Rob Savage porta al cinema il romanzo di Josh Malerman, costruendo un horror frenetico, ma dietro la creatura soprannaturale si nasconde una metafora potente che il film finisce per spiegare male e sviluppare troppo poco

Mammina: quando l’orrore non basta

Non si può certamente accusare Mammina di essere un film nel quale accade poco. L’horror diretto da Rob Savage procede attraverso una successione quasi ininterrotta di apparizioni, inseguimenti, aggressioni e situazioni sempre più inquietanti, mantenendo un ritmo che concede allo spettatore pochissime occasioni per abbassare la guardia. Chi cerca un’esperienza movimentata, accompagnata da una generosa quantità di jump scare, troverà esattamente ciò che si aspetta da una produzione di questo tipo.

Eppure, terminata la visione, rimane una sensazione difficile da ignorare. Non è tanto la paura a mancare, quanto il significato di ciò che abbiamo appena osservato. Il film accumula situazioni terrificanti, costruisce una presenza mostruosa dalle potenzialità interessanti e lascia intravedere un dramma familiare doloroso, ma fatica a trasformare questi elementi in un racconto davvero coerente.

Il problema non riguarda necessariamente la comprensibilità degli eventi, perché Mammina cerca anzi di spiegare buona parte dei propri misteri. Riguarda piuttosto il modo in cui quelle spiegazioni arrivano e il peso che assumono rispetto alle immagini precedenti. Ciò che avrebbe potuto emergere progressivamente attraverso il linguaggio dell’orrore finisce per essere affidato a una rivelazione troppo esplicita, quasi che il film non si fidasse della capacità dello spettatore di riconoscerne la metafora.

Una bambina comprende ciò che gli adulti nascondono

Bela è una bambina di sette anni che vive con i genitori, Ursula e Russell, all’interno di una famiglia apparentemente ordinaria. Dietro quella normalità, tuttavia, si nascondono tensioni coniugali, incomprensioni e sentimenti che gli adulti preferirebbero non affrontare apertamente. La piccola percepisce che qualcosa non funziona, anche se non possiede ancora gli strumenti necessari per interpretare completamente ciò che accade.

È proprio questa distanza fra intuizione e comprensione a costituire l’elemento più interessante del racconto. I bambini possono cogliere il disagio degli adulti prima ancora di saperlo definire, attribuendo a gesti, silenzi e cambiamenti d’umore significati che non sempre riescono a organizzare razionalmente. Bela avverte una frattura nel rapporto con la madre e cerca di darle una forma attraverso una sensibilità ancora infantile, nella quale il bisogno di affetto convive con la paura del rifiuto.

L’apparizione dell’Altra Mamma interviene precisamente in questo spazio emotivo. La creatura assume le sembianze di Ursula, ma propone alla bambina una relazione differente, apparentemente più attenta ai suoi bisogni. Il suo desiderio di essere accolta introduce così una domanda profondamente inquietante: che cosa può accadere quando una bambina comincia a dubitare dell’amore della propria madre e incontra qualcuno disposto a offrirle esattamente ciò che teme di non ricevere?

La figlia non desiderata e il mostro come metafora

Il nucleo più doloroso di Mammina riguarda la possibilità che Bela comprenda di non essere stata pienamente desiderata. È una scoperta che, nella mente di un adulto, potrebbe essere collocata all’interno delle contraddizioni della maternità, delle difficoltà personali e delle responsabilità familiari. Per una bambina, invece, rischia di trasformarsi in qualcosa di assoluto: se mia madre non mi voleva, forse significa che non sono degna del suo amore.

La differenza è fondamentale, perché Bela non dispone ancora della maturità necessaria per separare i sentimenti degli adulti dal proprio valore personale. Comprende più di quanto i genitori immaginino, ma interpreta ciò che scopre attraverso una mentalità inevitabilmente acerba. È in questa combinazione di lucidità e immaturità che il film avrebbe potuto trovare una dimensione psicologica davvero perturbante.

