Alexandre Aja costruisce attorno a Halle Berry una fiaba horror sulla maternità, capace di inquietare e alimentare il dubbio, ma perde parte della sua forza lungo il cammino
Never Let Go: una casa, una madre e il Male fuori dalla porta
Una casa di legno sorge isolata nel mezzo della foresta. Il mondo, almeno secondo ciò che racconta la madre interpretata da Halle Berry, non esiste più. Il Male lo ha divorato. Lei e i suoi due figli, Samuel e Nolan, potrebbero essere gli ultimi esseri umani rimasti. Sopravvivere significa quindi rispettare delle regole precise.
La casa è il loro rifugio. Il legno che la compone è benedetto. Uscire significa legarsi a una corda collegata all’abitazione, perché perdere quel contatto equivale a esporsi al Male. Non bisogna toccarlo. Non bisogna permettergli di entrare. Soprattutto, non bisogna mai mettere in discussione ciò che la madre ha insegnato.
Alexandre Aja parte da una premessa semplice e molto efficace. Never Let Go – A un passo dal male utilizza pochi personaggi e uno spazio limitato. Da questi elementi costruisce un horror che lavora soprattutto sul dubbio. La sceneggiatura di KC Coughlin e Ryan Grassby non vuole farci temere soltanto ciò che si nasconde nella foresta. Ci chiede continuamente se qualcosa, là fuori, esista davvero.
È questa ambiguità a rappresentare la parte più interessante del film. Credere alla madre significa accettare che il mondo sia terminato. Dubitare di lei significa contemplare una possibilità forse ancora più inquietante. Samuel e Nolan potrebbero essere cresciuti prigionieri della paura di un’altra persona.
La corda come protezione, confine e cordone ombelicale
L’immagine più forte è anche la più evidente. Ogni volta che i protagonisti abbandonano la casa devono legarsi a una corda. Possono allontanarsi, esplorare e cercare cibo, ma soltanto fino al punto consentito dalla sua lunghezza.
La corda protegge. Allo stesso tempo imprigiona.
Diventa difficile non leggerla come un cordone ombelicale. I due bambini possono conoscere il mondo soltanto restando fisicamente collegati alla casa e, indirettamente, alla madre. Lei stabilisce la distanza massima entro la quale possono muoversi. Decide cosa sia vero e cosa non lo sia. Fornisce persino le parole attraverso le quali interpretare ciò che esiste oltre quel confine.
Aja rende questa costrizione visivamente efficace. La libertà dei bambini possiede sempre una misura precisa. Possono correre nel bosco, ma non possono andare davvero da nessuna parte. Ogni movimento conduce nuovamente alla casa.
Il titolo originale assume così un significato meno rassicurante. Never Let Go, non lasciare mai la presa. Potrebbe essere un’esortazione all’unione familiare. Potrebbe anche descrivere l’incapacità di una madre di permettere ai propri figli di separarsi da lei.
Le due interpretazioni possono convivere. Ed è proprio quando il film accetta questa ambivalenza che diventa più inquietante.
Halle Berry e una maternità costruita attraverso la paura
Halle Berry trova in questo personaggio una figura tutt’altro che accomodante. La sua Momma è consumata dalla sopravvivenza. Non possiede più nulla della star glamour che conosciamo. Il corpo è magro, affaticato e continuamente impegnato in una lotta contro la fame e la natura.
La durezza del personaggio, però, non elimina il sentimento materno. Al contrario, nasce proprio da quello.
Questa donna ama disperatamente i propri figli. Ne è convinta ogni volta che impone una regola, li punisce o alimenta la loro paura. Dal suo punto di vista non sta crescendo due bambini dentro una prigione. Li sta mantenendo vivi.
Qui Never Let Go trova una delle sue domande più interessanti. Fino a che punto la protezione può diventare una forma di violenza? Un genitore può trasmettere ai propri figli la propria paura del mondo credendo sinceramente di proteggerli?
Berry lavora bene sull’incertezza. La madre può apparire lucidissima in un momento e profondamente disturbata in quello successivo. Ogni volta che pensiamo di aver trovato una risposta, il film introduce un dettaglio che rende nuovamente instabile la nostra interpretazione.
Non sapere se fidarsi di lei significa non sapere quale film stiamo guardando.
Samuel e Nolan, due modi diversi di credere alla stessa storia
La scelta più intelligente della sceneggiatura consiste nel non far reagire allo stesso modo i due fratelli. Samuel, interpretato da Anthony B. Jenkins, accetta maggiormente il sistema costruito dalla madre. Nolan, interpretato da Percy Daggs IV, comincia invece a dubitare.
Questa differenza permette al conflitto di svilupparsi dentro la famiglia.
Il Male non ha più bisogno di entrare nella casa. Basta che qualcuno cominci a chiedersi se esista.
Nolan osserva le incongruenze. Fa domande. Cerca spiegazioni. Il dubbio diventa progressivamente una forma di emancipazione. Samuel reagisce invece aggrappandosi alle regole che hanno organizzato la sua intera esistenza. Per lui smettere di credere alla madre significa perdere contemporaneamente una figura genitoriale e l’unico sistema attraverso il quale ha imparato a comprendere il mondo.
