Chris Evans, Anya Taylor-Joy e un cast straordinario in una satira imperfetta, eccessiva e difficilmente classificabile, ma proprio per questo capace di sorprendere
Un gala ambientalista alla fine del mondo
Bisogna concedere a Sacrifice qualche minuto prima di capire quale film Romain Gavras abbia deciso di realizzare. Poi bisogna concedergliene altri perché, quando finalmente sembra di averlo compreso, il regista cambia nuovamente le regole. È proprio questa instabilità a rendere il suo primo lungometraggio in lingua inglese tanto particolare.
La premessa possiede già qualcosa di irresistibilmente assurdo. Su un’isola greca si tiene un grande evento benefico dedicato all’ambiente. Celebrità, miliardari e personaggi influenti si riuniscono per discutere della salvezza del pianeta dentro uno degli ambienti più esclusivi possibili. L’ecologismo diventa quindi immediatamente anche spettacolo, status sociale e occasione per mettere in scena la propria coscienza.
Mike Tyler, interpretato da Chris Evans, è una star del cinema d’azione in cerca di rilancio. Bracken, al quale Vincent Cassel offre il proprio carisma, rappresenta invece il potere economico. Katie, interpretata da Ambika Mod, completa involontariamente il gruppo che finirà al centro della storia. A interrompere la serata arriva Joan, interpretata da Anya Taylor-Joy, leader di un gruppo radicale convinto che una profezia legata al vulcano debba essere compiuta.
Da quel momento parlare semplicemente di commedia, thriller o film d’azione diventa insufficiente. Sacrifice comincia a spostarsi continuamente tra generi differenti e sembra divertirsi proprio nel rendere impossibile allo spettatore trovare una posizione stabile.
Anya Taylor-Joy e il fanatismo di chi vuole salvare il mondo
Joan crede realmente in ciò che sta facendo. È questo dettaglio a renderla molto più interessante della semplice terrorista ambientalista che la premessa avrebbe potuto suggerire. Non utilizza la profezia come pretesto per conquistare potere. È convinta di essere stata chiamata a compiere qualcosa di necessario.
Anya Taylor-Joy possiede il volto perfetto per questa ambiguità. I suoi occhi possono comunicare contemporaneamente convinzione, vulnerabilità e una forma inquietante di distacco dalla realtà. Joan può sembrare folle allo spettatore, ma non considera mai sé stessa tale. Dal suo punto di vista sono gli altri a non avere ancora compreso la gravità della situazione.
Il film costruisce proprio attorno a questa convinzione uno dei suoi interrogativi più interessanti. Quanto separa l’attivismo dal fanatismo quando qualcuno comincia a ritenere la propria causa superiore alla vita degli altri? Una finalità moralmente condivisibile può giustificare qualsiasi mezzo utilizzato per raggiungerla?
Gavras evita intelligentemente di trasformare la questione in una caricatura dell’ambientalismo. Il bersaglio è più ampio. Joan appartiene alla lunghissima storia di esseri umani convinti di possedere una verità tanto importante da poter decidere chi debba essere sacrificato per difenderla.
Chris Evans demolisce allegramente l’immagine dell’eroe
Chris Evans compie invece un lavoro particolarmente divertente con la propria immagine. Mike Tyler è una star dell’action che vorrebbe recuperare credibilità e prestigio. Possiede quindi inevitabilmente qualcosa dell’immagine pubblica che lo stesso Evans si porta dietro dopo essere stato per anni uno degli eroi cinematografici più riconoscibili del pianeta.
Gavras sfrutta questa associazione senza trasformarla in una semplice battuta metacinematografica. Mike conosce il linguaggio dell’eroismo perché lo ha interpretato. Sa come dovrebbe comportarsi un uomo coraggioso davanti alla catastrofe. Il problema è che recitare un eroe e diventarlo sono due attività profondamente differenti.
Evans accetta di rendere il personaggio vanitoso, ridicolo e spesso codardo. Non cerca continuamente di proteggerne il fascino. Al contrario, utilizza la propria presenza da protagonista hollywoodiano per alimentare la satira. Anche alcune delle recensioni internazionali meno convinte dal film hanno individuato proprio nella sua performance uno degli elementi più riusciti.
La cosa interessante è che Gavras non si ferma alla demolizione. Mike deve progressivamente confrontarsi con una domanda che supera la propria immagine pubblica. Quando la parola “sacrificio” smette di essere un concetto astratto e comincia a riguardare direttamente la sua vita, anche l’eroismo deve essere ridefinito.
