Macon Blair e Peter Dinklage costruiscono una commedia horror dove il cattivo gusto diventa uno strumento per raccontare un mondo ancora più disgustoso del suo protagonista

Dalla Troma al 2025 senza diventare improvvisamente rispettabili

Ci sono film davanti ai quali la ricerca della misura sarebbe semplicemente un errore. The Toxic Avenger appartiene senza alcun dubbio a questa categoria. Macon Blair riprende l’omonimo cult del 1984 di Michael Herz e Lloyd Kaufman e comprende subito quale sia il rischio maggiore dell’operazione. Non quello di esagerare, ma quello di diventare improvvisamente rispettabile.

Toxie nasce infatti dentro l’universo della Troma, casa di produzione che ha trasformato povertà produttiva, cattivo gusto, provocazione, sesso, gore e anarchia cinematografica in un’identità precisa. Quarant’anni dopo sarebbe impossibile riprodurre esattamente quel contesto. Blair dispone di mezzi superiori e soprattutto di un cast nel quale compaiono Peter Dinklage, Taylour Paige, Kevin Bacon, Elijah Wood e Jacob Tremblay. Il nuovo film è inevitabilmente più curato, più costoso e tecnicamente più controllato. Eppure prova continuamente a comportarsi come se nessuno gli avesse spiegato che nel frattempo è diventato una produzione importante.

È proprio questa contraddizione a renderlo irresistibile. The Toxic Avenger appare spesso come un film di serie B al quale qualcuno ha consegnato molti più soldi del necessario, dimenticandosi però di spiegargli come avrebbe dovuto spenderli responsabilmente. Macon Blair utilizza quella libertà per costruire un’opera volutamente sgraziata, esagerata e orgogliosamente stupida. Soprattutto, non tenta mai di nobilitare Toxie cancellando ciò che lo aveva reso un’icona del cinema trash.

Winston Gooze: prima del mostro esiste già una vittima

La scelta più importante compiuta da Blair consiste però nel dare al protagonista una ragione emotiva per esistere. Winston Gooze, interpretato da Peter Dinklage prima della trasformazione e doppiato dall’attore nella sua forma mutante, è un uomo che sembra aver imparato a occupare meno spazio possibile. Lavora come custode per la BTH, vive con il figliastro Wade e scopre di essere gravemente malato. Curarsi costa troppo e l’assicurazione aziendale non è disposta a coprire l’intervento necessario.

La premessa potrebbe sembrare quasi sproporzionatamente seria per ciò che arriverà dopo. In realtà è fondamentale. Prima ancora che Winston cada nei rifiuti tossici, il film ha già stabilito quale sia il vero mostro della storia. Esiste un sistema nel quale un essere umano può lavorare, rispettare le regole e continuare comunque a non valere abbastanza perché qualcuno ritenga economicamente conveniente salvarlo.

La rabbia di The Toxic Avenger nasce da qui. Non viene sviluppata attraverso grandi discorsi politici e non pretende di diventare una sofisticata analisi del capitalismo contemporaneo. Blair preferisce tradurre quella frustrazione nel linguaggio più coerente possibile con la Troma. Se il mondo è diventato tanto osceno da stabilire un prezzo oltre il quale una vita non merita di essere salvata, la risposta del film consiste nel renderlo letteralmente osceno.

Da quel momento il sangue può iniziare a scorrere.

Una quantità di violenza talmente assurda da diventare liberatoria

Ed è qui che The Toxic Avenger comincia veramente a divertirsi. Macon Blair non utilizza la violenza come semplice dimostrazione di brutalità. La trasforma in un gigantesco spettacolo di cattivo gusto nel quale ogni morte deve superare quella precedente per inventiva, assurdità e quantità di fluidi corporei sparsi sullo schermo.

Toxie non si limita a eliminare i propri avversari. Li distrugge. Il suo mocio diventa contemporaneamente arma, simbolo e strumento attraverso il quale il film può inventare mutilazioni sempre più improbabili. Corpi vengono spezzati, perforati e ridotti a materiale organico. Le budella smettono molto rapidamente di appartenere all’interno delle persone. Blair porta il gore verso una dimensione talmente sproporzionata da impedire quasi sempre che diventi realmente disturbante.

