cerca nel crimine una fuga dalla propria vita ordinaria e finisce per trasformare quella fuga in una trappola. Persino Slosser, che inizialmente sembra controllare Jeff, scopre progressivamente di essere diventato ostaggio del sistema di ricatti che ha costruito.

Questa è probabilmente l’idea più interessante del film. Nessuno desidera realmente conquistare qualcosa di enorme. Quasi tutti vogliono soltanto arrivare al punto in cui possano dormire tranquilli la notte, ma per raggiungerlo continuano a compiere esattamente le azioni che rendono quella tranquillità impossibile. Il crimine non viene quindi raccontato come una strada verso il potere, bensì come un ambiente dal quale tutti vorrebbero trovare l’uscita di sicurezza.

E allora la vendetta perfetta, precisamente, quale sarebbe?

È qui che il titolo italiano diventa quasi comico. La vendetta perfetta promette una storia che il film non racconta. Manco non sta cercando vendetta contro qualcuno, Jeff non sta cercando vendetta, Carrie certamente non organizza le rapine per regolare un conto personale e Carver vuole arrivare al cartello nell’ambito della propria operazione federale. Persino quando Manco reagisce violentemente, la sua azione nasce dalla necessità di sopravvivere e liberarsi degli ostacoli che gli impediscono di andarsene.

Naturalmente in un crime movie fatto di rapine, minacce e sparatorie è possibile individuare momenti di ritorsione. Ma una ritorsione non trasforma automaticamente un’intera storia in un racconto di vendetta. Se il film si fosse intitolato così anche in origine, si potrebbe almeno discutere di una lettura metaforica; sapendo invece che Derrick Borte lo ha chiamato The Get Out, la distanza tra ciò che il film racconta e ciò che la distribuzione italiana promette diventa ancora più evidente.

Il risultato è uno di quei curiosi casi nei quali il titolo localizzato sembra cercare un richiamo commerciale più immediato sacrificando il significato dell’opera. La vendetta perfetta suona come un action con Russell Crowe pronto a regolare i conti con chi gli ha fatto un torto. The Get Out racconta invece precisamente l’uomo che vediamo sullo schermo: uno che non vuole regolare i conti con il mondo, ma chiuderli una volta per tutte e andarsene.

Point Break, Le Iene e un cinema che continua a nutrirsi di cinema

Borte non nasconde l’appartenenza del film a una tradizione precisa. The Get Out guarda al crime degli anni Novanta, a Point Break, a Le Iene e a quel cinema nel quale criminali professionisti e dilettanti, poliziotti corrotti, donne imprevedibili e uomini apparentemente ordinari potevano essere messi nella stessa storia fino a produrre una miscela di violenza e commedia nera. Non cerca realmente di reinventare quella tradizione, ma sembra divertirsi a rimetterne in circolo codici e archetipi.

L’elemento più interessante rimane il modo in cui Point Break entra direttamente nella psicologia di Carrie. Non siamo soltanto davanti a Derrick Borte che cita Kathryn Bigelow per strizzare l’occhio allo spettatore cinefilo. È il personaggio stesso ad avere assimilato quel cinema e a utilizzarlo come modello comportamentale, dimostrando quanto le immagini possano continuare a generare altre immagini, altre fantasie e altri racconti molto tempo dopo la loro creazione.

Dopo più di un secolo, il cinema continua inevitabilmente a dialogare con sé stesso. Il rischio è trasformare ogni nuovo film in una collezione di riferimenti, ma The Get Out evita almeno in parte il problema perché fa della cinefilia di Carrie un tratto caratteriale. Lei non cita Point Break per dimostrare di conoscere Point Break: organizza una rapina in quel modo perché vorrebbe provare sulla propria pelle l’eccitazione che quel film le ha fatto immaginare.

