Mortal Kombat II è violento, esagerato e ne è consapevole, ma soprattutto trova nel combattimento la propria vera identità cinematografica

Questa volta è davvero Mortal Kombat

Il primo Mortal Kombat del 2021 aveva lasciato una sensazione curiosa. Il film possedeva personaggi, ambientazioni, Fatality e buona parte dell’immaginario del videogioco, ma mancava proprio ciò che avrebbe dovuto trovarsi al centro del racconto: il torneo. Sembrava quasi un lungo prologo necessario per preparare qualcosa che sarebbe arrivato soltanto dopo. Cinque anni più tardi, Simon McQuoid torna alla regia e Mortal Kombat II può finalmente occuparsi di ciò che il titolo promette.

I campioni dell’Earthrealm devono affrontare la minaccia rappresentata da Shao Kahn, interpretato da Martyn Ford. Questa volta il combattimento non è più soltanto una conseguenza della trama. Diventa la sua struttura. Il torneo permette alla sceneggiatura di Jeremy Slater di mettere continuamente i personaggi uno contro l’altro, mentre nuovi combattenti entrano in un universo che non ha alcuna intenzione di moderare la propria natura.

La differenza rispetto al primo capitolo si sente. Mortal Kombat II possiede un ritmo più sicuro e soprattutto una maggiore consapevolezza del materiale di partenza. Non cerca di trasformare il videogioco in qualcos’altro per conferirgli una presunta dignità cinematografica. Preferisce costruire un film d’azione fantasy che accetta Fatality, sangue, arti marziali, creature assurde e combattenti dotati di poteri ancora più assurdi. Era esattamente ciò che serviva.

Johnny Cage entra nel torneo e Karl Urban si prende il film

La novità più evidente è Johnny Cage. Karl Urban raccoglie un personaggio amatissimo dai giocatori e lo interpreta partendo dalla caratteristica che lo ha sempre reso differente dagli altri combattenti: prima ancora di essere un guerriero, Johnny è una star.

Il suo ingresso permette al film di trovare anche una prospettiva comica. Cage arriva dentro un universo di divinità, campioni e minacce interdimensionali portandosi dietro un ego enorme, la mentalità dell’attore e una concezione dello spettacolo che inevitabilmente entra in collisione con la gravità degli altri personaggi. Urban comprende questa contraddizione e la sfrutta senza trasformare Johnny in una semplice macchietta.

L’attore si diverte visibilmente. La sua interpretazione possiede una componente volutamente sopra le righe, ma dietro l’arroganza emerge progressivamente qualcosa di più interessante. Johnny deve dimostrare che la propria identità non coincide con quella costruita dalla fama. Entrare nel Mortal Kombat significa quindi confrontarsi con combattenti per i quali la lotta non è una coreografia da cinema, ma una questione di sopravvivenza.

Proprio qui il personaggio trova la propria evoluzione. L’ironia non scompare e sarebbe stato un errore eliminarla. Tuttavia, il film concede a Cage abbastanza spazio per guadagnarsi progressivamente il proprio posto tra i campioni. Karl Urban riesce così a essere contemporaneamente elemento comico, star del film e nuovo punto di accesso alla saga.

Combattere non è un intervallo tra una scena e l’altra

La parte migliore di Mortal Kombat II è inevitabilmente quella fisica. Il film comprende una cosa apparentemente elementare, ma fondamentale per un adattamento simile: i combattimenti devono raccontare qualcosa.

Simon McQuoid non tratta quindi gli scontri come semplici parentesi spettacolari inserite tra due blocchi narrativi. Ogni combattente possiede un modo differente di muoversi. Le abilità speciali modificano gli spazi, obbligano gli avversari ad adattarsi e permettono alla coreografia di cambiare continuamente registro. Il risultato conserva la riconoscibilità del videogioco senza dare l’impressione di assistere semplicemente alla sua imitazione.

L’azione è più leggibile rispetto a molta produzione contemporanea. Il montaggio possiede velocità, ma non distrugge continuamente la continuità del movimento. Quando un personaggio colpisce, salta o utilizza un’abilità, lo spettatore riesce a seguire l’azione. È un elemento essenziale in un film che costruisce gran parte del proprio piacere proprio sull’impatto fisico.

Anche Karl Urban si mette considerevolmente alla prova. La preparazione richiesta dal ruolo è evidente soprattutto nelle sequenze più articolate, dove Johnny Cage deve conservare qualcosa della propria natura spettacolare senza perdere credibilità all’interno del combattimento. Non tutto può naturalmente essere eseguito dall’attore, ma la continuità tra interpretazione e coreografia funziona.

Mortal Kombat II non cerca quindi di nascondere il proprio essere prima di tutto un film di combattimenti. Lo rivendica. Ed è proprio quando smette di preoccuparsi di tutto il resto che diventa più divertente.

