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  • The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Ridley Scott sa ancora costruire mondi, ma non decide dove fermarsi

Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley e Guy Pearce attraversano un’America post-pandemica che Ridley Scott filma con eleganza, violenza e una straordinaria sensibilità visiva e sonora

Un mondo finito che Ridley Scott non ha bisogno di spiegare troppo

Ridley Scott entra nell’apocalisse senza perdere tempo a trasformarla in un’enciclopedia. Una pandemia ha quasi cancellato l’umanità e ciò che resta degli Stati Uniti è ormai fatto di comunità isolate, territori abbandonati, piccoli gruppi che hanno sviluppato regole proprie e persone per le quali fidarsi di uno sconosciuto è diventato un rischio potenzialmente mortale. Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive in un aeroporto abbandonato del Colorado insieme al cane Jasper e a Bangley, ex Marine interpretato da Josh Brolin, all’interno di un equilibrio precario ma sufficientemente organizzato da permettere loro di sopravvivere.

Scott possiede ancora quella capacità rara di rendere credibile un mondo attraverso pochi dettagli concreti. Non abbiamo bisogno di lunghi discorsi sulla caduta della civiltà perché sono gli spazi a raccontarla: infrastrutture ancora riconoscibili ma ormai inutili, strade divorate dalla vegetazione, città svuotate e un piccolo aeroplano che diventa contemporaneamente mezzo di trasporto, strumento di ricognizione e ultimo residuo di libertà. Erik Messerschmidt fotografa tutto con una pulizia quasi sorprendente per un racconto così brutale, costruendo immagini ampie e nitide che non trasformano mai la devastazione in semplice sporcizia visiva.

È probabilmente uno degli aspetti più riusciti del film. Scott non associa automaticamente il post-apocalittico a una fotografia fangosa o a un’immagine costantemente desaturata. La natura ha continuato a esistere indipendentemente dalla catastrofe umana, e proprio per questo alcuni paesaggi possiedono una bellezza quasi paradossale: l’uomo ha distrutto il proprio mondo, mentre montagne, cielo e vegetazione sembrano semplicemente aver continuato a respirare.

The Last of Us è un’associazione inevitabile, ma non basta a spiegare il film

Il riferimento che veniva spontaneo mentre guardavi il film era The Last of Us, e non è affatto peregrino. Anche qui ci troviamo davanti a un mondo svuotato da una pandemia, gruppi umani organizzati secondo logiche differenti, zone relativamente sicure alternate a territori incontrollabili, un protagonista segnato dal lutto e la necessità di comprendere se la sopravvivenza abbia ancora senso senza un legame umano. Persino la separazione sonora e visiva fra le varie comunità può ricordare il modo in cui il videogioco e la serie HBO caratterizzano immediatamente ambienti e fazioni.

Il paragone, però, mostra anche uno dei problemi principali di The Dog Stars. Il cinema post-apocalittico è oggi un territorio talmente frequentato che basta mostrare un’autostrada invasa dalla vegetazione, un edificio vuoto o un gruppo di predoni perché lo spettatore possieda già un intero archivio visivo con cui confrontare ciò che sta guardando. Scott entra quindi in un genere nel quale persino la sua straordinaria esperienza come creatore di mondi deve confrontarsi con immagini che abbiamo visto molte altre volte.

La differenza emerge soprattutto nel tono. The Dog Stars è meno interessato alla costruzione mitologica del mondo e più alla possibilità che una forma di intimità possa sopravvivere al suo collasso. Il suo vero centro non sono i predoni o la pandemia, ma uomini e donne che hanno perso qualcuno e devono decidere se continuare a vivere soltanto per non morire oppure ricominciare ad accettare il rischio di affezionarsi.

Hig e Bangley rappresentano due modi opposti di restare vivi

Il rapporto tra Hig e Bangley è una delle cose che funzionano meglio nella prima parte. I due abitano lo stesso spazio ma sembrano sopravvivere secondo filosofie opposte. Hig continua a volare, porta medicinali a una comunità mennonita, conserva il ricordo della moglie e cerca ancora qualche traccia di umanità fuori dal proprio perimetro; Bangley ragiona invece secondo una logica molto più semplice, nella quale potere, acqua, cibo e armi costituiscono praticamente l’intero vocabolario della sopravvivenza.

