Roma non è mai caduta: ha semplicemente cambiato nome, attraversato il tempo ed è diventata New Rome

Megalopolis è uno di quei film davanti ai quali viene quasi spontaneo chiedersi come sia stato possibile realizzarli. Non soltanto per le dimensioni produttive, per la lunga gestazione o per l’investimento personale con cui Francis Ford Coppola ha finalmente concretizzato un progetto inseguito per decenni. La vera anomalia sta altrove. Nel 2024 è arrivato nelle sale un kolossal costosissimo che non sembra chiedere il permesso a nessuno. Non a un franchise, non a un algoritmo, nemmeno alle convenzioni attraverso le quali siamo abituati a giudicare un blockbuster.

Coppola lo definisce una favola. Conviene prenderlo sul serio. Megalopolis non cerca il realismo, né pretende di costruire una società futura secondo criteri plausibili. Prende Roma, New York, Shakespeare, politica americana, fantascienza, architettura, tragedia, commedia, sesso, denaro e utopia. Poi comprime tutto dentro New Rome, una città che appartiene contemporaneamente al passato, al presente e a un futuro che potrebbe non arrivare mai.

È un’opera smisurata, contraddittoria e talvolta persino sgraziata. Proprio per questo appare irripetibile. Un film che può permettersi di essere profondamente ingenuo mentre ragiona sulla decadenza di una civiltà. Un’opera politica che continua ostinatamente a credere nella possibilità di immaginare qualcosa di migliore.

E soprattutto un film che, nel bene e nel male, soltanto Francis Ford Coppola avrebbe potuto realizzare.

Un film fuori misura per raccontare una civiltà fuori misura

La ricezione di Megalopolis è stata divisiva fin dalla presentazione in concorso a Cannes nel maggio 2024. Due anni dopo, quella spaccatura appare quasi inevitabile. Per alcuni è un’opera confusa, ridondante e incapace di controllare la propria smisurata ambizione. Per altri proprio quella libertà, ormai rarissima nel cinema di queste dimensioni, costituisce il suo fascino.

Guardarlo significa però accettare un patto preciso. Non bisogna cercare una fantascienza tradizionale. Nemmeno una ricostruzione dell’antica Roma travestita da futuro. Coppola utilizza entrambe per parlare dell’America e, attraverso di essa, di qualcosa di ancora più grande.

Le civiltà cambiano forma. Gli esseri umani molto meno.

Il potere continua a desiderare altro potere. Il denaro cerca di comprarlo. La politica difende sé stessa. Il popolo può essere manipolato. I media trasformano qualsiasi cosa in spettacolo. Nel frattempo qualcuno continua a immaginare che una società diversa sia possibile.

È da questo conflitto che nasce Megalopolis.

New Rome: il futuro costruito sulle rovine dell’antichità

La città del film si chiama New Rome, ma possiede immediatamente qualcosa di New York. I grattacieli convivono con colonne, corone d’alloro, corse di carri, feste patrizie e un’estetica retrofuturista che deliberatamente rifiuta qualsiasi collocazione temporale precisa.

Coppola non immagina che nel futuro torneremo all’antica Roma.

Sostiene qualcosa di più inquietante: non ce ne siamo mai davvero andati.

La Repubblica romana diventa così una matrice attraverso la quale osservare il presente. Cesar Catilina, interpretato da Adam Driver, rimanda a Lucio Sergio Catilina. Il sindaco Franklyn Cicero di Giancarlo Esposito porta già nel cognome il riferimento a Marco Tullio Cicerone. Clodio Pulcher recupera persino il nome di Publio Clodio Pulcro.

Non sono citazioni ornamentali. Coppola costruisce una società futuribile partendo dalla culla occidentale della politica proprio per suggerire una continuità.

Cambiano gli edifici. Cambiano i mezzi di comunicazione. Cambiano le tecnologie.

Ambizione, denaro, desiderio, populismo e corruzione continuano invece a riconoscersi perfettamente.

Il futuro di Megalopolis assomiglia così al passato perché il presente assomiglia già a entrambi.

Cesar Catilina e il diritto di immaginare l’impossibile

Adam Driver interpreta Cesar Catilina come se fosse contemporaneamente architetto, scienziato, artista, politico e profeta.

Vuole costruire Megalopolis attraverso il Megalon, un materiale rivoluzionario che permette di concepire strutture quasi organiche. La città futura non dovrebbe limitarsi a funzionare. Dovrebbe consentire agli esseri umani di vivere diversamente.

