Olivia Wilde parte da una storia già portata più volte al cinema e dimostra quanto un remake possa avere ancora senso quando a cambiare non è soltanto il cast ma lo sguardo

I vicini del piano di sopra fanno troppo rumore. Il vero problema è il silenzio di quelli di sotto

Joe e Angela sono sposati da anni, hanno una figlia adolescente e abitano in un bell’appartamento di San Francisco. Non sembrano vivere una crisi matrimoniale spettacolare. Nessuno tradisce apertamente l’altro, non ci sono piatti lanciati contro le pareti e apparentemente non esiste nemmeno un singolo evento abbastanza grave da giustificare la fine del matrimonio. Ed è precisamente questo a rendere la loro situazione così riconoscibile.

Il loro rapporto si è consumato attraverso qualcosa di molto meno cinematografico e forse molto più pericoloso: l’abitudine. Joe e Angela conoscono perfettamente i rispettivi difetti, anticipano le battute dell’altro, sanno quali parole utilizzare per irritarsi e possiedono quella particolare capacità delle coppie di lunga durata di ferirsi senza nemmeno dover alzare la voce. Non fanno sesso da circa un anno, ma persino questo sembra ormai essere diventato un dato amministrativo del matrimonio.

Pína e Hawk, invece, fanno sesso. Molto. E soprattutto abbastanza rumorosamente, perché Joe e Angela possano sentirli attraverso il soffitto. Angela decide allora di invitarli a cena, trasformando quello che dovrebbe essere un incontro fra vicini in una delle serate più disastrose e salutari che il loro matrimonio potesse desiderare.

La premessa è quasi perfetta perché contiene già l’intero film. La coppia del piano di sotto sente continuamente il desiderio della coppia del piano di sopra. Prima ancora di conoscerli, Pína e Hawk sono la manifestazione acustica di qualcosa che Joe e Angela hanno perduto.

The Invite parla continuamente di sesso, ma quasi mai soltanto di sesso

È facilissimo vendere The Invite attraverso la provocazione centrale. Due vicini sessualmente disinibiti entrano nella casa di una coppia in crisi e, a un certo punto, mettono sul tavolo una proposta capace di far precipitare la serata. La commedia sessuale è lì, funziona magnificamente e Olivia Wilde non prova certamente a nasconderla.

Ma il sesso è soprattutto un detonatore. Pína e Hawk non sconvolgono Joe e Angela perché fanno qualcosa di proibito. Li sconvolgono perché sembrano possedere una libertà che loro non hanno più. Si toccano, si desiderano, parlano apertamente e soprattutto riescono a formulare senza imbarazzo cose che i padroni di casa hanno progressivamente smesso persino di pensare.

È qui che la commedia diventa molto più interessante. Joe può giudicare la loro vita sessuale, ironizzare, difendersi attraverso il sarcasmo e trasformare Hawk nel bersaglio perfetto della propria insofferenza. Tuttavia, più cerca di dimostrare quanto siano ridicoli i vicini, più diventa evidente che il problema non riguarda loro.

Ma Pìna e Hawk funzionano. Non necessariamente secondo le regole di Joe e Angela, né secondo quelle dello spettatore, ma hanno trovato una maniera di parlarsi e desiderarsi che la coppia protagonista non possiede più.

La proposta indecente diventa allora quasi secondaria. Il vero scandalo per Joe e Angela non è scoprire che esistono persone disposte a vivere il sesso diversamente da loro. È scoprire che quelle persone sembrano stare meglio.

Seth Rogen è divertentissimo proprio perché Joe non vuole esserlo

Seth Rogen possiede un personaggio perfetto. Joe potrebbe essere insopportabile: frustrato, sarcastico, passivo-aggressivo, convinto di essere più intelligente delle persone che ha davanti e abbastanza abile verbalmente da trasformare qualsiasi conversazione in un sistema difensivo.

