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  • Minions & Monsters: dietro il caos giallo si nasconde una lettera d’amore al cinema

Pierre Coffin realizza il capitolo più cinefilo dei Minions: una commedia animata rapida, semplice e irresistibile che diverte i bambini mentre racconta agli adulti oltre un secolo di storia del cinema

I Minions scoprono il cinema. O forse è sempre stato il contrario

Non era affatto scontato che, dopo sedici anni e sette film ambientati nell’universo di Cattivissimo Me, fossero proprio i Minions a ricordarci quanto possa essere divertente andare al cinema. Minions & Monsters parte dall’ennesima avventura delle creature gialle create da Pierre Coffin, ma trova quasi immediatamente qualcosa di nuovo da raccontare. Questa volta il loro caos incontra Hollywood. Più precisamente, incontra il momento in cui il cinema stava ancora imparando a essere cinema.

Ambientare una parte fondamentale della storia nella Hollywood degli anni Venti è un’intuizione perfetta. I Minions possiedono infatti qualcosa che li rende parenti naturali dei grandi comici del muto. Parlano una lingua incomprensibile, comunicano soprattutto attraverso il corpo e costruiscono la comicità sull’incidente, sulla caduta, sull’equivoco e sulla distruzione involontaria di qualsiasi cosa incontrino. Non hanno bisogno delle parole per far ridere. Esattamente come non ne avevano bisogno Charlie Chaplin, Buster Keaton o Harold Lloyd.

Pierre Coffin, tornato alla regia e affiancato alla scrittura da Brian Lynch, sembra aver finalmente trovato il contesto cinematografico nel quale queste creature possono esprimere pienamente la propria natura. Non sorprende che la critica internazionale abbia accolto il film molto meglio di diversi capitoli precedenti della saga. Le recensioni hanno sottolineato soprattutto la freschezza dell’idea, la qualità dello slapstick e l’insospettabile ricchezza della sua cultura cinematografica.

Una storia semplice che conosce perfettamente il proprio pubblico

Minions & Monsters non pretende mai di essere qualcosa che non è. La storia rimane volutamente elementare. I Minions arrivano nella nascente industria cinematografica, entrano nel mondo della produzione e finiscono per confondere ancora una volta la finzione con la realtà. Il desiderio di realizzare un film di mostri porta infatti i piccoli protagonisti a confrontarsi con creature decisamente più reali del previsto.

Da qui nasce un’avventura che procede a velocità impressionante. Coffin non appesantisce il racconto con spiegazioni inutili e nemmeno cerca di costruire una mitologia più complessa di quanto serva. Ogni situazione conduce rapidamente alla successiva. Le gag si accumulano, i personaggi entrano ed escono dalla scena e il film conserva per quasi tutta la durata una leggerezza che rappresenta uno dei suoi maggiori pregi.

È cinema rivolto prima di tutto ai bambini, e non c’è alcuna ragione per nasconderlo. Tuttavia, essere semplici non significa necessariamente essere superficiali. Minions & Monsters comprende molto bene questa differenza. Offre ai più piccoli colori, ritmo, mostri, incidenti e quella comicità fisica che ha reso i protagonisti riconoscibili in tutto il mondo. Nel frattempo, però, costruisce per gli adulti un secondo film, nascosto dentro il primo.

Ed è proprio quel secondo film a rendere l’esperienza così sorprendente.

Cent’anni di cinema nascosti dentro una commedia per bambini

Il gioco cinefilo comincia molto prima di Hollywood. Minions & Monsters attraversa infatti la storia delle immagini in movimento recuperando persino gli esperimenti fotografici di Eadweard Muybridge, per poi passare ai Lumière e a Georges Méliès. Da quel momento la storia del cinema diventa un gigantesco parco giochi nel quale i Minions possono entrare, distruggere qualcosa e proseguire verso l’immagine successiva.