Josh Brolin è perfetto per questa durezza. Bangley potrebbe facilmente diventare la caricatura del survivalista americano armato fino ai denti, ma l’attore gli restituisce una presenza che alterna brutalità, ironia e una forma di affetto che il personaggio non saprebbe probabilmente esprimere in altro modo. Quando decide che un estraneo potrebbe diventare una minaccia, preferisce eliminarlo prima ancora che abbia la possibilità di dimostrare il contrario, mentre Hig continua ostinatamente a credere che sopravvivere non possa significare soltanto essere il primo a premere il grilletto.

Questa opposizione dà al film un conflitto morale molto più interessante dei semplici attacchi esterni. Scott non ha bisogno di stabilire immediatamente chi abbia ragione, perché in quel mondo entrambi possiedono argomenti validi. Hig conserva qualcosa che assomiglia ancora all’umanità, ma proprio quella disponibilità potrebbe ucciderlo; Bangley è diventato abbastanza spietato da sopravvivere, ma rischia di non avere più nulla per cui valga la pena farlo.

La violenza è brutale, ma Scott continua a filmarla con una sorprendente eleganza

Quando arrivano gli assalti, emerge ancora una volta il Ridley Scott grande costruttore di suspense. Le sequenze sono spesso precedute da silenzi, attese e segnali che suggeriscono una minaccia prima di mostrarla completamente. Il regista sa orientare perfettamente lo spettatore nello spazio e, quando la violenza esplode, non ha bisogno di nasconderla dietro un montaggio incomprensibile per renderla più intensa.

La particolarità sta proprio nel contrasto tra ciò che accade e il modo in cui viene presentato. Corpi vengono colpiti, uomini vengono eliminati, esplosioni rompono improvvisamente l’immobilità del paesaggio, eppure l’immagine conserva sempre una composizione estremamente controllata. Messerschmidt non estetizza semplicemente la violenza: la inserisce dentro un mondo visivamente ordinato, rendendo ancora più evidente quanto sia l’uomo a rappresentare l’elemento realmente disturbante del paesaggio.

Scott conferma così una qualità che attraversa buona parte della sua filmografia. Può raccontare battaglie, mostri, guerre o società al collasso senza perdere mai il senso dello spazio. Anche quando The Dog Stars comincerà a mostrare debolezze narrative, la regia continuerà quasi sempre a sapere esattamente dove siamo, da dove potrebbe arrivare una minaccia e quale porzione dell’inquadratura dobbiamo osservare.

Ogni gruppo possiede un suono, e il mondo viene raccontato anche attraverso le frequenze

Uno degli aspetti più curiosi è il lavoro sonoro associato ai diversi gruppi umani. I predoni, i cosiddetti sciacalli e le comunità religiose non sono caratterizzati soltanto da costumi, comportamenti o luoghi, ma anche da identità sonore differenti. Harry Gregson-Williams costruisce una partitura che può passare da elementi più intimi e malinconici a sonorità elettroniche sporche, industriali e minacciose quando il film entra nei territori dominati dalla violenza.

Questa separazione rende immediatamente leggibili le fazioni senza bisogno di spiegazioni. Quando arrivano determinati suoni comprendiamo prima ancora di vedere completamente chi stia entrando nello spazio del protagonista. Il film utilizza quindi la musica e il sound design quasi come un sistema di segnali, trasformando l’ascolto in uno strumento di orientamento dentro un mondo nel quale riconoscere chi sta arrivando può significare sopravvivere.

Particolarmente riuscite sono le sequenze legate ai visori notturni. L’immagine cambia radicalmente, il paesaggio perde la propria eleganza naturale e viene trasformato in uno spazio artificiale nel quale uomini e obiettivi diventano presenze quasi spettrali. A quella fotografia alterata corrisponde una componente sonora più aggressiva e industriale, e per qualche minuto The Dog Stars sembra davvero parlare un linguaggio vicino a quello del videogioco: non perché imiti direttamente The Last of Us, ma perché costruisce ambiente, minaccia e identità attraverso un insieme immediato di segnali visivi e acustici.