Il grande insabbiamento finale chiede allo spettatore un ultimo atto di fede

La fuga verso l’aeroporto rappresenta il punto nel quale il titolo originale diventa finalmente quasi letterale. Manco e Sunny devono realmente andarsene mentre attorno a loro convergono l’FBI, la polizia corrotta e le conseguenze di tutto ciò che è successo. Non esiste più la possibilità di un ritiro ordinato: bisogna scappare prima che qualcuno riesca a chiudere definitivamente l’unica porta rimasta aperta.

Carver assume qui un’importanza decisiva e il film sceglie di risolvere la propria enorme matassa attraverso un insabbiamento che richiede allo spettatore una disponibilità considerevole. Dopo rapine, morti, cartello, poliziotti corrotti, un’operazione federale e un locale trasformato nel centro di una guerra privata, tutto viene ricomposto con una facilità che appartiene molto più alla logica del pulp che a quella di un procedural. Carver consente infine a Manco di andarsene e il denaro nascosto nella casa permette al protagonista di trasformare una fuga disperata in qualcosa che assomiglia davvero a un nuovo inizio.

La soluzione è improbabile, ma sarebbe quasi incoerente pretendere proprio negli ultimi minuti quel realismo che il film ha progressivamente abbandonato. Borte ha costruito una macchina basata sull’accumulo, sull’eccentricità e sulle coincidenze, quindi anche l’uscita deve possedere qualcosa di sproporzionato. Il limite rimane evidente, perché una sceneggiatura più rigorosa avrebbe potuto far convergere gli stessi elementi con maggiore precisione, ma il tono permette almeno di accettare il finale come ultimo gesto di una commedia criminale che non ha mai voluto essere particolarmente sobria.

La deposizione di Carrie è l’ultima follia di una donna che vuole vivere dentro un film

Carrie riesce persino a trasformare la deposizione conclusiva in qualcosa che assomiglia a un epilogo romantico della propria avventura. Dopo aver partecipato alle rapine, iniziato una relazione con Jeff e perso al casinò il denaro che avrebbe dovuto salvarlo, racconta ciò che è successo attraverso una prospettiva che sembra appartenere soltanto a lei. Nina Dobrev rende credibile proprio questa capacità del personaggio di abitare una realtà leggermente diversa da quella di tutti gli altri.

La scena chiude coerentemente il rapporto fra Carrie e il cinema. Fin dall’inizio lei ha trasformato Point Break in un modello attraverso cui interpretare il crimine; alla fine trasforma ciò che ha vissuto in una storia attraverso cui interpretare sé stessa. In mezzo ci sono persone morte, denaro perso e una quantità considerevole di disastri, ma Carrie continua a conservare una specie di entusiasmo romantico per qualcosa che chiunque altro considererebbe semplicemente traumatico.

Dobrev funziona perché non cerca di normalizzarla. Carrie è eccessiva, irresponsabile e completamente imprevedibile, ma proprio questa energia impedisce al film di appiattirsi sul thriller tradizionale. Insieme alla disperazione sempre più esasperata di Aaron Paul, costruisce una coppia abbastanza assurda da rappresentare perfettamente il tono che Borte cerca, non sempre con successo, di mantenere per tutto il racconto.

Russell Crowe tiene insieme un film che ama complicarsi la vita

Alla fine è però Russell Crowe a impedire che la quantità di sottotrame faccia perdere completamente il centro. L’attore non interpreta Manco come una macchina da guerra che aspettava soltanto il pretesto per tornare a uccidere. È più interessante il contrario: potrebbe ancora essere molto pericoloso, ma preferirebbe sinceramente non doverlo dimostrare. Ogni nuova complicazione sembra quasi offenderlo perché allontana ulteriormente quella tranquillità che aveva finalmente deciso di concedersi.

Crowe possiede inoltre la presenza necessaria per rendere credibile il profilo perfetto di Manco. Può apparire contemporaneamente come un uomo d’affari rispettabile e come qualcuno che ha trascorso abbastanza tempo vicino alla criminalità da sapere esattamente cosa fare quando la situazione precipita. La sua età non viene nascosta, perché costituisce parte essenziale del personaggio: il principio d’infarto, la stanchezza e il desiderio di smettere acquistano senso proprio perché stiamo guardando un uomo che non ha più bisogno di dimostrare di poter vivere al limite.