Il muto occupa naturalmente uno spazio privilegiato. Charlie Chaplin è una presenza fondamentale, ma il film guarda anche a Buster Keaton e Harold Lloyd. Le loro acrobazie non vengono semplicemente citate. Diventano parte dello stesso linguaggio comico dei Minions. È un incontro sorprendentemente naturale perché la gag fisica che faceva ridere cento anni fa continua a funzionare con bambini che probabilmente non hanno mai visto The General, Safety Last! o un cortometraggio di Chaplin.

Qui emerge una delle intuizioni più belle del film. Il bambino può ridere senza conoscere il riferimento. L’adulto cinefilo, invece, riconosce contemporaneamente la gag e la sua provenienza. Nessuno dei due livelli disturba l’altro.

Coffin non utilizza quindi la citazione per dimostrare quanto cinema conosca. La inserisce nella struttura stessa della comicità. I Minions diventano inconsapevoli eredi di quella tradizione e dimostrano, forse senza neppure rendersene conto, che alcune forme del linguaggio cinematografico non invecchiano.

Da Metropolis a Citizen Kane: quando la cinefilia diventa una gag

Con l’avanzare del racconto, il gioco diventa ancora più sfacciato. Metropolis entra nell’immaginario del film attraverso il robot che richiama immediatamente Maria, una delle figure più riconoscibili del capolavoro di Fritz Lang. Poi arrivano il cinema fantastico, la fantascienza e i mostri della Hollywood classica. Il film guarda a The Blob, The Day the Earth Stood Still e all’universo dei monster movie, mescolando epoche differenti senza preoccuparsi troppo della precisione cronologica.

Ed è giusto così. Minions & Monsters non vuole impartire una lezione accademica di storia del cinema. Vuole giocare con la sua memoria.

Persino Citizen Kane viene trascinato dentro questa anarchia. L’immagine solenne della morte di Charles Foster Kane, con la palla di vetro che cade dalla mano, viene trasformata secondo la logica demenziale dei Minions. Anche Casablanca viene evocato, mentre altre sequenze attraversano l’immaginario hollywoodiano con una rapidità che invita quasi a una seconda visione per individuare ciò che era sfuggito alla prima.

Non mancano riferimenti a Jaws, mentre l’universo delle creature cinematografiche rimanda continuamente alla grande tradizione horror e fantascientifica americana.

Il risultato non assomiglia a una successione sterile di easter egg. Le citazioni diventano piuttosto frammenti di una memoria condivisa. Alcuni spettatori le riconosceranno immediatamente. Altri scopriranno soltanto molti anni dopo che quella strana immagine vista in un film dei Minions proveniva da Fritz Lang, Chaplin o Orson Welles. Ed è forse questa la forma più bella di educazione cinefila possibile: seminare curiosità senza trasformarla in una lezione.

George Lucas e il cinema che divora continuamente sé stesso

Poi arriva George Lucas. Non soltanto come riferimento, ma come presenza consapevole del gioco: Lucas presta infatti la voce a sé stesso. È una scelta che porta la dichiarazione d’amore per il cinema fuori dalla sua epoca originaria e la proietta verso quella successiva.

Il passaggio è significativo. Il film parte dalle origini dell’immagine in movimento, attraversa il muto, incontra il cinema classico, i mostri, la fantascienza e arriva infine a uno degli uomini che hanno modificato profondamente l’idea moderna di blockbuster. Non costruisce una cronologia rigorosa. Disegna piuttosto una genealogia affettiva.

In fondo, anche i Minions sono figli di quella storia. Senza Chaplin e Keaton probabilmente non esisterebbe il loro modo di cadere. Senza i monster movie non esisterebbe il mondo fantastico nel quale possono muoversi. Senza il cinema spettacolare inaugurato e trasformato da autori come Lucas sarebbe difficile immaginare persino il tipo di produzione globale della quale oggi loro stessi sono protagonisti.

Questa consapevolezza rende Minions & Monsters molto più intelligente di quanto la sua superficie possa suggerire. Il film sa di appartenere a una gigantesca industria commerciale, ma per novanta minuti decide di guardare indietro e riconoscere i propri antenati.

La vera magia è vedere come nasce un film

C’è però qualcosa di ancora più interessante delle singole citazioni. Minions & Monsters non ama soltanto i film. Ama fare i film.