Salvare il pianeta è molto più semplice quando a sacrificarsi sono gli altri
Qui Sacrifice trova probabilmente la propria idea più feroce. Tutti sembrano voler salvare qualcosa. Gli ambientalisti vogliono salvare il pianeta. I miliardari vogliono salvare il sistema che li ha resi miliardari. Le celebrità vogliono salvare la propria immagine. Joan vuole salvare l’umanità. Mike, molto più banalmente, vuole salvare sé stesso.
Il problema è stabilire chi debba pagare.
Gavras trasforma questa domanda in una gigantesca provocazione. La nostra società utilizza continuamente il concetto di sacrificio. Bisogna modificare le proprie abitudini, rinunciare a qualcosa, accettare costi economici e cambiare il proprio modo di vivere per affrontare una crisi che riguarda tutti. Eppure la distribuzione di quei sacrifici non è mai realmente uniforme.
Il gala ambientalista diventa così un’immagine perfetta. Persone estremamente privilegiate discutono del futuro del pianeta all’interno di un evento costruito attraverso il lusso e l’esclusività. Non significa necessariamente che le loro preoccupazioni siano false. Significa che persino una causa autentica può trasformarsi in rappresentazione.
Joan porta semplicemente questo principio alla sua conseguenza più folle. Se tutti parlano continuamente della necessità di sacrificarsi per salvare il mondo, allora qualcuno dovrà pur cominciare a farlo davvero.
Vincent Cassel, Salma Hayek e John Malkovich dentro un circo di privilegiati
Il cast permette a Gavras di trasformare il film in una sorta di corte dei miracoli contemporanea. Vincent Cassel possiede naturalmente il carisma necessario per interpretare Bracken, un uomo che rappresenta una concezione pragmatica e brutale del potere. Il suo rapporto con l’ambiente passa inevitabilmente attraverso il denaro e attraverso ciò che può ancora essere estratto, posseduto o trasformato in profitto.
Salma Hayek Pinault e John Malkovich partecipano allo stesso universo satirico con registri differenti. Nessuno sembra appartenere completamente a un mondo realistico, ma è una scelta coerente. Sacrifice esaspera caratteristiche che riconosciamo perfettamente nel presente fino a trasformarle in qualcosa di grottesco.
Gavras costruisce quindi personaggi che sembrano contemporaneamente esseri umani e simboli. Il miliardario, la star cinematografica, la fanatica, la celebrità, l’attivista e il privilegiato diventano figure di una parabola contemporanea.
Potrebbe essere un limite. A volte lo è. Non tutti possiedono lo stesso spazio e alcuni sembrano esistere soprattutto per alimentare il caos. Tuttavia, quella sensazione di sovraffollamento appartiene anche alla natura del film. Sacrifice vuole accumulare corpi, idee, simboli e contraddizioni fino a rendere difficile separarli.
Romain Gavras gira l’apocalisse come se fosse una festa
Sul piano visivo il film possiede una personalità molto più netta di tanta produzione contemporanea. Gavras arriva da un cinema nel quale movimento, composizione dell’immagine e caos organizzato hanno sempre avuto un’importanza fondamentale. Basta pensare ad Athena per comprendere quanto il regista ami trasformare una situazione collettiva in una coreografia.
Anche Sacrifice vive di questa energia. Matias Boucard costruisce con Gavras immagini che sfruttano il paesaggio naturale senza ridurlo a semplice fondale. L’isola, il mare, il fuoco e soprattutto il vulcano acquistano progressivamente una presenza quasi mitologica. La natura osserva esseri umani che discutono pomposamente di come salvarla mentre continuano a comportarsi come se tutto appartenesse a loro.
La bellezza delle immagini crea inoltre un contrasto efficace con la stupidità di molte azioni umane. Più il paesaggio diventa maestoso, più alcuni personaggi sembrano piccoli. Il film può passare dal ridicolo al sublime nel giro di pochi minuti senza preoccuparsi troppo della continuità tonale.
È una caratteristica che ha diviso profondamente la critica. Alcune recensioni hanno visto proprio nei continui cambi di registro la perdita progressiva della forza iniziale della satira. Il Guardian, ad esempio, ha apprezzato maggiormente l’attacco alla cultura delle celebrità della prima parte rispetto alla deriva successiva.
Eppure è difficile non trovare affascinante almeno il tentativo. Gavras non cerca un film ordinato. Cerca un’esperienza capace di diventare sempre più assurda mentre i personaggi si avvicinano al luogo nel quale la profezia dovrebbe compiersi.