Jacob Elordi porta il lutto dentro un corpo costruito per sopravvivere

Hig è un protagonista interessante proprio perché fisicamente sembra perfettamente adatto al nuovo mondo, mentre emotivamente continua a vivere in quello precedente. Ha perso la moglie, conserva Jasper come legame concreto con ciò che rimane della sua vita passata e utilizza il volo quasi come una forma di sospensione. Quando è in aria può allontanarsi per qualche momento dal perimetro di Bangley, dalle regole della sopravvivenza e dal peso di tutto ciò che ha perso.

Jacob Elordi interpreta bene questa malinconia senza trasformarla costantemente in sofferenza esibita. Hig parla poco e spesso è il modo in cui guarda gli spazi a raccontare ciò che il personaggio non verbalizza. Il film gli chiede di essere contemporaneamente credibile come uomo capace di sopravvivere, pilotare, combattere e prendere decisioni rapide, ma anche come qualcuno che non ha mai veramente elaborato la perdita sulla quale ha costruito la propria nuova esistenza.

Il rapporto con Jasper assume quindi un’importanza molto maggiore della semplice presenza di un cane dentro un survival movie. Scott ha indicato proprio quel legame come uno degli elementi del romanzo di Peter Heller che considerava indispensabili nell’adattamento: Jasper era legato alla moglie di Hig e rappresenta per lui una continuità affettiva fra il mondo precedente e quello attuale. Quando quella continuità viene spezzata, anche l’equilibrio nel quale Hig si era sistemato diventa improvvisamente insufficiente.

Cima e Pops aprono una seconda possibilità, ma anche un primo possibile finale

Il viaggio conduce Hig verso Cima e Pops, interpretati rispettivamente da Margaret Qualley e Guy Pearce. Anche loro hanno costruito una piccola forma di sopravvivenza privata e reagiscono allo sconosciuto con diffidenza, perché in questo mondo aprire una porta significa accettare contemporaneamente la possibilità di incontrare qualcuno e quella di essere uccisi. Scott utilizza bene questa prima tensione, lasciando che la fiducia venga costruita lentamente invece di concederla immediatamente.

Margaret Qualley porta a Cima una vitalità diversa dalla malinconia di Hig. Anche lei conosce il lutto e la perdita, ma conserva una disponibilità al futuro che permette al protagonista di immaginare qualcosa che non sia soltanto continuare a ripetere la propria routine. Guy Pearce lavora invece molto bene sulla diffidenza di Pops, un uomo che non può impedire alla figlia di desiderare altro ma sa perfettamente quanto quel desiderio possa costarle.

È proprio qui che comincia però il problema strutturale del film. Quando Hig incontra Cima, stabilisce un nuovo legame e intravede la possibilità di una vita differente, The Dog Stars sembra aver trovato un punto di arrivo naturale. Il personaggio che non riusciva più a stare dove si trovava ha scoperto un altro luogo possibile, e lo spettatore potrebbe legittimamente cominciare a pensare che il suo arco abbia ormai raggiunto una forma quasi completa.

Il film continua, ma iniziamo a domandarci che cosa stia ancora cercando

Da quel momento la narrazione entra in una fase più problematica. Hig non può restare completamente nel nuovo spazio, altri legami lo riportano verso ciò che ha lasciato alle spalle, nuove comunità compaiono e il film continua a spostare il proprio possibile punto d’arrivo. Non smette necessariamente di essere interessante, ma comincia a perdere quella chiarezza narrativa che aveva reso molto efficace la prima parte.

Lo spettatore continua a seguire perché Scott sa mantenere una tensione di base e perché gli interpreti possiedono abbastanza presenza da sostenere anche i passaggi più deboli, ma la domanda cambia. Non ci chiediamo più soltanto cosa succederà; cominciamo a chiederci che cosa debba ancora succedere perché il film possa considerarsi terminato.

Non è tanto una questione di durata, quanto di percezione dell’arco: quando abbiamo già assistito a più momenti che potrebbero funzionare come conclusione, ogni ulteriore deviazione deve giustificare molto bene la propria presenza.

Il problema non è sapere che arriverà un lieto fine, ma capire quale film ci porterà fin lì

The Dog Stars possiede fin dall’inizio una componente profondamente malinconica, ma non sembra realmente orientato verso il nichilismo. Hig continua a cercare persone, porta medicine a una comunità, vola verso una voce captata alla radio e rifiuta l’idea che l’unica forma possibile di sopravvivenza sia quella rappresentata da Bangley. Tutto ci prepara quindi alla possibilità che, da qualche parte, esista ancora una forma di futuro.