Rogen gli permette invece di essere esilarante senza chiedere al pubblico di assolverlo. Molte delle risate nascono precisamente dal fatto che Joe utilizza l’umorismo per impedire a qualsiasi conversazione di diventare seria. È il personaggio che probabilmente saprebbe raccontare meglio di tutti perché il proprio matrimonio non funziona e contemporaneamente quello meno disposto ad affrontarlo davvero.

La sua storia professionale completa perfettamente il quadro. Joe possiede un rapporto frustrato con la musica, con quello che avrebbe potuto diventare e con la distanza fra le aspirazioni giovanili e la persona che è adesso. La crisi matrimoniale non è quindi separabile da quella individuale: è difficile desiderare qualcun altro quando abbiamo smesso di desiderare persino la nostra stessa vita.

Rogen lavora benissimo su questa mediocrità dolorosamente umana. Joe non è un fallito e non è una cattiva persona. È qualcuno che ha progressivamente imparato a trasformare la delusione in ironia, finché l’ironia è diventata il linguaggio principale attraverso cui comunica, persino con la donna che ama.

E proprio perché fa ridere così tanto, quando finalmente smette di farlo, il film cambia temperatura.

Olivia Wilde mette Angela davanti alla vita che non ha vissuto

Angela è ancora più interessante perché apparentemente possiede una consapevolezza maggiore della crisi. È lei a invitare i vicini, lei a forzare l’incontro e lei a sembrare inizialmente più curiosa nei confronti della loro libertà. Ma curiosità e coraggio non sono la stessa cosa, e The Invite utilizza magnificamente la serata per capire fino a che punto Angela sia davvero pronta a mettere in discussione ciò che ha costruito.

La Wilde attrice lavora molto bene con la Wilde regista. Non cerca di rendere Angela automaticamente la persona più lucida della stanza soltanto perché il film adotta spesso il suo disagio come punto d’accesso. Anche lei possiede frustrazioni, rimpianti e una maniera personale di utilizzare il matrimonio come contenitore delle cose che non ha fatto.

Pína diventa inevitabilmente uno specchio. Non perché rappresenti semplicemente la donna sessualmente libera contrapposta alla moglie repressa, schema che renderebbe il film terribilmente più banale, ma perché Angela intravede in lei la possibilità che alcune scelte considerate definitive possano essere ridiscusse.

Ed è una possibilità molto più spaventosa di qualsiasi proposta sessuale: se siamo infelici perché non esistono alternative, possiamo sopportarlo. Ma se improvvisamente un’alternativa entra in casa nostra, beve il nostro vino e si siede sul nostro divano, dobbiamo cominciare a farci delle domande.

Penélope Cruz ed Edward Norton entrano nel film come provocazione e ne escono come persone

Pína e Hawk potrebbero facilmente rimanere due dispositivi narrativi. Sono belli, disinibiti, sessualmente attivi e apparentemente privi delle nevrosi che stanno divorando Joe e Angela. Arrivano quasi come creature provenienti da un altro universo matrimoniale, incaricate di sconvolgere l’ordine borghese della casa.

Ma progressivamente smettono di esserlo.

Penélope Cruz possiede la capacità perfetta di combinare sensualità, intelligenza e una forma quasi disarmante di naturalezza. Pína non sembra provocatoria perché voglia esserlo. Molte delle cose che mettono Angela e Joe in difficoltà appartengono semplicemente alla sua maniera di vivere, ed è proprio l’assenza di provocazione intenzionale a renderle ancora più destabilizzanti.

Edward Norton compie un lavoro forse ancora più sorprendente con Hawk. All’inizio sembra quasi costruito affinché Joe possa odiarlo: sicuro di sé, fisicamente rilassato, disponibile, sessualmente libero e apparentemente immune da qualsiasi complesso. Sarebbe facilissimo farne una caricatura del maschio alternativo soddisfatto di sé.

