Coralie Fargeat trasforma Demi Moore e Margaret Qualley nelle due metà di una stessa ossessione. Un body horror furioso, grottesco e potentissimo sulla giovinezza, sullo sguardo maschile e sull’impossibilità di vincere una guerra combattuta contro il proprio corpo

Elisabeth Sparkle ha cinquant’anni. Per Hollywood possono bastare

Una stella sulla Walk of Fame viene inaugurata, fotografata, calpestata e progressivamente dimenticata. Bastano pochi minuti a Coralie Fargeat per raccontare un’intera carriera e, soprattutto, il meccanismo che governa The Substance. Prima vieni celebrata. Poi vieni consumata. Infine arriva qualcun altro.

Elisabeth Sparkle, interpretata da Demi Moore, è stata una star del cinema e conduce da anni un programma televisivo di fitness. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno scopre che Harvey, il produttore interpretato da Dennis Quaid, vuole sostituirla. Non perché abbia smesso di essere competente. Nemmeno perché il pubblico abbia necessariamente smesso di seguirla. È diventata semplicemente troppo vecchia per l’immagine che l’industria vuole vendere.

Fargeat non ha alcun interesse per la sottigliezza. Harvey mangia gamberi con una voracità disgustosa mentre comunica la decisione. Mastica, succhia, spezza gusci. Il corpo femminile viene trattato dall’industria come quel piatto: qualcosa da consumare finché rimane appetibile e da sostituire quando non soddisfa più il desiderio.

Poi arriva The Substance.

La promessa è elementare e quindi irresistibile: una versione migliore di te. In altre parole, esattamente la versione di Elisabeth che il mondo le ha appena spiegato di preferire.

Il genio della lampada non concede mai desideri gratuitamente

La sostanza possiede qualcosa delle grandi tentazioni della fiaba. Arriva quando Elisabeth è più vulnerabile e le propone esattamente ciò che desidera. Non promette ricchezza, immortalità o successo. Le offre qualcosa di apparentemente ancora più prezioso: la possibilità di tornare indietro.

Soltanto che non è davvero un ritorno. Dal corpo di Elisabeth nasce Sue, interpretata da Margaret Qualley. È giovane, atletica e conforme in maniera quasi caricaturale all’ideale estetico richiesto dall’ambiente nel quale Elisabeth lavorava. Non sostituisce semplicemente la protagonista. È generata da lei.

Le regole sembrano persino ragionevoli. Sette giorni per una, sette giorni per l’altra. Un equilibrio perfetto. Nessuna delle due dovrebbe appropriarsi del tempo dell’altra.

Come accade con il genio della lampada, però, il desiderio contiene già la propria condanna. Il problema non nasce dalla sostanza. Nasce dall’essere umano che la utilizza.

Elisabeth ottiene ciò che desiderava e scopre immediatamente di volerlo più di quanto possa permettersi. Sue sperimenta la giovinezza, l’attenzione e il successo, quindi rifiuta progressivamente l’idea di dover restituire il corpo alla donna dalla quale proviene.

Nessuno costringe davvero le due a tradire le regole. Sono loro a farlo. O, più precisamente, è Elisabeth a farlo contro sé stessa.

Elisabeth e Sue non sono rivali: questa è la parte più crudele

La formula viene ripetuta continuamente: you are one. Siete una.

Il film deve ribadirlo perché Elisabeth e Sue cominciano presto a comportarsi come se fossero due persone differenti. Parlano implicitamente dell’altra come di un’avversaria. Si accusano. Si puniscono. Provano disgusto reciproco.

Eppure non esiste nessun’altra. È qui che The Substance diventa molto più interessante di una semplice parabola sulla donna anziana sostituita da quella giovane.

Elisabeth desidera Sue perché odia ciò che pensa di essere diventata. Sue disprezza Elisabeth perché rappresenta ciò che teme di diventare. La guerra tra le due è quindi una guerra temporale combattuta dalla stessa persona. Il presente odia il passato. La giovinezza teme il futuro. L’età adulta rimpiange ciò che non può recuperare.