L’Altra Mamma diventa allora una figura dalle molteplici possibilità simboliche. Può rappresentare il desiderio di ricevere un amore incondizionato, la paura di essere sostituita o persino la tentazione di sostituire una madre percepita come distante con una presenza apparentemente più accogliente. La creatura non avrebbe bisogno di essere spiegata in ogni dettaglio per assumere significato, perché la sua funzione emotiva potrebbe emergere dal rapporto con Bela.

Purtroppo, questa intuizione rimane più interessante delle scelte attraverso cui viene sviluppata. Il film sembra riconoscere la forza della propria metafora, ma non riesce a costruirle intorno un linguaggio altrettanto convincente.

Jessica Chastain e il doppio volto della maternità

Affidare a Jessica Chastain il ruolo di Ursula e quello della sua inquietante controparte è una scelta che possiede un’evidente efficacia narrativa. La stessa figura può diventare contemporaneamente il luogo della protezione e quello della minaccia, costringendo Bela a confrontarsi con due immagini materne apparentemente incompatibili. La somiglianza fisica rende ancora più disturbante una domanda che attraversa il film: come distinguere l’amore autentico da qualcosa che ne riproduce soltanto l’aspetto?

Chastain affronta il doppio ruolo con grande disponibilità, alternando la tensione emotiva di Ursula alla fisicità esasperata della creatura. Sguardi, movimenti innaturali ed espressioni deformate contribuiscono a costruire apparizioni di sicuro impatto, anche quando gli effetti digitali finiscono per rendere il mostro fin troppo evidente.

Arabella Olivia Clark sostiene buona parte del racconto attraverso il punto di vista di Bela, mentre Jay Duplass interpreta un padre che tenta di proteggere la figlia senza riuscire sempre a comprendere ciò che sta accadendo. Il cast offre al film una base interpretativa credibile, ma non può risolvere le difficoltà di una scrittura che tende a spostare continuamente l’attenzione dal disagio familiare alla successiva manifestazione soprannaturale.

Ne deriva un paradosso: la presenza di Chastain rende il mostro immediatamente riconoscibile e spettacolare, ma proprio questa continua esposizione finisce per sottrargli una parte del mistero che avrebbe potuto renderlo più inquietante.

Tanta azione, tanti jump scare, poca inquietudine

Rob Savage dimostra di conoscere bene i meccanismi dell’horror contemporaneo. La macchina da presa esplora gli ambienti domestici alla ricerca di presenze nascoste, sfrutta le deformazioni del corpo e trasforma spazi familiari in luoghi improvvisamente ostili. Le sequenze d’azione sono numerose e gli spaventi improvvisi non mancano, tanto che gli spettatori più suscettibili potrebbero trovare l’esperienza particolarmente impegnativa.

Il problema nasce dalla frequenza con cui questi strumenti vengono utilizzati. Quando ogni situazione sembra destinata a culminare in una nuova apparizione, la sorpresa diventa progressivamente prevedibile. Il film continua ad alzare il volume dell’orrore, ma non sempre riesce ad aumentarne l’intensità emotiva.

Emblematica, in questo senso, è la sequenza ambientata nella vasca delle palline colorate, dove il tentativo di trasformare uno spazio infantile e giocoso in un luogo angosciante produce un effetto quasi involontariamente comico. L’intenzione è evidentemente quella di contaminare un ambiente rassicurante con una presenza minacciosa, ma la costruzione della scena non riesce a generare l’inquietudine desiderata. Anzi, viene quasi da aspettarsi che da un momento all’altro, tra le palline, spunti Sheldon Cooper per esclamare con aria sorniona il suo immancabile «Bazinga!», come in una puntata di The Big Bang Theory. Un’associazione certamente poco lusinghiera per un horror che vorrebbe mettere a disagio lo spettatore, ma indicativa della distanza fra l’effetto ricercato e quello effettivamente ottenuto.