Il punto interessante è che Scott riesce comunque a disorientarci. Ci sono momenti nei quali il film sembra suggerire che quel futuro possa essere negato, altri nei quali una scelta apparentemente definitiva viene rimessa in discussione e altri ancora in cui un nuovo gruppo introduce improvvisamente un tono differente. Per qualche istante possiamo persino sperare che il racconto abbia il coraggio di non regalarci la conclusione rassicurante alla quale siamo ormai allenati.

La prevedibilità finale non nasce quindi semplicemente dal fatto che si possa intuire un lieto fine. Nasce dal percorso che porta a quel finale, perché il film sembra continuamente offrirci alternative senza approfondirle abbastanza da renderle realmente possibili. Il disorientamento funziona finché alimenta l’incertezza; diventa meno efficace quando cominciamo ad avvertire che la storia sta soltanto rinviando una destinazione che conosce già.

Quando arriva Grand Junction sembra quasi iniziare un altro film

L’arrivo in una nuova comunità modifica nuovamente atmosfera, personaggi e tono, introducendo una componente quasi grottesca rispetto alla malinconia e al realismo controllato che avevano dominato buona parte del racconto. Allison Janney porta energia e imprevedibilità, ma proprio quella deviazione rende ancora più evidente quanto The Dog Stars stia cercando un nuovo impulso quando potrebbe essere già vicino alla propria conclusione.

Il problema non è l’esistenza di un’altra comunità. In un film costruito sulla domanda «che cosa è rimasto dell’umanità?» è perfettamente logico incontrare modi differenti di ricostruire una società. Il problema è il peso che questa nuova parentesi assume rispetto alla traiettoria emotiva di Hig, perché introduce un’altra possibile risposta quando il rapporto con Bangley, Cima e Pops aveva già fornito materiale sufficiente per chiudere il discorso.

È qui che il film rischia maggiormente di annacquarsi. Le idee non mancano, ma cominciano a disporsi una accanto all’altra invece di convergere verso una conclusione sempre più precisa. Scott continua a raccontarle bene singolarmente; ciò che diventa meno chiaro è perché dobbiamo attraversarle tutte prima di arrivare al punto finale.

Un film sulla sopravvivenza che in realtà parla di ciò che viene dopo

Il tema più interessante rimane comunque quello che distingue Hig da Bangley. Sopravvivere alla fine del mondo non significa necessariamente essere sopravvissuti davvero. Puoi avere acqua, armi, cibo, una base fortificata e un sistema capace di tenere lontani gli estranei, ma se tutto ciò serve soltanto a ripetere ogni giorno la stessa difesa del giorno precedente allora la sopravvivenza rischia di trasformarsi in una forma particolarmente lunga di attesa della morte.

Hig continua invece a cercare. Il volo, la radio, la comunità religiosa, Cima e persino il semplice desiderio di vedere che cosa esista oltre il proprio territorio nascono dalla convinzione che essere vivi debba significare qualcosa di più della semplice conservazione biologica. È qui che The Dog Stars trova la propria componente umanista, forse persino sorprendente considerando quanto Scott abbia spesso raccontato mondi nei quali l’essere umano è perfettamente capace di diventare il peggior nemico di sé stesso.

Il film non nega affatto quella violenza. Gli sciacalli, gli assalti e la paranoia dimostrano che la fine della civiltà non ha necessariamente reso le persone migliori. Ma accanto alla brutalità continua a mostrare piccoli tentativi di comunità, cura e affetto, suggerendo che la differenza tra sopravvivere e ricominciare sia proprio la disponibilità ad accettare nuovamente un’altra persona dentro la propria vita.

Ridley Scott non reinventa l’apocalisse, ma sa ancora come mostrarcela

Il limite dell’originalità rimane evidente. Dopo The Last of Us, 28 Days Later, I Am Legend, The Walking Dead e decine di altri racconti post-apocalittici, The Dog Stars non possiede un’immagine del collasso capace di riscrivere il genere. Molti elementi sono immediatamente riconoscibili e alcuni gruppi di predoni rischiano persino di apparire come variazioni di archetipi che abbiamo già incontrato numerose volte.