Poi cominciamo a vedere le crepe. Ed è lì che il quartetto diventa davvero magnifico, perché The Invite smette di opporre semplicemente una coppia infelice a una coppia felice. Non esiste la coppia che possiede la soluzione. Esistono quattro persone che hanno trovato compromessi differenti per continuare a vivere insieme.

La cena come ring

L’appartamento è fondamentale. Il film conserva la propria origine teatrale, ma Olivia Wilde sembra perfettamente consapevole del rischio di limitarsi a fotografare quattro grandi attori mentre recitano una sceneggiatura brillante.

La fotografia in 35mm di Adam Newport-Berra conferisce all’appartamento una consistenza calda, vissuta, quasi seducente. Gli oggetti raccontano Angela e Joe prima ancora che inizino a raccontarsi da soli, mentre finestre, porte e specchi permettono continuamente ai personaggi di osservarsi, evitarsi e ritrovarsi nella stessa inquadratura anche quando emotivamente sembrano lontanissimi.

Il montaggio di Yorgos Mavropsaridis comprende perfettamente il ritmo della conversazione. Una battuta non è divertente soltanto per ciò che contiene, ma per il momento in cui viene pronunciata, per la reazione che provoca e soprattutto per quel secondo di troppo nel quale qualcuno comprende che avrebbe dovuto tacere.

È una coreografia. Le persone si alzano dal tavolo, entrano in cucina, tornano nel soggiorno, si isolano, formano coppie differenti e improvvisamente rientrano nel gruppo. Lo spazio domestico diventa continuamente nuovo perché cambiano le alleanze. La casa è il luogo ideale non per contenere la crisi, ma per organizzarla.

Da Sentimental a Vicini di casa: questa cena l’abbiamo già vista

Ed eccoci all’elemento particolarmente interessante per il pubblico italiano. Guardando The Invite può emergere una sensazione di déjà-vu molto precisa, perché questa storia l’abbiamo letteralmente già vista.

Nel 2022 Paolo Costella ha diretto Vicini di casa con Claudio Bisio e Vittoria Puccini nei ruoli della coppia in crisi e Vinicio Marchioni e Valentina Lodovini in quelli dei vicini sessualmente più liberi. Anche lì: i rumori provenienti dal piano di sopra, l’invito, la cena e la proposta mettevano progressivamente a nudo il matrimonio dei protagonisti.

Ma Vicini di casa non era l’originale. Era già un remake di Sentimental, film spagnolo del 2020 scritto e diretto da Cesc Gay e derivato dalla sua pièce Los vecinos de arriba. Da quella stessa matrice sono nate versioni svizzere, francesi, coreane e infine quella statunitense della Wilde.

È un caso particolarmente interessante per ragionare sul significato stesso del remake. Se la storia rimane sostanzialmente la medesima, perché raccontarla ancora?

The Invite offre una risposta molto convincente: perché una situazione narrativa non coincide con il film che ne deriva.

Stessa cena, altro cinema

Il confronto con Vicini di casa rende immediatamente visibile ciò che Olivia Wilde aggiunge. La versione italiana tendeva maggiormente verso una commedia di situazione nella quale la provocazione sessuale costituiva il principale motore del progressivo smascheramento dei personaggi. Funzionava attraverso Bisio, Puccini, Marchioni e Lodovini e attraverso una riconoscibile grammatica della commedia italiana contemporanea.

Wilde parte dallo stesso dispositivo ma gli concede più aria, più sensualità e soprattutto una malinconia differente. San Francisco non è un semplice cambio geografico. La città porta con sé un immaginario di libertà sessuale, controculture e possibilità alternative di costruire relazioni; mettere proprio lì una coppia incapace ormai persino di toccarsi crea una contraddizione perfetta.

Anche la durata maggiore permette alle maschere di cadere più lentamente. L’interesse non sta soltanto nell’attesa della proposta sconveniente, ma nel continuo ribaltamento della percezione che abbiamo dei quattro protagonisti. Chi sembrava libero mostra una fragilità. Chi sembrava represso manifesta un desiderio. Chi sembrava aver compreso tutto si rivela incapace di comprendere la persona con cui vive.