Entrambi hanno ragione dal proprio punto di vista.
Aja evita così di trasformare immediatamente uno dei bambini nel razionale e l’altro nell’ingenuo. Sono due ragazzi cresciuti senza alternative. Non possono confrontare il racconto materno con la realtà perché quella realtà è sempre stata loro preclusa.
Quando cominciano a farlo, l’equilibrio familiare crolla.
E se il Male fosse soltanto ciò che ereditiamo?
Il film diventa ancora più interessante quando la minaccia soprannaturale può essere letta come qualcosa di ereditario. La madre vede figure che i bambini non riescono inizialmente a percepire. Il Male assume volti familiari e riporta continuamente il passato dentro il presente.
Non è necessario ridurre tutto a una spiegazione psicologica. Farlo impoverirebbe l’ambiguità sulla quale Aja costruisce gran parte della tensione. Tuttavia, Never Let Go suggerisce con forza che i figli possano ereditare molto più del patrimonio genetico.
Ereditano paure. Ereditano convinzioni. Assorbono traumi dei quali non conoscono l’origine. Imparano a temere qualcosa perché qualcuno, prima di loro, ne ha avuto paura.
La casa diventa allora uno spazio mentale oltre che fisico. Il mondo esterno è pericoloso perché così è stato definito. Il bosco non rappresenta soltanto il luogo nel quale potrebbe nascondersi il Male. È tutto ciò che esiste oltre la versione della realtà costruita dalla madre.
Crescere significa inevitabilmente oltrepassare quel confine.
La corda torna ancora una volta al centro. Per scoprire il mondo bisogna, prima o poi, accettare la possibilità di lasciarla.
Una fiaba nera nascosta dentro un survival horror
L’ambientazione permette ad Aja di recuperare anche qualcosa della fiaba tradizionale. La casa nel bosco, i bambini affamati, il divieto di allontanarsi e una presenza maligna nascosta tra gli alberi appartengono a un immaginario molto più antico del cinema horror contemporaneo.
Never Let Go possiede qualcosa di Hansel e Gretel, ma ne altera le coordinate. Qui la casa non viene necessariamente trovata dai bambini dopo essersi persi nel bosco. È il luogo dal quale devono capire se sia necessario fuggire.
La natura stessa contribuisce all’ambiguità. Può essere meravigliosa, ma rimane ostile. Il cibo scarseggia. Gli animali diventano risorse. Ogni uscita dalla casa contiene un rischio. La sopravvivenza ha cancellato qualsiasi visione romantica del bosco.
Aja sa utilizzare bene questi spazi. Diverse inquadrature mostrano quanto siano piccoli i protagonisti rispetto alla vegetazione che li circonda. La casa sembra contemporaneamente una fortezza e un oggetto destinato a essere inghiottito dalla natura.
Il senso di isolamento funziona. Non abbiamo bisogno di vedere il mondo distrutto per percepire la sua assenza. Tutto ciò che esiste per questa famiglia è concentrato dentro pochi metri.
Alexandre Aja sa costruire immagini disturbanti
Quando decide di mostrare il Male, Aja recupera invece il proprio gusto per l’immagine fisicamente sgradevole. Il regista di Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Crawl – Intrappolati conosce molto bene il corpo horror. Anche in un film meno feroce rispetto ad alcuni suoi lavori precedenti riesce a produrre immagini capaci di disturbare.
Le apparizioni non funzionano tutte allo stesso modo. Alcune possiedono un’inquietudine notevole. Altre risultano più convenzionali e finiscono per diminuire proprio quel senso di minaccia che l’invisibile aveva costruito meglio.
È un problema ricorrente nel film.
Finché non sappiamo, Never Let Go è molto più forte. Ogni rumore può significare qualcosa. Una presenza intravista tra gli alberi può essere reale oppure appartenere alla mente di chi la osserva. Il dubbio lavora al posto del mostro.
Quando Aja decide di concretizzare maggiormente la minaccia, l’immaginazione dello spettatore smette di fare parte del lavoro.
L’horror perde così una parte della sua capacità di insinuarsi.
Il problema della ridondanza: il dubbio funziona, ma non all’infinito
Proprio il meccanismo più riuscito diventa gradualmente il limite dell’opera. Never Let Go formula una domanda molto efficace: possiamo fidarci della madre?
Poi continua a formularla.
La sceneggiatura alterna indizi che confermano la sua versione a elementi che sembrano smentirla. Il procedimento inizialmente alimenta la tensione. Successivamente comincia a diventare riconoscibile. Ogni nuova informazione sembra destinata soprattutto a rimettere in discussione quella precedente.
L’ambiguità rischia così di trasformarsi in ridondanza.
Il problema non è la lentezza. Un film costruito su tre personaggi isolati può tranquillamente concedersi tempi dilatati. La difficoltà nasce quando quei tempi non producono una reale evoluzione del mistero. Alcuni passaggi ribadiscono concetti già acquisiti invece di spostarli verso territori nuovi.
Qui nasce la parte più deludente dell’esperienza. Le premesse sono abbastanza forti da far immaginare un horror ancora più radicale. La casa, le corde, la maternità e la possibilità che il Male sia reale offrono una quantità enorme di materiale.