Ogni punizione inflitta all’altra ricade inevitabilmente sullo stesso organismo. Eppure questo non impedisce loro di continuare.

È una contraddizione profondamente umana. Sappiamo che determinate scelte ci danneggiano e continuiamo comunque a compierle. Desideriamo essere qualcuno di diverso e, quando finalmente otteniamo quella possibilità, possiamo arrivare a detestare ancora di più la persona che eravamo.

La rivalità più feroce di The Substance non avviene quindi tra due donne. Avviene dentro una donna.

Demi Moore offre al film qualcosa che nessun effetto speciale potrebbe creare

La scelta di Demi Moore rende tutto ancora più potente. Elisabeth Sparkle è un personaggio sottoposto a uno scrutinio costante per l’età e l’aspetto. A interpretarla è un’attrice che ha trascorso decenni dentro un’industria capace di sottoporre realmente il corpo femminile allo stesso tipo di osservazione.

Fargeat non utilizza questo parallelismo come semplice provocazione di casting. Chiede a Moore una performance fisicamente ed emotivamente spietata.

Uno dei momenti più devastanti non contiene sangue, mutazioni o arti deformati. Elisabeth si prepara per uscire. Si trucca, si osserva allo specchio, prova a correggersi e ricomincia. Nulla è abbastanza. La scena dura perché deve durare.

Assistiamo al momento nel quale lo sguardo degli altri viene completamente interiorizzato. Elisabeth è sola. Eppure continua a guardarsi attraverso gli occhi di tutti loro.

Demi Moore rende evidente quanto possa essere violento uno specchio quando abbiamo imparato a utilizzarlo come tribunale.

Margaret Qualley è il corpo costruito per essere guardato

Sue viene filmata in maniera opposta. La macchina da presa frammenta il suo corpo. Gambe, glutei, labbra, seno, addome. Le lezioni di fitness diventano quasi una successione di immagini pubblicitarie. Il corpo non viene presentato come unità, ma come raccolta di parti vendibili. Margaret Qualley aderisce completamente a questa estetica.

Il punto, però, non consiste semplicemente nel mostrare quanto Sue sia bella. Fargeat esaspera lo sguardo fino a renderlo quasi grottesco. Il corpo perfetto viene fotografato con una tale insistenza da trasformare il desiderio in meccanismo industriale.

Non guardiamo più una donna. Guardiamo un prodotto. Anche questa è una delle contraddizioni più intelligenti del film. The Substance utilizza immagini costruite attraverso il male gaze mentre le porta a un livello tale da denunciarne l’artificialità.

Sue non nasce perché Elisabeth desidera semplicemente essere giovane. Nasce perché Elisabeth ha imparato quale tipo di corpo meriti di essere desiderato. Il patriarcato di The Substance non ha quindi bisogno di imporre continuamente qualcosa con la forza. Ha già vinto quando una donna comincia a giudicare sé stessa attraverso i criteri che esso ha stabilito.

Harvey è ridicolo proprio perché il potere che rappresenta non lo è affatto

Dennis Quaid porta Harvey verso una dimensione volutamente caricaturale. Il sorriso è troppo ampio. I gesti sono invadenti. Il modo di mangiare diventa una manifestazione fisica della sua voracità. Potrebbe sembrare un antagonista troppo semplice.

In realtà non serve che sia complesso. Harvey non è il centro del film. È l’incarnazione di un sistema nel quale un uomo può stabilire che una donna cinquantenne non sia più presentabile mentre la propria età non viene mai considerata una ragione sufficiente per allontanarlo dal potere. L’ipocrisia è evidente. Gli uomini invecchiano e acquistano autorevolezza. Le donne invecchiano e devono spiegare perché siano ancora lì.