Carnage, Bob & Carol & Ted & Alice e la grande tradizione delle persone costrette a parlarsi

La genealogia del film, del resto, va molto oltre Sentimental. È impossibile chiudere quattro adulti borghesi dentro un appartamento, lasciare che l’alcol abbassi progressivamente le difese e utilizzare la conversazione per smontarne l’identità senza pensare alla tradizione della commedia da camera.

Carnage rappresenta il riferimento più immediato. Ma The Invite appartiene anche alla tradizione delle commedie americane che hanno utilizzato sesso, matrimonio e liberalismo borghese per chiedersi quanto siamo davvero disposti a praticare la libertà che sosteniamo teoricamente di approvare. Bob & Carol & Ted & Alice rimane palesemente dietro questa cena, e ne si riconosce apertamente quella parentela.

Wilde aggiunge però qualcosa di molto contemporaneo. I suoi personaggi possiedono già il vocabolario della libertà. Non devono scoprire che esistono relazioni aperte, terapia, desideri non convenzionali o forme differenti di intimità. Vivono in un mondo che ha già normalizzato almeno linguisticamente moltissime di queste possibilità. Ma la questione è un’altra: sapere che una libertà esiste non significa essere capaci di viverla.

È facilissimo essere progressisti rispetto al sesso degli altri. Diventa molto più complicato quando quella libertà entra nella nostra camera da letto.

Il desiderio come prova di verità

La proposta di Pína e Hawk funziona quindi quasi come un esperimento. Non importa nemmeno che venga accettata. Nel momento in cui viene pronunciata, costringe tutti a dichiarare qualcosa.

Joe deve chiedersi perché la trovi tanto minacciosa. Angela deve capire se la propria curiosità sia desiderio o semplicemente nostalgia di una versione più libera di sé. Hawk deve confrontarsi con i limiti della sicurezza che ostenta. Pína deve fare i conti con ciò che la propria apertura non riesce comunque a risolvere.

Il sesso diventa uno strumento narrativo attraverso cui il film elimina progressivamente le cortesie. Nessuno può più nascondersi dietro la conversazione sui vicini rumorosi perché ormai tutti stanno parlando di ciò che desiderano e, soprattutto, di ciò che non desiderano più.

È per questo che The Invite riesce a essere contemporaneamente molto sexy e molto triste. Desiderare qualcuno significa anche ammettere che esiste ancora una parte di noi capace di desiderare. Non desiderare più la persona con cui abbiamo costruito una vita significa invece doverci domandare cosa sia rimasto quando quella parte è scomparsa.

Un film adulto nel senso migliore del termine

Si parla spesso della scomparsa del “cinema per adulti” intendendo film che non dipendano da franchise, universi condivisi o grandi proprietà intellettuali. The Invite ricorda che la definizione può avere un significato molto più semplice: un film che considera interessante vedere quattro adulti parlare dei propri desideri per quasi due ore.

Non perché ogni conversazione debba necessariamente produrre una grande rivelazione, ma perché Wilde e gli sceneggiatori comprendono quanto possano essere cinematografiche le piccole variazioni di potere all’interno di una stanza. Chi sta dominando la conversazione? Chi è stato ferito? Chi sta fingendo di ridere? Chi ha appena capito qualcosa che l’altro non sa ancora?

Il piacere del film nasce dal guardarli cambiare continuamente posizione. E nasce naturalmente dagli interpreti. Rogen, Wilde, Cruz e Norton possiedono quattro energie completamente differenti e il film ha l’intelligenza di non cercare di uniformarle. La comicità di Rogen non assomiglia a quella di Norton; la sensualità di Cruz non è quella di Wilde. Proprio questa dissonanza genera continuamente nuove combinazioni.

Quattro persone. Sei possibili coppie.

E quasi ogni volta che due di loro rimangono soli, scopriamo qualcosa di diverso.