È qui che il conflitto con Cicero assume un significato molto più interessante della semplice opposizione tra protagonista e antagonista.

Il sindaco difende bisogni concreti. Servizi, lavoro, infrastrutture, sicurezza. Cesar parla invece di sogni, possibilità e futuro.

Entrambi possiedono argomenti validi.

Coppola, però, non nasconde mai verso chi penda la propria simpatia. Il cinema stesso diventa la dimostrazione della tesi di Cesar. A ottantacinque anni, il regista ha investito personalmente circa 120 milioni di dollari per costruire un film che il sistema produttivo non avrebbe probabilmente realizzato alle sue condizioni. In questo senso, Megalopolis diventa inevitabilmente anche un autoritratto.

Cesar vuole costruire qualcosa che ancora non esiste.

Coppola ha fatto esattamente lo stesso.

Fermare il tempo per poter immaginare il futuro

Cesar possiede una capacità apparentemente impossibile: può fermare il tempo.

È uno degli elementi più apertamente fiabeschi dell’opera e sarebbe un errore cercarne una spiegazione scientifica. Megalopolis non sembra minimamente interessato a fornirla.

Il tempo si ferma perché Cesar riesce a immaginarlo fermo.

Questa facoltà assume così un significato creativo. L’artista possiede un rapporto diverso con il tempo perché può sottrarsi momentaneamente al presente. Può osservare ciò che esiste e immaginare ciò che ancora non c’è.

Il problema arriva quando deve ricominciare a vivere.

Non basta fermare il tempo per cambiarlo. Occorre convincere gli altri a partecipare alla stessa visione.

È qui che Julia Cicero diventa fondamentale.

Julia Cicero è molto più della donna tra due uomini

Nathalie Emmanuel merita particolare attenzione perché Julia avrebbe potuto facilmente ridursi a una funzione narrativa. Figlia di Cicero, innamorata di Cesar, diventa il collegamento perfetto tra i due uomini e le loro differenti concezioni della città.

Il personaggio riesce invece ad assumere una propria centralità.

Julia attraversa mondi diversi. Conosce l’ambiente privilegiato dal quale proviene, ma viene progressivamente attratta dalla possibilità di qualcosa che ancora non esiste. Il rapporto con Cesar non rappresenta soltanto un innamoramento. È anche l’incontro con un’idea.

La sua trasformazione permette inoltre al film di evitare una contrapposizione completamente rigida tra passato e futuro. Julia porta Cicero dentro Cesar e Cesar dentro Cicero. Diventa la possibilità stessa di una mediazione.

La politica di Megalopolis non può infatti limitarsi alla vittoria di una fazione.

Per costruire qualcosa bisogna arrivare a immaginare un futuro condiviso.

In questo senso Julia possiede forse una funzione ancora più importante di quella di Cesar. Lui può concepire l’utopia. Lei rende possibile che quell’utopia venga comunicata, amata e infine condivisa.

Hamilton Crassus III: quando il denaro sopravvive a qualsiasi civiltà

Poi c’è Jon Voight.

Hamilton Crassus III è uno dei personaggi più divertenti e significativi della gigantesca galleria umana assemblata da Coppola. Il cognome rimanda inevitabilmente a Marco Licinio Crasso, simbolo della ricchezza smisurata nella Roma repubblicana.

Ancora una volta, il meccanismo è trasparente.

Il denaro attraversa i secoli.

Crassus è grottesco, libidinoso, apparentemente decrepito e circondato da persone che desiderano appropriarsi della sua fortuna. Coppola lo trasforma quasi in una caricatura del capitale. Tutto sembra consumarsi attorno a lui mentre la ricchezza continua a garantirgli una posizione centrale.

La sua relazione con Wow Platinum rende questa dimensione ancora più evidente.

Il vecchio capitale incontra il nuovo spettacolo.

E scopre di trovarsi perfettamente a proprio agio.

Wow Platinum: perfino il nome è già una dichiarazione politica

Aubrey Plaza interpreta Wow Platinum, giornalista finanziaria, amante, manipolatrice e creatura perfettamente adattata all’ecosistema di New Rome.

Il nome è magnifico proprio perché sfiora il ridicolo.

Wow. Platinum.

Stupore e metallo prezioso. Spettacolo e valore economico.

Coppola non cerca alcuna sottigliezza. Non ne ha bisogno. Wow Platinum appartiene a un mondo nel quale persino l’informazione è diventata performance. Il giornalismo finanziario, il desiderio, la celebrità e la scalata sociale possono quindi occupare lo stesso corpo.