Il sangue non è decorazione, è parte del linguaggio

Esiste poi un elemento sul quale sarebbe stato assurdo scendere a compromessi: la violenza. Mortal Kombat è diventato un fenomeno culturale anche perché negli anni Novanta portò nel videogioco una rappresentazione della violenza talmente esagerata da generare polemiche, censure e discussioni politiche. Le Fatality non sono quindi un accessorio facilmente eliminabile. Appartengono all’identità stessa del franchise.

Il film del 2021 aveva già scelto di non rinunciarvi. Questo secondo capitolo continua nella stessa direzione e, in alcuni momenti, spinge ulteriormente sull’acceleratore. I corpi vengono trafitti, spezzati e mutilati. Il sangue arriva in quantità abbondanti. Alcune morti sono deliberatamente costruite per provocare quella combinazione di disgusto e divertimento che i giocatori conoscono molto bene.

La differenza importante riguarda il tono. McQuoid non cerca un realismo disturbante. La violenza appartiene a un universo talmente esagerato da diventare quasi una forma di linguaggio. Una Fatality deve essere brutale, ma deve anche possedere inventiva. Deve sorprendere attraverso il modo in cui un combattente riesce a eliminare l’altro.

Il film comprende bene questa componente ludica. Lo spettatore finisce per attendere alcune conclusioni degli scontri esattamente come, davanti al videogioco, aspetterebbe di vedere la sequenza finale dopo la vittoria. È fan service? Certamente.

Ma esiste un fan service intelligente, quando ciò che viene offerto al pubblico coincide con una componente essenziale dell’opera adattata. In questo caso, togliere le Fatality per rendere il film più rispettabile sarebbe stato molto più stupido che mostrarle.

Kitana e Jade ampliano finalmente il mondo

L’arrivo di Johnny Cage non è l’unica novità. Adeline Rudolph interpreta Kitana, mentre Tati Gabrielle porta sullo schermo Jade. La loro presenza permette soprattutto di ampliare la dimensione politica e personale di Outworld, che non può più essere soltanto il luogo dal quale arrivano i nemici da sconfiggere.

Kitana è particolarmente importante perché introduce una prospettiva differente sul conflitto. Il rapporto con Shao Kahn e con il destino del proprio regno rende la battaglia qualcosa di più complesso di una semplice contrapposizione tra Terra e invasori. Adeline Rudolph riesce a conferirle autorevolezza senza appesantire il personaggio, mentre le sequenze d’azione sfruttano bene uno stile di combattimento immediatamente riconoscibile per chi conosce i videogiochi.

Tati Gabrielle lavora invece sull’ambiguità di Jade. La sua presenza aggiunge un altro elemento a una storia che comincia finalmente ad avere la sensazione di un universo popolato e non semplicemente di una sequenza di personaggi introdotti perché qualcuno deve combattere.

Il rischio dell’accumulo rimane. Mortal Kombat II possiede moltissimi personaggi e non tutti ricevono lo stesso spazio. Tuttavia, la struttura del torneo permette almeno di trasformare questa abbondanza in una caratteristica narrativa. In un film chiamato Mortal Kombat, avere troppi combattenti è probabilmente uno dei problemi più facili da perdonare.

Shao Kahn deve essere enorme, e infatti lo è

Martyn Ford possiede il fisico necessario per rendere Shao Kahn immediatamente credibile. Non servono lunghe spiegazioni quando il personaggio entra in scena. Le sue dimensioni comunicano già il tipo di minaccia rappresentata.

Shao Kahn funziona proprio perché appartiene a una concezione molto semplice del villain. Non ha bisogno di essere trasformato in un antagonista tormentato per risultare interessante. È un tiranno, vuole dominare e considera la forza una giustificazione sufficiente per esercitare il proprio potere.

Dentro un altro film potrebbe sembrare elementare. Nell’universo di Mortal Kombat possiede invece una coerenza quasi naturale.

La sceneggiatura gli concede comunque una funzione più ampia rispetto a quella del semplice boss finale. La sua presenza condiziona Kitana, Outworld e l’intera struttura del torneo. Quando finalmente arriva il momento dello scontro, il film ha costruito abbastanza attorno alla sua figura da far percepire realmente la differenza tra affrontare uno dei suoi combattenti e affrontare direttamente lui.

McQuoid sfrutta inoltre molto bene la differenza fisica tra Ford e buona parte del cast. La massa di Shao Kahn modifica la coreografia. I colpi sembrano possedere un peso diverso e gli avversari devono cambiare strategia per affrontarlo.

È esattamente il tipo di minaccia che un film del genere richiedeva.

