Dakota Johnson guida un cinecomic confuso, affrettato e incredibilmente privo di tensione, con una sceneggiatura che pretende continuamente dallo spettatore ciò che il film non riesce a costruire
Madame Web: un film da subire
Ci sono brutti film capaci almeno di diventare divertenti. Altri producono involontariamente qualcosa da ricordare. Madame Web, invece, appartiene a una categoria più frustrante. Durante buona parte dei suoi 116 minuti si ha la sensazione di subire il film, aspettando che prima o poi trovi una ragione per giustificare la propria esistenza.
Le aspettative non erano alte. Il Sony’s Spider-Man Universe aveva già mostrato parecchie difficoltà e Morbius aveva reso evidente quanto fosse complicato costruire un universo cinematografico attorno a Spider-Man continuando, paradossalmente, a girargli intorno. Proprio per questo Madame Web partiva con una richiesta piuttosto modesta: raccontare una storia semplice, comprensibile e sufficientemente coinvolgente.
Non ci riesce.
S.J. Clarkson dirige un film che sembra continuamente avere fretta di raggiungere il passaggio successivo. Gli eventi accadono perché devono accadere. I personaggi comprendono qualcosa quando la sceneggiatura ha bisogno che lo comprendano. Le coincidenze diventano scorciatoie narrative e le spiegazioni arrivano spesso dopo che il racconto ha già preteso di essere creduto.
Non stiamo chiedendo a Madame Web di essere un film cervellotico. È precisamente il contrario. La semplicità della storia rende ancora più difficile perdonarne la confusione.
Vedere il futuro senza riuscire a costruire il presente
Cassandra Webb è una paramedica di New York. Dopo un incidente sviluppa la capacità di anticipare brevi frammenti del futuro. Quelle visioni la conducono verso Julia Cornwall, Anya Corazon e Mattie Franklin, interpretate rispettivamente da Sydney Sweeney, Isabela Merced e Celeste O’Connor. Le tre ragazze sono inseguite da Ezekiel Sims, che ha visto la propria morte per mano delle future versioni delle giovani protagoniste.
L’idea non è affatto priva di potenziale. Anzi, la precognizione potrebbe essere uno strumento cinematografico formidabile. Montaggio, ripetizione, variazioni dello stesso evento e alterazione della percezione temporale offrono possibilità enormi. Il cinema può mostrare una cosa, tornare indietro e modificarla attraverso un dettaglio.
Madame Web utilizza effettivamente questo principio. Tuttavia, raramente riesce a trasformarlo in vera tensione. Le visioni diventano soprattutto un meccanismo necessario per far avanzare la trama. Cassie vede qualcosa, comprende che sta per accadere e prova a impedirlo. Il procedimento viene ripetuto finché il personaggio non acquisisce maggiore controllo sul proprio potere.
La struttura avrebbe bisogno di precisione. Al contrario, il montaggio diventa spesso affrettato e la regia non riesce sempre a stabilire con chiarezza quale rapporto esista tra previsione, presente e possibilità alternativa.
Per un film dedicato a una donna capace di vedere ciò che sta per accadere, Madame Web sembra curiosamente incapace di preparare quasi tutto ciò che accade dopo.
Una sceneggiatura raffazzonata chiede continuamente fiducia
Il problema principale sta proprio nella scrittura. Una storia fantastica può chiedere allo spettatore qualsiasi cosa. Può convincerlo dell’esistenza di uomini ragno, viaggi temporali, alieni e universi paralleli. Prima, però, deve stabilire delle regole e comportarsi come se quelle regole avessero importanza.
Madame Web sembra invece considerare la sospensione dell’incredulità come un lasciapassare. Non lo è. Lo spettatore accetta l’impossibile quando il racconto gli offre una logica interna. Diventa molto meno disponibile quando deve colmare autonomamente buchi, motivazioni deboli e passaggi costruiti soltanto per portare i protagonisti nella scena successiva.
Persino i dialoghi soffrono questa necessità. Molte conversazioni hanno il compito evidente di fornire informazioni. I personaggi spiegano ciò che provano, raccontano quello che è successo e anticipano ciò che dovrà accadere. L’esposizione prende così il posto della costruzione narrativa.