La scelta è fondamentale. The Toxic Avenger non cerca la violenza realistica di un horror che vuole traumatizzare lo spettatore. Cerca piuttosto quella di un cartone animato realizzato con carne, lattice e sangue. Lo stesso Blair ha raccontato quanto gli effetti pratici e le gag corporee più assurde abbiano rappresentato una componente importante dell’operazione. Alcune aggiunte furono realizzate appositamente per aumentare ulteriormente l’eccesso del film.

Il risultato produce esattamente quella reazione che un film simile dovrebbe cercare. Si guarda lo schermo con gli occhi sgranati, ci si domanda quanto oltre possa ancora spingersi e pochi minuti dopo arriva inevitabilmente la risposta. Può spingersi ancora più oltre.

Il gore funziona perché dietro ogni massacro rimane una rabbia precisa

Sarebbe però riduttivo considerare questa carneficina soltanto un’esibizione tecnica. La violenza possiede un bersaglio. The Toxic Avenger parla di avidità aziendale, sfruttamento, inquinamento e di una società nella quale chi possiede denaro può trasformare perfino la salute degli altri in una variabile economica. Anche le letture critiche meno entusiaste hanno riconosciuto la presenza di questa componente antisistema, pur discutendo quanto efficacemente il nuovo film riesca a conservarla rispetto all’originale Troma.

Winston diventa quindi un vendicatore perché prima è stato una vittima. La trasformazione fisica rende semplicemente visibile qualcosa che esisteva già. Era considerato insignificante quando possedeva un corpo normale. Soltanto diventando mostruoso acquisisce la forza necessaria per opporsi alle persone apparentemente rispettabili che avevano deciso quanto valesse la sua vita.

Qui emerge la goccia di profondità che permette al film di funzionare anche quando la sua stupidità raggiunge livelli magnifici. Toxie è grottesco all’esterno, mentre buona parte dei suoi avversari lo è moralmente. Blair non ha bisogno di trasformare questa opposizione in una metafora particolarmente sottile. La rende evidente e poi la utilizza per alimentare il divertimento.

Il film può quindi permettersi di essere profondamente arrabbiato senza diventare pesante. La satira passa attraverso l’eccesso. Il capitalismo selvaggio non viene affrontato attraverso un trattato economico, ma attraverso un mostro radioattivo armato di mocio che riduce in poltiglia chiunque gli capiti davanti. Incredibilmente, per il mondo della Troma, è una forma di argomentazione perfettamente coerente.

Kevin Bacon ed Elijah Wood: il potere può essere ancora più deforme di Toxie

Kevin Bacon comprende perfettamente il film nel quale si trova. Il suo Bob Garbinger è il volto del potere aziendale che ha contribuito a distruggere Winston prima ancora della sua trasformazione. Bacon non cerca alcuna sfumatura capace di rendere il personaggio più rispettabile. Ne esaspera avidità, narcisismo e meschinità, costruendo un antagonista che appartiene naturalmente alla stessa realtà deformata nella quale si muove Toxie.

Elijah Wood porta invece Fritz Garbinger verso una direzione ancora più grottesca. Il suo aspetto è già una dichiarazione d’intenti e la performance lavora sulla fisicità, sull’eccentricità e su un’inquietudine che sembra provenire da qualche angolo particolarmente malato del cinema di genere. Non è difficile capire perché la sua trasformazione sia diventata uno degli elementi più commentati del film.

La cosa interessante è che nessuno dei due tenta di costruire un contrasto realistico con il protagonista. Sarebbe stato controproducente. Se Toxie appartiene a un universo deforme, anche chi gli sta intorno deve progressivamente adattarsi alla stessa grammatica.

Bacon ed Elijah Wood lo fanno con evidente piacere. I loro personaggi permettono inoltre al film di ribaltare continuamente la percezione della mostruosità. Winston possiede l’aspetto più terrificante, ma non è necessariamente la creatura peggiore presente sullo schermo. Più la storia procede, più diventa difficile non considerare il suo corpo mutante quasi rassicurante rispetto agli esseri umani che lo circondano.

