Lee Cronin’s The Mummy: un horror che dimentica il mito per raccontare una famiglia distrutta
Dimenticate l’avventura archeologica dei film con Brendan Fraser. Dimenticate anche il tentativo di rilanciare il Dark Universe con Tom Cruise. Con Lee Cronin’s The Mummy, il regista di Evil Dead Rise riscrive completamente il mito della Mummia e lo trasforma in un horror familiare dominato dal body horror, dal dolore e dalla disgregazione dei legami affettivi.
Il risultato è un film divisivo. Molti critici ne hanno evidenziato i problemi di ritmo e una narrazione fin troppo dilatata, mentre altri hanno apprezzato il coraggio con cui Cronin si allontana da qualsiasi versione precedente del personaggio. Personalmente mi colloco nel mezzo. Lee Cronin’s The Mummy non è un horror perfetto, ma è un film che possiede una forte identità autoriale e alcune sequenze destinate a rimanere impresse.
Una rilettura radicale del mostro classico
La storia segue Charlie e Larissa, interpretati da Jack Reynor e Laia Costa. Otto anni dopo la misteriosa scomparsa della figlia Katie nel deserto egiziano, la bambina ritorna improvvisamente a casa. Quello che dovrebbe essere un miracolo si trasforma presto in un incubo. Katie non è più la figlia che i genitori avevano perduto. Dentro di lei si è risvegliata una presenza antichissima destinata a distruggere tutto ciò che la circonda.
Cronin abbandona quasi completamente l’immaginario classico della Mummia. Non gli interessa raccontare una maledizione archeologica o costruire una nuova avventura esotica. Il suo obiettivo è utilizzare quella figura per parlare di lutto, perdita e trasformazione del corpo. È una scelta coraggiosa che distingue immediatamente il film da qualsiasi adattamento precedente.
Una narrazione che perde ritmo ma non personalità
Il limite principale dell’opera riguarda proprio la gestione del racconto. Alcuni passaggi risultano più lunghi del necessario e la costruzione della tensione conosce momenti nei quali la storia sembra rallentare senza un reale motivo.
Questa dilatazione impedisce al film di raggiungere con continuità l’intensità emotiva che Cronin cerca fin dalle prime sequenze. Molte recensioni hanno individuato proprio nel ritmo eccessivamente esteso uno dei principali difetti dell’opera. Tuttavia la regia riesce quasi sempre a compensare queste pause grazie a un’identità visiva fortissima.
Quando l’orrore passa attraverso il corpo
Se c’è un aspetto sul quale Lee Cronin continua a dimostrare una padronanza assoluta è il body horror.
Come già accadeva in Evil Dead Rise, il corpo umano diventa il principale strumento narrativo. Pelle, ossa, sangue e deformazioni non rappresentano semplicemente effetti speciali spettacolari. Diventano il linguaggio attraverso cui il regista racconta la sofferenza dei personaggi. Ogni trasformazione fisica comunica infatti una frattura emotiva ancora prima che soprannaturale.
Cronin non cerca quasi mai il semplice jump scare. Preferisce costruire immagini disturbanti che rimangono impresse molto dopo la conclusione della scena. È proprio questa ricerca estetica a rendere Lee Cronin’s The Mummy uno degli horror visivamente più interessanti dell’anno.
Jack Reynor e Laia Costa danno credibilità al dramma familiare
Il cuore del film rimane comunque la famiglia.
Jack Reynor e Laia Costa interpretano due genitori costretti a confrontarsi con un dolore che sembrava ormai appartenere al passato. La loro reazione non è quella di due eroi chiamati a salvare il mondo. È quella di una coppia che cerca disperatamente di convincersi che la figlia ritrovata sia ancora davvero Katie.
Questa componente emotiva impedisce al film di ridursi a una semplice sequenza di scene splatter. Anche quando l’orrore prende il sopravvento, Cronin continua a ricordare allo spettatore che ogni trasformazione coinvolge prima di tutto una famiglia incapace di accettare la perdita definitiva.
Una regia che conferma il talento di Lee Cronin
Dal punto di vista tecnico il film convince molto più della sua costruzione narrativa.
Cronin dirige con sicurezza. Ogni ambiente comunica una costante sensazione di disagio. La fotografia lavora sulle ombre senza nascondere completamente il mostro. Il sound design accompagna efficacemente ogni momento di tensione, mentre gli effetti pratici restituiscono un’impressione di fisicità che rende ancora più disturbanti le sequenze horror.
Anche quando la sceneggiatura rallenta, la regia continua a mantenere vivo l’interesse dello spettatore. È il segnale più evidente della crescita di un autore che, film dopo film, sta costruendo un’identità sempre più riconoscibile all’interno del cinema horror contemporaneo.
Non il miglior horror dell’anno, ma uno dei più coraggiosi
Lee Cronin’s The Mummy non funziona sempre. La durata eccessiva e alcuni momenti narrativi meno efficaci impediscono al film di raggiungere l’eccellenza. Chi cerca un horror dal ritmo serrato potrebbe percepirne i limiti con una certa evidenza.
Rimane però un’opera che merita di essere vista. Cronin rinuncia consapevolmente alla nostalgia e sceglie di reinterpretare uno dei mostri più iconici della storia del cinema attraverso il proprio linguaggio. Il risultato divide, ma non lascia indifferenti. In un panorama spesso dominato da remake privi di personalità, è già un risultato importante.
Lee Cronin’s The Mummy è un horror imperfetto ma visivamente potentissimo
Lee Cronin’s The Mummy non rappresenta la versione definitiva del celebre mostro Universal. È qualcosa di diverso. È un horror familiare, brutale e profondamente fisico, nel quale il dolore passa prima di tutto attraverso la trasformazione del corpo.
Pur con qualche rallentamento narrativo, Lee Cronin conferma di essere uno degli autori horror più interessanti della sua generazione. La regia è sicura, le immagini sono memorabili e alcune sequenze raggiungono livelli di tensione davvero notevoli. Se il ritmo fosse stato più compatto, ci saremmo probabilmente trovati davanti a uno dei migliori horror degli ultimi anni. Così resta comunque un film riuscito, capace di convincere soprattutto grazie alla forza della sua messa in scena.