Ne deriva una sensazione spiacevole. Madame Web non sembra scritto per raccontare una storia che abbia bisogno di essere raccontata. Sembra assemblato per occupare una casella dentro un universo cinematografico.
Dakota Johnson non può salvare Cassandra Webb
Dakota Johnson si trova quindi al centro di un film che non sembra sapere quale personalità attribuire alla propria protagonista. Cassandra è sarcastica, emotivamente distante e inizialmente poco interessata a stabilire legami. La scoperta dei poteri dovrebbe accompagnare anche la progressiva accettazione di una responsabilità verso le tre ragazze.
Johnson prova a giocare sulla sua naturale capacità di sembrare estranea alle situazioni che la circondano. In alcuni passaggi il disincanto funziona e offre al personaggio un tono diverso rispetto alla classica protagonista entusiasta della propria trasformazione. Tuttavia è molto facile interpretare questo stesso atteggiamento come evidente distacco dell’attrice dal materiale da cui nasce il personaggio.
Il problema è che Cassie avrebbe bisogno di un’evoluzione molto più solida. La sceneggiatura accelera il passaggio dalla donna solitaria alla figura protettiva senza concedere abbastanza tempo alla relazione con Julia, Anya e Mattie. Il rapporto dovrebbe costituire il cuore emotivo del film. Rimane invece soprattutto funzionale all’origin story.
Johnson non offre certamente una delle migliori interpretazioni della propria carriera. Sarebbe però troppo semplice attribuirle la responsabilità del fallimento. Un personaggio può essere interpretato soltanto fino al punto in cui è stato scritto.
Sydney Sweeney, Isabela Merced e Celeste O’Connor: tre Spider-Women che il film rimanda al futuro
Qui emerge forse l’occasione sprecata più evidente. Julia, Anya e Mattie dovrebbero rappresentare una promessa. Vediamo attraverso le visioni ciò che potrebbero diventare. Il film ci mostra costumi, abilità e identità eroiche, creando l’aspettativa di una trasformazione che appartiene però quasi sempre al futuro.
Sydney Sweeney, Isabela Merced e Celeste O’Connor funzionano meglio quando possono semplicemente interagire tra loro. Le differenze caratteriali producono qualche momento piacevole. Proprio in questi momenti si individua la loro alchimia: uno degli aspetti più riusciti del film. Il problema è ciò che la sceneggiatura decide di farne.
Madame Web sembra infatti più interessato a preparare personaggi per film eventuali piuttosto che a renderli indispensabili a quello che stiamo guardando.
È uno dei vizi peggiori della costruzione degli universi condivisi. Un personaggio non può esistere soltanto perché un giorno potrebbe incontrarne un altro. Un film dovrebbe innanzitutto giustificare sé stesso. Soltanto dopo può permettersi di aprire porte verso il futuro.
Qui accade spesso il contrario. Il futuro sembra più importante del presente, forse coerentemente con i poteri della protagonista, ma decisamente meno con le necessità del cinema.
Ezekiel Sims, un cattivo che conosce il futuro ma non possiede un presente
Anche Ezekiel Sims soffre lo stesso problema. Tahar Rahim interpreta un antagonista che avrebbe potuto avere qualcosa di tragico. Quest’uomo sa che tre ragazze, un giorno, saranno responsabili della sua morte. Decide quindi di trovarle e ucciderle prima che possano diventare una minaccia.
Il paradosso morale sarebbe interessante. Tentando di impedire il futuro, Ezekiel potrebbe contribuire a crearlo. La paura della morte potrebbe trasformarlo precisamente nell’uomo che renderà necessario fermare.
Il film, però, non approfondisce abbastanza questa dimensione. Ezekiel rimane soprattutto una presenza che deve inseguire le protagoniste. La sua ossessione viene dichiarata più che sviluppata e le sue capacità sembrano adattarsi continuamente alle esigenze delle singole sequenze.
Tahar Rahim possiede molto più talento di quanto il ruolo gli permetta di mostrare. Anche questa diventa una piccola frustrazione. Non basta mettere un buon interprete dentro un costume minaccioso per costruire un antagonista. Servono desideri, contraddizioni e una presenza capace di modificare davvero i personaggi che gli stanno attorno.