Aubrey Plaza comprende perfettamente la natura del personaggio. Non cerca di renderlo realistico. Lo interpreta dentro la tonalità scelta dal film, oscillando tra femme fatale, conduttrice televisiva, opportunista e figura quasi mitologica.

La sua presenza permette inoltre di comprendere un’altra caratteristica di Megalopolis. La società futura immaginata da Coppola ha ereditato dall’antichità non soltanto istituzioni e pulsioni politiche.

Ha ereditato anche i vizi.

Pane, circo e algoritmi: il popolo vuole ancora uno spettacolo

L’antica Roma di Coppola non esiste soltanto nei nomi.

Esiste nelle feste, nelle competizioni, nel sesso, nella celebrazione pubblica e soprattutto nella necessità continua di intrattenere il popolo. L’espressione panem et circenses sembra attraversare New Rome senza bisogno di essere trasformata in una lezione di storia.

Abbiamo semplicemente cambiato il circo.

Oggi esistono televisioni, social network, celebrity, scandali, eventi sportivi e una comunicazione politica sempre più costruita secondo le regole dello spettacolo. Nel futuro di Coppola non c’è motivo perché questa dinamica debba scomparire.

Il progresso tecnologico non implica necessariamente un progresso umano.

È una delle idee politiche più amare del film.

Possiamo costruire materiali impossibili. Possiamo modificare l’architettura. Cesar può persino fermare il tempo.

Rimaniamo comunque estremamente facili da distrarre.

Clodio Pulcher e il populismo che sa sempre quale rabbia utilizzare

Shia LaBeouf interpreta Clodio Pulcher come una creatura volutamente eccessiva. È provocatore, ambiguo, grottesco e capace di comprendere quanto rapidamente il malcontento possa essere trasformato in consenso.

Ancora una volta Coppola guarda all’antica Roma per parlare del presente.

Il populismo non nasce necessariamente dall’invenzione di una rabbia. Spesso gli basta trovarne una già esistente, darle un bersaglio e convincere una folla che quel bersaglio sia responsabile di tutto.

Clodio conosce questo meccanismo.

La sua politica ha quindi qualcosa di antichissimo e contemporaneo nello stesso momento. Non propone realmente una società diversa. Utilizza la frustrazione prodotta da quella esistente per ottenere potere.

Il contrasto con Cesar è netto.

Uno chiede alle persone di immaginare.

L’altro dice loro contro chi arrabbiarsi.

Forse non è difficile comprendere quale delle due operazioni sia politicamente più semplice.

Megalopolis è un film politico perché osa ancora parlare di utopia

Qui emerge la parte che trovo più affascinante.

Il cinema contemporaneo riesce molto facilmente a immaginare la fine del mondo. Apocalissi climatiche, guerre, dittature, epidemie e società collassate costituiscono ormai un vocabolario familiare.

Molto più difficile sembra immaginare un mondo migliore.

Coppola invece ci prova.

Questa scelta rende Megalopolis profondamente politica. Non perché proponga un programma di governo applicabile, né perché Cesar possieda necessariamente tutte le risposte. La politica del film consiste nella convinzione che una società abbia ancora bisogno della capacità di immaginare ciò che non esiste.

L’utopia non viene presentata come una destinazione garantita.

È un esercizio.

Prima di costruire un futuro bisogna essere capaci di concepirlo.

Per questo la posizione di Cicero, per quanto pragmatica, non può bastare. Amministrare ciò che esiste significa inevitabilmente accettarne anche una parte dei limiti.

Cesar vuole rompere quella continuità.

Un film smisurato che non ha nessuna intenzione di comportarsi bene

Naturalmente Megalopolis è anche un film pieno di problemi.

La narrazione procede per accelerazioni improvvise. Alcuni personaggi entrano ed escono con una libertà quasi teatrale. Il tono cambia continuamente. Una scena può aspirare alla tragedia shakespeariana e quella successiva scivolare deliberatamente nella farsa.

Gli effetti digitali non cercano sempre il fotorealismo. Le scenografie possono apparire artificiali. Alcune battute sono declamate invece che pronunciate. La simbologia romana viene spesso mostrata con una tale evidenza da rendere impossibile ignorarla.

Eppure mi riesce difficile considerare questi elementi soltanto come difetti.

Megalopolis non vuole comportarsi come un film convenzionale.