È una prestazione meno appariscente di altre interpretazioni recenti di Crowe, ma perfettamente funzionale al film. Quando tutto attorno a lui diventa sempre più assurdo, Manco rimane il punto relativamente stabile attraverso cui possiamo misurare l’assurdità degli altri. E quando anche lui perde la pazienza, sappiamo che probabilmente qualcuno ha davvero oltrepassato il limite.

La vendetta perfetta è un crime irregolare, ma sa ancora divertirsi con il genere

La vendetta perfetta – Bear Country non possiede la precisione dei migliori film ai quali guarda. La sceneggiatura accumula personaggi e sottotrame, il tono oscilla fra minaccia reale e commedia nera e alcuni passaggi conclusivi richiedono una sospensione dell’incredulità particolarmente generosa. È comprensibile che una parte della critica abbia individuato proprio in questa dispersione il limite maggiore dell’operazione, perché non sempre tutti gli ingranaggi girano alla stessa velocità.

Eppure esiste anche qualcosa di piacevolmente anacronistico nella sua stessa esistenza. È un crime di media scala per adulti, popolato da attori riconoscibili e personaggi imperfetti, che non deve preparare sequel, universi narrativi o mitologie future. Vuole raccontare una settimana disastrosa nella vita di persone che prendono pessime decisioni, lasciando che Russell Crowe, Aaron Paul, Nina Dobrev, Teresa Palmer e Luke Evans si muovano dentro un meccanismo di ricatti e coincidenze.

Il risultato è imperfetto, ma divertente. Aaron Paul recupera magnificamente quella disperazione che gli conosciamo, Nina Dobrev sembra divertirsi enormemente nel trasformare Carrie in una mina vagante e Luke Evans possiede abbastanza ambiguità da rendere Carver sospetto anche mentre canta Suspicious Minds. Crowe, soprattutto, offre al film un protagonista che ha già capito la lezione che tutti gli altri devono ancora imparare: prima o poi bisogna sapere quando è arrivato il momento di smettere.

La vendetta non c’è. La fuga, invece, è sempre stata davanti ai nostri occhi

È probabilmente questa la sensazione che rimane una volta finito il film. Il titolo italiano continua a promettere una vendetta che nessuno sembra davvero interessato a compiere, mentre il titolo originale aveva già spiegato tutto prima ancora che cominciasse la storia. The Get Out è un film sull’uscita, sul tentativo di liberarsi da una vita diventata insostenibile e sulla difficoltà di chiudere con il crimine quando ogni relazione costruita attraverso di esso continua a reclamare qualcosa.

Manco vuole vendere e sparire. Jeff vuole liberarsi dal ricatto. Carrie vuole evadere dalla banalità attraverso un’immagine cinematografica della criminalità. Slosser cerca di proteggere il proprio sistema corrotto e Carver vuole arrivare alla conclusione dell’operazione che lo ha portato vicino al locale. Persino quando desiderano cose differenti, tutti condividono la necessità di raggiungere un punto oltre il quale ciò che stanno vivendo possa finalmente terminare.

Forse è proprio questo a rendere tanto assurda la scelta italiana. Bear Country possiede almeno un rapporto con la California, con il simbolo dell’orso e con il motivo visivo che apre e chiude il film. The Get Out contiene invece il cuore tematico della storia. La vendetta perfetta non contiene praticamente nessuna delle due cose.

Alla fine Russell Crowe non ha bisogno di vendicarsi. Ha bisogno di prendere Sunny, raggiungere l’aeroporto e lasciarsi alle spalle un mondo nel quale ogni tentativo di sistemare un problema ne ha generati altri due. Dopo due rapine, un cartello, un poliziotto corrotto, l’FBI, una guardia troppo affezionata alla cocaina, un’app di meditazione completamente inutile e Carrie che pensa ancora di vivere dentro Point Break, la vera vittoria non consiste nel regolare i conti: ma nel riuscire finalmente ad andarsene.

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