Il vero problema è il Sony’s Spider-Man Universe
Arrivati a Madame Web, diventa difficile continuare a giudicare ogni film Sony come un incidente isolato. Venom aveva almeno trovato nel rapporto tra Eddie Brock e il simbionte una propria identità, per quanto sgangherata. Venom – La furia di Carnage aveva insistito su quella componente. Poi è arrivato Morbius. Adesso tocca a Cassandra Webb.
Il problema comincia a sembrare strutturale.
Sony possiede una quantità enorme di personaggi collegati editorialmente a Spider-Man. Il desiderio di trasformarli in un universo cinematografico è comprensibile. Marvel Studios ha dimostrato con gli Avengers quanto possa essere redditizio costruire percorsi individuali destinati prima o poi a convergere. Tuttavia, quella formula funzionava perché, prima dell’incontro, Tony Stark, Steve Rogers e Thor avevano avuto film incaricati di costruire identità sufficientemente riconoscibili.
Non basta creare una serie di protagonisti e aspettare che la coralità attribuisca retroattivamente un significato alle loro storie.
Madame Web rende evidente questa fragilità. Sembra il tassello di un mosaico del quale nessuno ci ha ancora mostrato il disegno. Peggio ancora, viene il dubbio che quel disegno non esista.
Non è colpa della superhero fatigue
È diventato comodo spiegare ogni insuccesso recente attraverso la cosiddetta superhero fatigue. Il pubblico sarebbe stanco dei supereroi. Dopo più di quindici anni di universi condivisi, sequel, prequel e multiversi, l’ipotesi possiede certamente una parte di verità.
Madame Web, però, non può nascondersi dietro questa spiegazione.
Il problema non è avere già visto troppi cinecomic. Il problema è averne visti di molto migliori. Sappiamo quanto possa essere emozionante una buona origin story. Conosciamo le possibilità del genere e abbiamo imparato che persino personaggi poco noti possono diventare irresistibili quando qualcuno riesce a trovare la chiave giusta per raccontarli.
Essere un film semplice non costituisce un difetto. Anche avere basse pretese può essere perfettamente legittimo. Un’avventura di puro intrattenimento deve però intrattenere. Un thriller deve generare tensione. Un film corale deve costruire relazioni. Una origin story deve farci desiderare di conoscere il seguito.
Madame Web non riesce in queste cose.
Madame Web: nella tela è rimasto impigliato il film
Alla fine rimane soprattutto il dispiacere. Non perché ci fossero aspettative particolarmente elevate, ma perché il materiale offriva possibilità che il film sembra non avere nemmeno il tempo di esplorare. Una protagonista capace di vedere il futuro, tre possibili Spider-Women, un antagonista ossessionato dalla propria morte e quattro attrici attorno alle quali costruire una storia erano elementi più che sufficienti.
S.J. Clarkson dirige invece un’opera affrettata e approssimativa. La sceneggiatura accumula spiegazioni senza costruire vera profondità. L’azione raramente produce tensione e le visioni di Cassandra non raggiungono quasi mai le possibilità cinematografiche contenute nel loro stesso concetto. La sensazione di assistere alla preparazione di qualcosa che dovrebbe arrivare in futuro finisce per divorare il film che abbiamo davanti.
Forse è questo l’aspetto più irritante. Non avevamo chiesto molto a Madame Web. Non doveva reinventare il cinecomic, competere con i migliori film Marvel o costruire una complessa riflessione sul destino. Doveva raccontare con chiarezza una storia relativamente semplice e farci interessare ai suoi personaggi.
Non esserci riuscito rende difficile persino concedergli l’attenuante delle basse ambizioni.
Dopo Venom e soprattutto Morbius, il Sony’s Spider-Man Universe aveva bisogno di dimostrare di possedere una direzione. Madame Web produce l’effetto contrario. A furia di tessere fili destinati a collegare personaggi, futuri possibili e film che forse verranno realizzati, Sony sembra aver dimenticato la regola più elementare.
Prima della tela viene la storia. E questa, purtroppo, è stata raccontata malissimo.