Macchine da presa, set, scenografie, interpreti, trucchi e incidenti di produzione diventano parte integrante dell’avventura. Il cinema viene mostrato come una gigantesca macchina collettiva nella quale l’illusione nasce dal lavoro, dall’invenzione e, nel caso dei Minions, da una quantità impressionante di caos.

Questa dimensione rende particolarmente felice l’ambientazione nella Hollywood delle origini. Era un periodo nel quale molte regole del linguaggio cinematografico dovevano ancora essere inventate. Il film sfrutta questa libertà per immaginare i Minions come involontari partecipanti alla costruzione di quell’immaginario.

Anche il passaggio dal muto al sonoro diventa materiale comico. È un’idea quasi inevitabile per personaggi che parlano da sempre un idioma sostanzialmente incomprensibile. La loro lingua assurda, che nel resto della saga è soprattutto un marchio comico, qui acquista improvvisamente un’altra funzione. I Minions sono perfetti per il cinema muto proprio perché non abbiamo mai avuto realmente bisogno di comprenderne le parole.

Il paradosso è delizioso. Queste creature nate nel XXI secolo sembrano appartenere naturalmente a un linguaggio cinematografico vecchio di cent’anni.

Bambini e cinefili possono ridere della stessa cosa per motivi diversi

È qui che il film compie probabilmente il risultato più difficile. Riesce a parlare contemporaneamente a due pubblici senza sacrificare nessuno dei due.

Un bambino può guardare Minions & Monsters senza sapere chi siano Chaplin, Keaton, Méliès, Lang o Welles. Non cambia nulla. Le gag continuano a funzionare. I mostri continuano a essere divertenti e l’avventura mantiene la propria chiarezza.

Un adulto appassionato di cinema, invece, vede continuamente aprirsi un secondo livello. Riconosce un’inquadratura, un costume, un movimento, una scenografia o una situazione. A quel punto la gag acquista un significato ulteriore.

Non è nostalgia utilizzata come ricatto emotivo. Nessuno chiede allo spettatore di commuoversi semplicemente perché riconosce qualcosa. Il riferimento cinematografico viene quasi sempre trasformato e piegato alla comicità dei protagonisti.

Proprio per questo la formula funziona. La cinefilia non interrompe il divertimento. Lo alimenta.

Eppure, questa volta il caos ha già trovato un significato.

Una lettera d’amore al cinema travestita da film dei Minions

Minions & Monsters è probabilmente uno dei film più riusciti dell’intero universo di Cattivissimo Me. Non perché improvvisamente trasformi i Minions in personaggi profondissimi o perché tenti di attribuire loro una complessità che non hanno mai avuto. Funziona proprio perché comprende perfettamente cosa siano.

Sono creature semplici. Fisiche. Immediatamente leggibili. Vivono di movimento, ritmo, suono e immagine. In altre parole, sono esseri profondamente cinematografici.

Pierre Coffin prende questa caratteristica e costruisce intorno a loro un omaggio che attraversa più di un secolo di immagini. Dai primi esperimenti sul movimento al cinema muto, da Chaplin a Keaton, da Metropolis ai mostri della fantascienza, passando per Citizen Kane, Casablanca, Jaws e arrivando fino a George Lucas, il film nasconde la storia del cinema dentro una macchina comica pensata innanzitutto per divertire.

Forse è proprio questa la sua conquista più bella. Un bambino potrebbe uscire dalla sala ricordando un Minion che cade. Un cinefilo potrebbe uscire sorridendo perché quella caduta gli ha ricordato Buster Keaton. Entrambi hanno visto lo stesso film. Entrambi si sono divertiti.

E magari, tra qualche anno, quel bambino incontrerà per la prima volta Chaplin, Keaton o Metropolis e avrà la strana sensazione di averli già conosciuti da qualche parte.

In mezzo a creature gialle, banane, mostri e disastri, Minions & Monsters riesce allora a compiere qualcosa di sorprendentemente serio: tramandare il cinema continuando semplicemente a giocare con lui.

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