Fargeat non presenta questa logica come una scoperta. La tratta come qualcosa di talmente assurdo da meritare la caricatura. Harvey può essere grottesco perché la regola che rappresenta è già grottesca. La risata non attenua quindi la critica. La rende ancora più feroce.

Giovani contro vecchi, ma soltanto perché qualcuno ha deciso che debbano essere nemici

Il confronto generazionale è altrettanto interessante. Sue non conquista semplicemente lo spazio lasciato libero da Elisabeth. Viene celebrata proprio perché rappresenta tutto ciò che Elisabeth non dovrebbe più essere. Giovinezza ed età vengono poste in concorrenza. Una deve vincere affinché l’altra perda.

È una logica profondamente radicata nello spettacolo, ma anche molto più ampia. La società continua a celebrare la giovinezza come promessa e a trattare l’invecchiamento come una progressiva perdita di valore.

The Substance porta questa convinzione alla sua conseguenza letterale. Elisabeth crea la giovane destinata a sostituirla. È una metafora brutale dell’idea secondo cui ogni generazione debba necessariamente spingere quella precedente fuori dall’inquadratura.

Fargeat mostra però quanto questa contrapposizione sia artificiale. Sue esiste grazie a Elisabeth. Il nuovo corpo non potrebbe vivere senza quello vecchio. La giovinezza continua letteralmente a nutrirsi dell’organismo che disprezza. Non esiste sostituzione senza continuità.

Il film rende fisicamente disgustoso ciò che la cultura tende invece a presentare come perfettamente normale.

Il corpo non è più un tempio. È un laboratorio

Il body horror permette a Fargeat di trasformare ogni concetto in materia. Non basta parlare dell’invecchiamento: bisogna mostrarlo sulla pelle. Non basta raccontare il desiderio di essere diversi. Un nuovo corpo deve letteralmente emergere da quello precedente.

La nascita di Sue attraverso la schiena di Elisabeth appartiene immediatamente alla grande tradizione del body horror. David Cronenberg è inevitabile come riferimento, ma Fargeat costruisce una grammatica personale più colorata, pop e volutamente eccessiva. Il corpo smette progressivamente di essere qualcosa che abitiamo e diventa materiale da manipolare.

È precisamente ciò che la cultura dell’immagine fa in maniera meno sanguinosa ogni giorno. Corpi corretti, filtrati, scolpiti, ringiovaniti e modificati affinché corrispondano a un ideale. Fargeat elimina l’eufemismo.

Se vogliamo modificare continuamente la carne, allora guardiamo davvero che cosa significa trattare la carne come materiale.

La forma del film è aggressiva quanto ciò che racconta

Anche la regia rifiuta qualsiasi prudenza. Grandangoli estremi, dettagli ravvicinatissimi, montaggio martellante e suoni amplificati trasformano The Substance in un’esperienza quasi fisica. Benjamin Kračun fotografa ambienti che sembrano appartenere contemporaneamente a un set televisivo, a una pubblicità e a un incubo. L’appartamento di Elisabeth è enorme e quasi vuoto.

Il bagno bianco possiede qualcosa di clinico. Diventa laboratorio, sala parto e luogo di decomposizione. I corridoi televisivi sembrano invece appartenere a una realtà deformata dalla prospettiva. Anche il sonoro lavora sull’eccesso. Il cibo viene masticato troppo forte. I corpi producono rumori troppo umidi. Ogni gesto fisico sembra avvicinato al nostro orecchio fino a diventare invasivo. La regia non vuole lasciarci guardare comodamente. Vuole coinvolgere stomaco, pelle e udito.

È uno dei motivi per cui The Substance possiede una forza rara. Non si limita a sviluppare una tesi attraverso la sceneggiatura: la mette addosso allo spettatore.

Mangiare diventa un atto di guerra

Il cibo possiede una funzione particolarmente feroce. Da un lato abbiamo Sue e il controllo assoluto del corpo. Dall’altro Elisabeth che, progressivamente, abbandona ogni disciplina. Mangia, cucina e sporca lo spazio condiviso.