Non tutto viene sfruttato con la stessa precisione.
Fame e paura cominciano a produrre lo stesso effetto
La scarsità di cibo introduce però una variazione fondamentale. Fino a quel momento le regole potevano essere rispettate. Restare dentro il sistema materno garantiva almeno una forma di sopravvivenza.
Quando le risorse diminuiscono, credere non basta più.
La fame è concreta. Non può essere interpretata come un’allucinazione e non può essere scacciata attraverso un rituale. I protagonisti devono quindi allontanarsi maggiormente, correre rischi e mettere in discussione proprio quelle regole che li hanno mantenuti vivi.
È uno dei momenti nei quali il survival e l’horror psicologico riescono meglio a coincidere.
La famiglia non si divide perché uno sceneggiatore ha bisogno di creare un conflitto. Si divide perché le condizioni materiali rendono impossibile continuare a vivere come prima.
Anche la fede nel racconto della madre diventa un privilegio che la fame non consente più.
Quando proteggere significa impedire di vivere
Sotto l’horror rimane quindi un dramma familiare piuttosto semplice, ma efficace. Ogni genitore costruisce inevitabilmente una prima versione del mondo per i propri figli. Stabilisce cosa sia pericoloso, cosa sia consentito e quali confini non vadano oltrepassati.
Il problema arriva quando quei confini non cambiano.
Momma ha costruito un sistema perfetto per mantenere Samuel e Nolan dentro la propria idea di sicurezza. Quella stessa sicurezza impedisce loro di verificare qualsiasi cosa autonomamente. Non possono sapere se la madre abbia ragione perché l’unico modo per scoprirlo consiste nel disobbedirle.
Il passaggio all’età adulta viene così trasformato in un gesto horror.
Uscire di casa potrebbe significare morire.
Restare potrebbe significare non vivere mai.
È probabilmente questa opposizione a rendere Never Let Go più interessante delle sue componenti strettamente soprannaturali. Il Male funziona meglio quando non rappresenta soltanto una creatura, ma la paura attraverso la quale qualcuno può controllare un’altra persona senza nemmeno percepire sé stesso come carnefice.
Il film vuole dire molto, forse troppo
Aja e gli sceneggiatori accumulano progressivamente significati. Maternità, isolamento, fanatismo, fede, trauma generazionale, paura dell’esterno e salute mentale finiscono per convivere nello stesso spazio narrativo.
La ricchezza inizialmente affascina. Ogni interpretazione sembra poter modificare quella precedente.
Col procedere del racconto, però, alcune suggestioni rimangono soltanto tali. Il film sembra aprire porte che non sempre decide di attraversare. Altre volte insiste su simboli già sufficientemente chiari, quasi temendo che lo spettatore possa non averne compreso il significato.
La corda ne rappresenta l’esempio migliore. È un’immagine cinematografica efficace proprio perché non avrebbe bisogno di essere spiegata. Basta vedere quei bambini legati alla casa per comprendere protezione e dipendenza nello stesso istante.
Quando Never Let Go si fida delle proprie immagini, funziona.
Quando sente il bisogno di ribadirle attraverso la narrazione, perde qualcosa.
Never Let Go, un horror imperfetto che possiede immagini difficili da scrollarsi di dosso
Never Let Go – A un passo dal male lascia quindi una sensazione curiosa. Alexandre Aja costruisce un film che possiede più idee di quante riesca davvero a svilupparne. Alcune sono notevoli. Altre vengono ripetute fino a perdere parte della propria capacità di sorprendere.
Halle Berry rimane il centro emotivo dell’opera. La sua madre può essere contemporaneamente protettrice e carceriera, vittima e origine del trauma. Percy Daggs IV e Anthony B. Jenkins sostengono bene un racconto che progressivamente si trasferisce sulle loro spalle. Il conflitto tra i fratelli permette inoltre al film di interrogarsi su qualcosa di più complesso della semplice esistenza del soprannaturale.
Aja trova le immagini migliori nella casa, nelle corde e nel bosco. Sono elementi elementari, quasi fiabeschi. Proprio per questo funzionano. Bastano una madre, due bambini e una corda per costruire un intero sistema di paura.
La delusione nasce semmai dalla sensazione che quella premessa potesse condurre ancora più lontano. Il film gira qualche volta attorno alle stesse domande e, quando arriva il momento di fornire alcune risposte, perde una parte dell’ambiguità che lo aveva reso così interessante.
Rimane comunque un horror che merita attenzione. Non perché rivoluzioni il genere, ma perché utilizza una minaccia soprannaturale per parlare di una paura estremamente concreta: quella di lasciare andare qualcuno che amiamo.
La madre chiede ai figli di non mollare mai la corda perché è convinta che soltanto così potranno sopravvivere. Samuel e Nolan devono invece scoprire se quella stessa corda sia ciò che li tiene lontani dal Male oppure ciò che impedisce loro di conoscere il mondo.
Ed è in quella tensione, più che nelle apparizioni o nei mostri, che Never Let Go trova il suo horror migliore.