Taylour Paige porta intelligenza dentro il caos

In mezzo a questo circo di mostri, criminali e dirigenti corrotti, J.J. Doherty offre al racconto un’altra forma di energia. Taylour Paige interpreta una whistleblower che cerca di esporre le attività della BTH e finisce inevitabilmente coinvolta nella storia di Winston. La sua presenza impedisce soprattutto che Toxie diventi l’unica forma possibile di opposizione al sistema.

J.J. combatte prima attraverso l’informazione. Cerca prove, comprende ciò che sta accadendo e prova a portarlo alla luce. Winston rappresenta invece la conseguenza fisica di ciò che quel sistema produce quando ogni altra possibilità di difesa viene meno. Sono due reazioni differenti alla stessa corruzione.

Paige riesce inoltre a conservare una notevole asciuttezza anche quando tutto intorno a lei diventa completamente folle. Il contrasto funziona molto bene sul piano comico. Invece di competere con l’eccesso degli altri interpreti, spesso lo osserva e reagisce come se fosse perfettamente consapevole dell’idiozia della situazione.

Proprio questa diversità di registri aiuta il film. The Toxic Avenger è deliberatamente caotico, ma non tutti devono urlare nella stessa direzione. Paige offre una presenza più concreta e permette a Blair di conservare almeno un punto di contatto con la realtà mentre il resto della storia precipita felicemente nel delirio.

Peter Dinklage trova un uomo sotto chili di materiale tossico

Il contributo di Peter Dinklage è fondamentale soprattutto perché impedisce a Winston di diventare soltanto la premessa necessaria alla nascita del mostro. Prima della mutazione deve esistere un uomo per il quale valga la pena provare qualcosa. Dinklage lavora proprio su questa fragilità, costruendo un personaggio stanco, malato e schiacciato da una quotidianità nella quale sembra avere pochissimo controllo.

Il rapporto con Wade, interpretato da Jacob Tremblay, aggiunge al film quella componente affettiva che sulla carta potrebbe sembrare incompatibile con il resto. Invece funziona proprio perché non pretende di dominare il racconto. Tra una mutilazione e una battuta disgustosa continua a esistere un padre che vorrebbe semplicemente riuscire a esserci per suo figlio.

È questo elemento a impedire al film di trasformarsi in un puro catalogo di atrocità. L’empatia costruita nella prima parte sopravvive alla trasformazione. Il corpo di Winston cambia radicalmente, ma le sue motivazioni rimangono comprensibili. Toxie può quindi compiere azioni completamente assurde senza perdere del tutto la propria umanità.

Il paradosso è perfettamente coerente con il film. Più Winston diventa mostruoso nell’aspetto, più diventa evidente quanto fosse disumano il mondo che lo circondava già prima dell’incidente.

Macon Blair gira un film sporco con una regia molto meno sporca di quanto sembri

Dietro l’apparente anarchia esiste inoltre una regia molto più controllata di quanto The Toxic Avenger voglia far credere. Macon Blair conosce perfettamente il cinema di genere e sa quando mostrare l’effetto, quando interromperlo e soprattutto quanto prolungare una gag prima che diventi insostenibile.

La messa in scena conserva volutamente una qualità fumettistica. I colori, le scenografie e il design di Toxie costruiscono una realtà deformata nella quale la componente artificiale non deve essere nascosta. Anche gli effetti più disgustosi funzionano proprio perché possiedono spesso qualcosa di apertamente artigianale. Il film vuole far percepire la materia.

Questa scelta lo distingue da molto cinema contemporaneo nel quale il gore viene affidato interamente alla pulizia dell’effetto digitale. Qui sangue, protesi e corpi devono avere peso. Persino quando interviene la CGI, l’obiettivo rimane conservare quella sensazione di qualcosa che potrebbe sporcare realmente il pavimento.

È anche uno dei motivi per cui la violenza riesce a essere tanto divertente. Lo spettatore non osserva soltanto ciò che accade. Finisce per interrogarsi su come sia stato realizzato. L’effetto speciale torna quindi a essere parte dello spettacolo e non soltanto uno strumento invisibile necessario a completarlo.