Tra religione, ecologismo e bisogno disperato di credere
Sotto la satira ambientale esiste poi un tema ancora più antico. Sacrifice parla soprattutto del bisogno umano di attribuire un significato alla catastrofe.
La profezia offre a Joan precisamente questo. Davanti a una crisi enorme e difficilmente controllabile, la possibilità di compiere un gesto capace di salvare tutto diventa irresistibile. Il sacrificio crea una relazione elementare tra causa ed effetto. Offriamo qualcosa alla natura e la natura ci risparmierà.
È una logica arcaica inserita dentro un problema estremamente contemporaneo.
Proprio questo cortocircuito permette al film di diventare qualcosa di più interessante della semplice satira sugli eco-estremisti. Cambiano le parole, cambiano le divinità e cambiano i rituali, ma l’essere umano continua a cercare qualcuno da immolare quando il mondo sembra sfuggirgli di mano.
La stessa struttura della setta riproduce inoltre dinamiche religiose. Esiste una profezia, una guida, una comunità di credenti e soprattutto la certezza che chi dubita non abbia ancora compreso la verità. Una volta accettata questa premessa, qualsiasi gesto può essere reinterpretato come necessario.
Quando il film perde il controllo, forse sta facendo esattamente ciò che vuole
Sacrifice non è un film perfettamente equilibrato. Anzi, probabilmente non vuole esserlo. La sceneggiatura scritta da Gavras insieme a Will Arbery introduce moltissime idee e non sempre riesce a svilupparle con la stessa precisione. La critica internazionale ha insistito parecchio su questo aspetto, fino a produrre una ricezione complessivamente piuttosto fredda.
La prima parte possiede una satira più immediata. Il gala offre bersagli riconoscibili e permette al film di costruire rapidamente il proprio universo. Quando comincia il viaggio, invece, il racconto diventa più strano, allegorico e deliberatamente scomposto.
È comprensibile che questa trasformazione possa infastidire. Tuttavia, ridurre l’irregolarità a un semplice difetto significa forse ignorare ciò che Gavras sta cercando. La progressiva perdita di razionalità appartiene anche ai personaggi. Più ci si avvicina al sacrificio, meno il mondo sembra obbedire alle regole con cui era stato presentato.
Non tutto funziona. Alcune provocazioni rimangono sospese e certi personaggi avrebbero meritato maggiore sviluppo. Eppure il film continua a produrre immagini, situazioni e interrogativi. Persino quando sbaglia, raramente diventa anonimo.
E questo, nel cinema contemporaneo, non è poco.
Un film originale proprio perché non ha paura di essere assurdo
Alla fine ciò che rimane di Sacrifice è soprattutto la sensazione di avere visto qualcosa di difficilmente assimilabile a un prodotto costruito secondo formule già sperimentate.
Romain Gavras mette insieme una star hollywoodiana in crisi, una profetessa ambientalista, un miliardario, una setta, un gala, una crisi climatica, un vulcano e una riflessione sul sacrificio. Poi lascia che questi elementi si scontrino fino a produrre qualcosa che oscilla tra commedia nera, thriller, avventura, allegoria religiosa e satira sociale.
Chris Evans accetta con grande intelligenza di demolire la propria immagine eroica. Anya Taylor-Joy trasforma Joan in una presenza magnetica proprio perché non interpreta mai la sua convinzione come una semplice follia. Vincent Cassel porta il proprio carisma dentro la rappresentazione del potere, mentre il resto di un cast impressionante contribuisce alla sensazione di assistere a una gigantesca festa organizzata pochi minuti prima dell’apocalisse.
Il film inciampa. Si allunga in alcune idee e ne abbandona altre troppo presto. La satira non mantiene sempre la precisione della prima parte e il desiderio di dire moltissimo rischia talvolta di trasformarsi in confusione.
Ma Sacrifice possiede qualcosa che vale la pena difendere: una personalità.
In un panorama nel quale moltissimi film sembrano preoccupati soprattutto di essere immediatamente comprensibili, Gavras realizza un’opera che accetta di essere strana, eccessiva e persino respingente. Non cerca disperatamente il consenso dello spettatore. Gli mette davanti personaggi assurdi e poi gli chiede di interrogarsi sulla parte di verità nascosta dentro quell’assurdità.
Perché dietro la profezia, il vulcano e la follia di Joan rimane una domanda estremamente semplice. Tutti diciamo di essere disposti a fare qualcosa per salvare il mondo.
Ma cosa siamo realmente disposti a sacrificare quando il prezzo da pagare riguarda noi?
È lì che la follia di Sacrifice smette improvvisamente di sembrare tanto folle.