Questo però non cancella la qualità della messa in scena. Scott continua a possedere un senso del cinema che gli permette di prendere un’immagine già familiare e conferirle comunque una precisione visiva notevole. Un aeroplano che attraversa una valle, una luce notturna osservata attraverso un visore, un assalto che rompe improvvisamente il silenzio o due uomini che controllano un perimetro diventano momenti nei quali la regia ricorda quanto sia difficile confondere l’efficienza con la banalità.

A ottantotto anni, Scott continua inoltre a lavorare con una velocità e una sicurezza difficili da separare dal suo stile. Il film conferma ancora una volta che sa raccontare attraverso le immagini prima ancora che attraverso le parole, qualità che lo stesso regista continua a ricondurre alla propria formazione artistica e all’abitudine di disegnare personalmente le scene prima di girarle. The Dog Stars non è certo uno dei vertici della sua filmografia, ma sarebbe ingeneroso considerarlo l’opera di un autore che non sappia più costruire cinema.

Ottimi interpreti tengono insieme ciò che la sceneggiatura comincia a disperdere

Jacob Elordi continua a dimostrare di poter sostenere un film senza dover riempire ogni scena di gesti vistosi. La fisicità è importante per Hig, ma altrettanto importante è la fragilità che l’attore lascia emergere dentro quel corpo apparentemente perfetto per sopravvivere. Scott stesso ha sottolineato quanto Elordi fosse naturale nel rapporto con gli animali e con gli aspetti fisici del ruolo, elemento fondamentale perché Jasper non diventasse semplicemente un accessorio emotivo.

Josh Brolin possiede probabilmente il personaggio più immediatamente memorabile. Bangley entra in scena con un’intera filosofia già incorporata nel modo in cui parla, cammina e osserva gli estranei, e Brolin riesce a dare una certa ironia anche alle parti più feroci. Margaret Qualley introduce invece una leggerezza e un’intelligenza che evitano di trasformare Cima esclusivamente nella donna destinata a salvare emotivamente il protagonista, mentre Guy Pearce riesce a suggerire una storia precedente molto più ampia del tempo effettivamente concesso a Pops.

Il cast rende quindi credibili anche passaggi che sulla carta possiedono meno forza. È soprattutto quando la narrazione comincia a perdere una direzione precisa che gli interpreti diventano fondamentali, perché continuiamo a interessarci alle persone anche quando non comprendiamo più esattamente quale nuova prova debba ancora attraversare il racconto.

Un buon Ridley Scott, non un grande Ridley Scott

Il giudizio finale rimane positivo, ma senza bisogno di trasformare The Dog Stars in qualcosa che non è. Ridley Scott costruisce ancora una volta un mondo estremamente leggibile, fotografa la violenza con un’eleganza che raramente sacrifica la brutalità e dimostra di sapere orchestrare sequenze di suspense con una sicurezza che molti registi più giovani potrebbero tranquillamente invidiargli.

Il problema sta nella progressione narrativa. Una volta stabilito il mondo, costruito il rapporto tra Hig e Bangley, attraversato il lutto, trovato Cima e aperta la possibilità di una nuova vita, il film sembra avere già raggiunto diversi punti nei quali potrebbe fermarsi. Invece continua, introduce nuovi spazi, nuovi gruppi e altre deviazioni, mantenendo vivo l’interesse ma rendendo progressivamente meno chiaro quale sia l’arco che stiamo ancora aspettando di vedere chiudersi.

È proprio questa contraddizione a definire meglio il film. Scott sa sempre cosa mostrarci dopo, ma non sempre riesce a convincerci che fosse necessario mostrarcelo. Ci sono immagini bellissime, ottimi interpreti, momenti di tensione costruiti con grande precisione e una riflessione sincera sulla differenza tra sopravvivere e tornare a vivere. Manca però quella compattezza capace di trasformare un buon film in uno dei grandi film del suo autore.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine rimane quindi un Ridley Scott minore soltanto se lo confrontiamo con Ridley Scott stesso. Preso per ciò che è, possiede abbastanza cinema da giustificare il viaggio, anche quando lungo la strada cominciamo a domandarci quante altre deviazioni manchino prima dell’arrivo.

Alla fine del mondo Scott sa ancora perfettamente dove mettere la macchina da presa. È la storia, questa volta, a impiegare un po’ troppo tempo per capire dove vuole andare.

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