Blair riesce così in un’operazione tutt’altro che semplice: realizza un film tecnicamente molto più competente del modello originale senza eliminare completamente la sensazione che qualcuno stia facendo qualcosa che probabilmente non dovrebbe fare.

Essere stupidi richiede una certa intelligenza

Il vero rischio di The Toxic Avenger sarebbe stato confondere il cinema volutamente stupido con il cinema scritto male. Non sono la stessa cosa. Blair costruisce battute idiote, personaggi assurdi e situazioni deliberatamente demenziali, ma possiede quasi sempre il controllo del tono. Sa che cosa vuole ottenere quando introduce un dettaglio disgustoso e comprende perfettamente quanto sia importante non spiegare troppo una gag. L’idiozia diventa quindi una scelta estetica.

È anche il motivo per cui il film può passare dalla malattia di Winston a una mutilazione grottesca senza sembrare appartenere completamente a due opere differenti. Il collante è una visione del mondo nella quale la realtà stessa è già sufficientemente assurda da rendere plausibile persino Toxie.

Non tutte le battute funzionano e qualche momento insiste oltre il necessario. Una parte della critica ha inoltre rimproverato a Blair di avere trasformato la vera anarchia produttiva della Troma in qualcosa di inevitabilmente più elegante e mainstream. È un’obiezione sensata. Con un cast simile e una produzione Legendary, sarebbe praticamente impossibile ricreare davvero l’energia clandestina dell’originale.

La differenza è che Blair sembra saperlo. Non tenta di rifare il 1984 fingendo che quarant’anni di cinema di genere non siano trascorsi. Cerca piuttosto di capire quale forma potrebbe assumere oggi quella stessa volontà di oltrepassare il limite.

The Toxic Avenger è disgustoso, violento e meravigliosamente libero

Alla fine è difficile uscire da The Toxic Avenger senza chiedersi come un film simile sia riuscito davvero ad arrivare sullo schermo con un cast di questo livello. La sua distribuzione è stata peraltro tutt’altro che semplice: dopo la presentazione ai festival nel 2023, il film ha dovuto attendere fino al 2025 per raggiungere regolarmente le sale. La sua natura eccentrica e la violenza estrema contribuirono alle difficoltà nel trovare una distribuzione adeguata.

Vederlo oggi rende quella storia ancora più divertente. Macon Blair ha realizzato un’opera che non vuole essere elegante, moderata o universalmente digeribile. Possiede una sensibilità più tenera di quanto suggeriscano i litri di sangue utilizzati, ma non sfrutta quella tenerezza per addomesticare il resto.

La storia di Winston conserva una piccola ma importante profondità. Parla di malattia, paternità, dignità e soprattutto della rabbia di chi scopre che il proprio valore umano è stato trasformato in un calcolo economico. Intorno a questo nucleo Blair costruisce però una carneficina allegra, irresponsabile e felicemente esagerata.

Peter Dinklage offre al protagonista l’umanità necessaria. Taylour Paige mantiene una presenza concreta dentro il delirio. Kevin Bacon ed Elijah Wood comprendono che la parola moderazione non appartiene al vocabolario del film. Tutto il resto viene affidato a Toxie, al suo mocio e alla quantità di anatomia umana che Macon Blair decide di distribuire sullo schermo.

Il risultato non è raffinato e non vuole esserlo. Non è neppure destinato a piacere a tutti, come dimostra una ricezione critica che, pur prevalentemente favorevole, ha discusso molto la distanza tra questa versione e l’anarchia dell’originale Troma.

Ma proprio in un cinema commerciale sempre più attento a non disturbare nessuno, vedere un film disposto a essere così scellerato, così sanguinario, così disgustoso e così orgogliosamente stupido produce una strana forma di entusiasmo.

The Toxic Avenger possiede abbastanza cuore da farci interessare a Winston e abbastanza cattivo gusto da non permetterci mai di dimenticare che siamo venuti a vedere Toxie.

Per fortuna, quando arriva Toxie, il cuore continua a esserci.

Semplicemente, qualche volta finisce fuori dal torace.

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