Quella che potrebbe essere una semplice opposizione tra controllo e abbandono diventa un sistema di punizioni. Elisabeth utilizza il proprio corpo per colpire Sue. Sue utilizza il proprio tempo per distruggere Elisabeth. Entrambe sanno che stanno danneggiando sé stesse. Continuano.

È qui che la metafora diventa dolorosamente riconoscibile. Quante volte il rapporto con il corpo viene organizzato attraverso ricompense e punizioni? Quanto facilmente mangiare, dimagrire, allenarsi o lasciarsi andare possono smettere di appartenere al piacere e diventare strumenti attraverso i quali esercitare controllo su noi stessi? Fargeat esaspera tutto. Ma l’esagerazione non elimina la verità. La rende soltanto molto più difficile da ignorare.

Non poter tornare indietro è la vera condanna

Elisabeth possiede continuamente la possibilità teorica di fermarsi. Il servizio che fornisce la sostanza glielo ricorda. Può terminare. Il problema è che terminare non significa annullare ciò che è accaduto. Questa differenza è fondamentale.

Possiamo interrompere una scelta. Non possiamo sempre cancellarne le conseguenze. Ogni violazione dell’equilibrio lascia qualcosa sul corpo originale. Un dito. Una gamba. Un volto. Il tempo rubato non viene restituito.

La sostanza assume così una crudeltà quasi fiabesca. Non mente mai. Le regole erano state spiegate. Elisabeth le ha accettate.

La tragedia nasce dal fatto che conoscere le conseguenze non ci rende automaticamente capaci di resistere al desiderio. Il genio della lampada potrebbe persino essere innocente. Siamo noi che formuliamo male il desiderio.

La perfezione non basta mai perché l’asticella continua a spostarsi

Sue ottiene ciò che Elisabeth pensava di volere: giovinezza, bellezza, successo, desiderabilità. Eppure non basta. Questa è un’altra delle intuizioni più amare del film. L’ideale non possiede una destinazione finale. Una volta raggiunto un obiettivo, il sistema ne produce immediatamente un altro. Sue vuole più tempo, più successo, più autonomia, alla fine vuole smettere di dipendere completamente da Elisabeth. La perfezione diventa quindi un processo infinito.

Non esiste una versione definitiva di noi abbastanza bella, giovane o desiderabile da eliminare completamente l’insicurezza. È il motivo per cui il prodotto promette una menzogna pur dicendo tecnicamente la verità. Una versione migliore di te. Migliore rispetto a cosa? E soprattutto, per quanto tempo?

Monstro Elisasue è l’unica conclusione possibile

Da qui in avanti è impossibile parlare dell’ultimo atto senza entrare apertamente negli spoiler. La comparsa di Monstro Elisasue rappresenta il momento nel quale The Substance abbandona qualsiasi residuo di moderazione e si getta completamente nel grottesco. È una scelta che può sembrare eccessiva. Lo è. Deve esserlo.

Per quasi tutto il film Elisabeth ha cercato di separare ciò che considerava bello da ciò che considerava mostruoso. La vecchia e la giovane. Il corpo desiderabile e quello che dovrebbe essere nascosto. Alla fine tutto torna nello stesso organismo. La creatura è entrambe. Non esiste più una versione da mostrare e una da nascondere. Il risultato è mostruoso soltanto perché quella società ha costruito una definizione rigidissima di ciò che dovrebbe essere considerato bello.

Fargeat porta quindi il corpo sul palco. Davanti allo stesso pubblico che pretendeva perfezione. E lascia che esploda.

Il sangue ricopre finalmente il pubblico che chiedeva perfezione

La carneficina finale è talmente sproporzionata da diventare quasi liberatoria. Il sangue non viene più nascosto. Invade il palco, il pubblico e l’intero dispositivo dello spettacolo. Per tutto il film il corpo femminile doveva essere pulito, tonico, giovane e perfettamente controllato. Adesso quello stesso corpo spruzza letteralmente fluidi sopra chi lo stava giudicando.