Olivia Wilde trova forse la forma che le appartiene di più

Dopo Booksmart e soprattutto dopo il molto discusso Don’t Worry Darling, The Invite sembra anche chiarire qualcosa del cinema di Olivia Wilde. Non ha bisogno di un grande dispositivo fantascientifico per costruire tensione. Può bastarle una stanza.

La sua qualità migliore qui è la capacità di osservare gli attori senza trasformare il film in teatro filmato. C’è un’evidente fiducia nella sceneggiatura, ma anche una continua ricerca di movimento, dettagli, riflessi e distanze. Wilde sa quando avvicinarsi a un volto e quando invece lasciare che quattro persone condividano lo stesso spazio affinché siamo noi a decidere chi osservare.

Il 35mm contribuisce enormemente alla personalità dell’opera. In un’epoca in cui una commedia di dialoghi potrebbe facilmente assumere un’immagine televisiva, The Invite possiede invece una materialità quasi lussuosa. Non sembra mai considerarsi un film minore perché parla soltanto di quattro persone a cena. Ed è giusto così. Perché per quelle quattro persone quella cena è enorme.

La coppia felice non esiste. Esiste quella che continua a parlarsi

The Invite non sostiene che la monogamia sia fallita e che Pína e Hawk abbiano scoperto il segreto delle relazioni. Sarebbe una conclusione adolescenziale per un film che invece osserva gli adulti con molta più intelligenza.

Allo stesso modo, non utilizza la coppia aperta come una fantasia destinata inevitabilmente a essere smascherata affinché l’ordine tradizionale possa essere ristabilito. Entrambe le coppie possiedono contraddizioni. Entrambe hanno costruito compromessi. Entrambe nascondono qualcosa.

La differenza più significativa sembra stare altrove: nella capacità di continuare a guardare l’altra persona come qualcuno che non conosciamo completamente.

Il matrimonio di Joe e Angela si è fermato proprio quando hanno cominciato a credere di sapere già tutto l’uno dell’altra. Ogni frase viene anticipata, ogni difetto catalogato, ogni comportamento interpretato attraverso anni di precedenti. Non c’è più sorpresa perché non c’è più curiosità.

La cena distrugge questa certezza. E forse è proprio ciò di cui avevano bisogno.

The Invite dimostra perché rifare un film può ancora avere senso

Sappiamo da dove viene questa storia. Abbiamo Sentimental. Abbiamo avuto Vicini di casa. Esistono adattamenti francesi, svizzeri e coreani. In termini puramente narrativi, nessuno aveva bisogno di un’altra versione.

Eppure The Invite funziona magnificamente. Perché un remake non deve necessariamente giustificarsi inventando una trama differente. Può farlo trovando un ritmo, degli attori, uno spazio e soprattutto uno sguardo capaci di trasformare nuovamente il materiale.

Olivia Wilde prende una commedia da camera e la rende calda, sensuale, dolorosa e profondamente cinematografica. Seth Rogen trasforma il sarcasmo in una corazza. Penélope Cruz fa della libertà qualcosa di naturale anziché programmatico. Edward Norton smonta lentamente l’immagine dell’uomo che sembra aver risolto tutto. Wilde utilizza Angela per chiedersi quanto di una vita apparentemente stabile possa essere rimesso in discussione durante una sola serata.

E alla fine la famosa proposta indecente sembra quasi la cosa meno importante accaduta a quel tavolo. Perché The Invite non parla davvero di quattro persone che potrebbero andare a letto insieme.

Parla di qualcosa di molto più intimo: quattro persone costrette, per una sera, a smettere di recitare la versione di sé che avevano preparato per gli altri. E quando la porta finalmente si chiude, ciò che rimane non è lo scandalo del sesso. È una domanda molto più vicina ma assai più difficile:

dopo tanti anni insieme, siamo ancora curiosi della persona che abbiamo accanto?

Quella, molto più di qualsiasi invito, è la vera proposta indecente del film.

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