La paura, del resto, non dipende soltanto da ciò che compare improvvisamente davanti agli occhi. Può nascere anche dall’attesa, dal dubbio e dalla possibilità che qualcosa di terribile rimanga nascosto all’interno di una relazione apparentemente normale. In Mammina questi elementi esistono, ma vengono spesso sacrificati alla necessità di produrre un nuovo momento spettacolare.

Non è una questione di preferire necessariamente un horror lento e contemplativo a uno più dinamico. Azione e approfondimento psicologico possono convivere perfettamente, purché le immagini terrificanti contribuiscano a sviluppare il significato della storia. Qui, troppo spesso, sembrano invece interromperlo.

Una spiegazione che indebolisce la metafora

Il limite più evidente della sceneggiatura emerge quando Mammina tenta di collegare esplicitamente il dramma familiare alla presenza soprannaturale. Il film dispone già di tutti gli elementi necessari per costruire una riflessione sulla maternità non desiderata, sul senso di colpa e sulla percezione infantile del rifiuto. Eppure, anziché lasciare che queste tensioni trovino progressivamente espressione nelle immagini, preferisce affidarsi a spiegazioni che arrivano con una certa forzatura.

Non si tratta di pretendere che un horror rinunci a chiarire le proprie regole narrative. Il problema è che una spiegazione dovrebbe arricchire retroattivamente ciò che abbiamo visto, permettendoci di riconoscere nuovi significati nelle sequenze precedenti. In questo caso, invece, la rivelazione sembra quasi sovrapporsi alla componente simbolica, riducendo la complessità emotiva a un collegamento che il racconto non ha preparato con sufficiente naturalezza.

È una differenza sottile, ma decisiva. Un conto è scoprire che il mostro possiede un significato più profondo di quello inizialmente immaginato; un altro è sentirsi spiegare quale significato dovremmo attribuirgli. Nel primo caso, la rivelazione amplia l’esperienza dello spettatore. Nel secondo, rischia di chiuderla.

Il disagio di Bela avrebbe meritato una maggiore fiducia nella forza delle immagini e dei comportamenti, soprattutto perché il punto di vista infantile permette di raccontare emozioni che la protagonista stessa non è ancora in grado di formulare completamente.

Mammina: un horror che spreca la propria idea migliore

Alla fine, Mammina lascia soprattutto il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere. Non mancano l’azione, le apparizioni disturbanti, gli effetti visivi e una protagonista capace di sostenere un doppio ruolo impegnativo. Mancano piuttosto una direzione narrativa sufficientemente solida e la capacità di mantenere al centro il conflitto emotivo che dovrebbe giustificare l’intera costruzione soprannaturale.

La storia di Bela contiene una riflessione dolorosa sull’infanzia e sulla maternità. Una bambina può accorgersi di essere stata indesiderata senza riuscire a comprendere fino in fondo cosa significhi, finendo per trasformare le contraddizioni degli adulti in una colpa personale. È un presupposto che avrebbe potuto alimentare un horror psicologico molto più inquietante di qualsiasi apparizione improvvisa.

Savage sceglie invece di privilegiare il movimento, la deformazione e lo spavento immediato. Sono strumenti legittimi, talvolta efficaci, ma non riescono a sostenere da soli un racconto che promette qualcosa di più profondo. Quando arriva il momento di dare un senso all’insieme, la spiegazione appare troppo costruita per restituire pienamente valore al simbolismo disseminato lungo il percorso.

Non siamo necessariamente davanti a un film privo di qualità, né a un horror incapace di intrattenere. Siamo davanti a un’opera che possiede un’idea interessante, ma sembra progressivamente perdere fiducia nella sua forza, cercando negli eccessi dello spettacolo ciò che avrebbe potuto trovare nell’intimità del disagio infantile.

Il vero orrore di Mammina non dovrebbe essere ciò che si nasconde in casa, ma ciò che una bambina arriva a credere di sé quando scopre di non essere stata desiderata. Ed è proprio questo orrore che il film non riesce a raccontare fino in fondo.

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