La sua esuberanza visiva è stata contemporaneamente una delle caratteristiche più celebrate e più contestate. Anche le letture critiche più favorevoli hanno riconosciuto quanto l’opera flirti continuamente con il caos, mentre quelle più severe hanno individuato proprio nell’indisciplina narrativa e nell’accumulo i suoi problemi principali.

È un’opera che rischia il ridicolo perché non teme il ridicolo.

Questa libertà vale moltissimo.

Un blockbuster d’autore che probabilmente non dovrebbe esistere

C’è poi una questione produttiva impossibile da separare completamente dal film.

Megalopolis è costato circa 120 milioni di dollari ed è stato finanziato personalmente da Coppola. Il progetto era stato sviluppato e ripensato per oltre quarant’anni prima di arrivare sullo schermo.

Questo non rende automaticamente grande il risultato.

Lo rende però eccezionale come oggetto cinematografico.

Siamo abituati a budget simili associati a proprietà intellettuali già conosciute, sequel, remake, supereroi o universi narrativi costruiti per ridurre il rischio industriale.

Coppola utilizza invece una quantità enorme di denaro per realizzare una favola politica retrofuturista costruita attraverso Catilina, Cicerone, Shakespeare, architettura utopica e riflessioni sul destino della civiltà.

È quasi assurdo che esista.

Forse proprio per questo è prezioso.

L’impossibile capolavoro di un uomo che continua a credere nel futuro

Definire Megalopolis un capolavoro significa necessariamente accettare una contraddizione.

Non è un capolavoro perché tutto funziona perfettamente. Alcune cose non funzionano affatto. Non possiede la precisione narrativa de Il padrino, la vertigine di Apocalypse Now o la perfezione morale e formale de La conversazione.

È un’altra cosa.

È un capolavoro impossibile.

Un’opera enorme, personale e quasi incatalogabile nella quale un autore arrivato a un’età in cui avrebbe potuto tranquillamente amministrare il proprio mito decide invece di rischiarlo.

Coppola avrebbe potuto trascorrere il resto della propria vita celebrando i film che lo hanno reso Francis Ford Coppola.

Ha preferito fare Megalopolis.

Questo gesto non assolve automaticamente il film dai suoi difetti. Permette però di comprenderne la natura. Dietro Cesar Catilina c’è inevitabilmente qualcosa del suo autore: la convinzione ostinata che valga ancora la pena utilizzare tempo, denaro e immaginazione per costruire qualcosa che gli altri considerano irrealizzabile.

Conservare la capacità di ammirare le favole cupe

Forse è proprio questo che Megalopolis chiede allo spettatore.

Non di concordare con tutto. Nemmeno di comprenderne ogni passaggio o perdonarne ogni eccesso.

Chiede di conservare la capacità di guardare una favola.

Una favola cupa, politica e contraddittoria, nella quale una civiltà osserva le proprie fondamenta e scopre di non essersi allontanata molto dagli uomini che costruivano templi, compravano consenso, organizzavano spettacoli e combattevano per il controllo di Roma.

Passato, presente e futuro finiscono così per sovrapporsi.

Gira che ti rigira, torniamo sempre allo stesso punto. Cambiamo abiti, edifici, tecnologie e nomi. Continuiamo però a desiderare potere, ricchezza, amore e riconoscimento. Continuiamo a costruire e distruggere. Soprattutto, continuiamo ad avere bisogno di qualcuno abbastanza folle da immaginare che il ciclo possa essere interrotto.

Cesar vuole costruire Megalopolis.

Francis Ford Coppola l’ha già fatto.

Non una città perfetta, ma un film che contiene l’idea stessa di poterla immaginare.

Tra qualche anno continueremo probabilmente a discutere se Megalopolis sia un capolavoro, un fallimento, una follia o tutte queste cose contemporaneamente. È già successo: la sua ricezione è stata spaccata tra entusiasmo per l’audacia e rifiuto della sua indisciplina.

Forse è il destino migliore possibile per un’opera del genere.

Perché mentre gran parte del cinema industriale cerca disperatamente formule capaci di ridurre l’incertezza, Coppola ha realizzato un film gigantesco che non garantisce nemmeno allo spettatore di sapere cosa pensarne.

E bisogna conservarla, questa capacità di ammirare le favole cupe. Soprattutto quando sono imperfette, eccessive, impossibili.

Perché qualche volta il futuro comincia proprio da qualcuno abbastanza sognatore da sembrare folle mentre prova a costruirlo.

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