Il ritorno dei combattenti completa ciò che il primo film aveva iniziato

Accanto alle nuove presenze ritornano Liu Kang, Sonya Blade, Jax, Raiden, Shang Tsung e soprattutto Scorpion. Ludi Lin, Jessica McNamee, Mehcad Brooks, Tadanobu Asano, Chin Han e Hiroyuki Sanada riprendono quindi i rispettivi personaggi e permettono al sequel di non ricominciare completamente da zero.

Questa continuità rappresenta uno dei vantaggi principali rispetto al film precedente. Nel 2021 era necessario introdurre regole, mondi, combattenti e poteri. Adesso gran parte di quel lavoro è già stato fatto. Mortal Kombat II può utilizzare il tempo risparmiato per mettere finalmente quei personaggi dentro la situazione che tutti aspettavano.

Hiroyuki Sanada continua a possedere una presenza magnetica come Scorpion. Non servono molti minuti perché il personaggio domini una scena. Liu Kang trova invece maggiore centralità dentro la dinamica del torneo, mentre Sonya e Jax possono finalmente muoversi in un universo nel quale la loro appartenenza al gruppo non deve essere nuovamente spiegata.

Il ritorno di Kano, interpretato ancora da Josh Lawson, conferma invece quanto il film voglia preservare anche la propria componente più irriverente. La sua capacità di disturbare qualsiasi equilibrio rimane una delle fonti comiche più efficaci della saga.

Questa volta, però, l’insieme appare più compatto. Non necessariamente più profondo, ma certamente più funzionale.

Una sceneggiatura semplice non significa una sceneggiatura inutile

Il punto più debole rimane la scrittura. La critica internazionale si è divisa soprattutto qui, e non senza ragioni. Mortal Kombat II non possiede una trama particolarmente sofisticata. Esistono i campioni della Terra, esiste una minaccia e bisogna combattere per impedirle di prevalere. Non è materiale destinato a rivoluzionare la narrativa cinematografica.

Jeremy Slater, però, sembra aver compreso che complicare artificialmente una storia del genere avrebbe potuto produrre più danni che benefici. La sceneggiatura preferisce quindi lavorare sulle relazioni, sulle rivalità e sui singoli combattimenti. Il torneo offre una struttura facilmente comprensibile e permette al film di muoversi con una certa rapidità.

Qualche passaggio rimane prevedibile. Alcuni personaggi avrebbero meritato maggiore sviluppo e certe svolte esistono soprattutto per condurre al combattimento successivo. Il meccanismo videoludico è evidente e il film non riesce sempre a nasconderlo.

Eppure questa semplicità possiede anche un vantaggio. Non occorre attraversare interminabili blocchi espositivi per capire cosa stia accadendo. Gli obiettivi sono chiari, i rapporti di forza altrettanto e la narrazione può concentrarsi sull’intrattenimento. Non è grande scrittura, ma è scrittura funzionale. Per Mortal Kombat II, nella maggior parte dei casi, basta.

Mortal Kombat II ha finalmente capito che cosa vuole essere

Il miglioramento rispetto al primo capitolo nasce soprattutto da una maggiore consapevolezza. Simon McQuoid non sembra più interessato a dimostrare che Mortal Kombat possa diventare un fantasy d’azione rispettabile nonostante le proprie origini videoludiche. Questa volta utilizza quelle origini come punto di forza.

Il torneo esiste. Le Fatality esistono. Johnny Cage si comporta come Johnny Cage. Shao Kahn è gigantesco. Kitana combatte con i propri ventagli. Scorpion continua a possedere quella presenza che lo ha reso una delle icone della saga. Il sangue scorre senza alcuna intenzione di essere elegante. Soprattutto, il film si diverte.

Questa componente cambia profondamente la percezione dell’intera operazione. Mortal Kombat II non è un film perfetto e non prova neppure a esserlo. La sceneggiatura rimane elementare, alcuni personaggi vengono sacrificati all’abbondanza del cast e il fan service è presente praticamente ovunque. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra utilizzare il fan service per nascondere l’assenza di idee e utilizzarlo perché si conosce ciò che rende riconoscibile un universo. McQuoid sceglie prevalentemente la seconda strada.

Il risultato è un sequel più sicuro, più violento e soprattutto più divertente. Un film che non ha bisogno di chiedere scusa per essere tratto da un videogioco e che trova proprio nella grammatica di quel videogioco la propria ragione cinematografica.

Per una volta non serve cercare significati nascosti dietro ogni combattimento. Basta osservare quanto bene quei combattimenti siano costruiti, quanto siano differenti tra loro e quanto il film riesca a trasformare il piacere del gioco in spettacolo cinematografico.

Mortal Kombat II non ottiene una flawless victory. Qualche colpo va a vuoto e la scrittura potrebbe essere molto più solida. Tuttavia, quando arriva il momento di scegliere tra prudenza e spettacolo, il film quasi sempre sceglie lo spettacolo. Ed è difficile chiedere a Mortal Kombat qualcosa di più appropriato.

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