La vendetta non appartiene più soltanto a Elisabeth. È la materia che si ribella all’immagine. Fargeat trasforma una cerimonia televisiva in una gigantesca esplosione di ciò che l’industria aveva cercato di rimuovere. Invecchiamento, deformità, sangue, morte, imperfezione. Tutto ciò che il corpo realmente è e che lo spettacolo deve continuamente fingere che non esista.

Non c’è più modo di voltarsi dall’altra parte.

The Substance è esagerato perché la realtà che prende in giro lo è già

Il film dura oltre due ore e venti minuti. Ripete alcuni concetti. La metafora viene spiegata, ribadita, mostrata e infine fatta esplodere davanti allo spettatore. Potrebbe essere più sottile. Probabilmente sarebbe un film peggiore.

La forza di Coralie Fargeat sta proprio nel rifiuto della moderazione. Il mondo che racconta non possiede alcuna sottigliezza quando decide che una donna è diventata troppo vecchia. Non è delicato quando valuta un corpo. Non procede con sfumature quando stabilisce quale immagine sia vendibile. Perché dovrebbe farlo il film? The Substance risponde all’eccesso con l’eccesso. Al culto della giovinezza oppone la decomposizione. Alla perfezione oppone il mostro. Alla patinatura pubblicitaria oppone litri di sangue.

Il risultato ha qualcosa di incredibilmente coerente.

Demi Moore e Margaret Qualley combattono una guerra che nessuna delle due può vincere

Alla fine resta soprattutto l’immagine di due attrici che accettano di mettere il proprio corpo al centro del discorso.

Demi Moore offre una delle interpretazioni più coraggiose della propria carriera. La vulnerabilità di Elisabeth non viene mai addolcita. Può diventare rabbiosa, patetica, vendicativa e crudele.

Margaret Qualley costruisce Sue come la fantasia che progressivamente acquisisce la stessa capacità di odiare della donna che l’ha generata. Nessuna delle due è moralmente superiore. Non potrebbe esserlo. Sono la stessa persona.

Questa resta forse la trovata più originale e dolorosa di The Substance. Il patriarcato, Hollywood e il culto della giovinezza preparano il terreno. Harvey accende la miccia.

Ma quando il conflitto comincia veramente, Elisabeth non ha più bisogno di un uomo che la distrugga. Ha imparato perfettamente come farlo da sola. È la vittoria definitiva del sistema. E la tragedia del personaggio.

The Substance: davanti allo specchio il mostro siamo sempre noi

Si esce da The Substance con gli occhi sgranati. Per il sangue, certamente. Per le trasformazioni, per il disgusto e per un ultimo atto che sembra voler verificare quanto materiale organico possa essere sparso davanti a una macchina da presa prima che qualcuno intervenga.

Ma la potenza del film non risiede soltanto nel body horror. Sta nella semplicità brutale della domanda che lo precede.

Se potessimo diventare la versione perfetta di noi stessi, riusciremmo davvero ad amarci di più?

Elisabeth scopre la risposta nel modo peggiore. Ottiene Sue e comincia a odiarsi ancora più profondamente. La nuova versione non cura il rapporto con sé stessa. Gli offre semplicemente un nuovo corpo attraverso il quale manifestarsi.

Per questo il film riesce ad andare oltre la satira sull’invecchiamento nello show business. Parla di una contraddizione molto più universale. Desideriamo cambiare, ma continuiamo a portarci dietro la persona che desiderava quel cambiamento. Non esiste sostanza capace di cancellarla. Non possiamo tornare indietro. Non possiamo nemmeno separarci davvero da noi stessi.

E così quella promessa apparentemente magnifica — you, but better in every way — finisce per rivelare la propria mostruosità.

Perché il problema non è mai stato trovare una versione migliore. Era imparare a non considerare quella che esisteva già come una versione sbagliata.

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