Toni Servillo è magnifico nei panni di un Presidente della Repubblica alla fine del mandato, tra eutanasia, perdono, amore, memoria e musica elettronica
Un Presidente della Repubblica che non deve più conquistare niente
Mariano De Santis è arrivato quasi alla fine. Non della vita, almeno non necessariamente, ma di quella particolare esistenza parallela che significa essere Presidente della Repubblica. Mancano pochi mesi alla conclusione del mandato. È entrato nel semestre bianco, il tempo istituzionale sembra essersi ristretto e anche il potere, lentamente, comincia a perdere la propria capacità di proteggerlo dall’uomo che esiste sotto la carica.
Paolo Sorrentino parte da qui e compie una scelta bellissima. Non racconta la corsa verso il potere, ma il momento nel quale bisogna cominciare a lasciarlo. Non segue un uomo affamato di ottenere qualcosa. Osserva qualcuno che, proprio perché non ha più una carriera da costruire, può finalmente permettersi il lusso più complicato: dubitare.
Toni Servillo interpreta De Santis con una precisione impressionante. Il Presidente è rigoroso, cattolico, giurista, formalmente irreprensibile e tanto controllato da essersi guadagnato il soprannome di “Cemento armato”. Dentro quella solidità, però, si muove continuamente qualcosa. Un ricordo, una gelosia mai risolta, una decisione rimandata, il dolore per una moglie morta da anni e ancora perfettamente presente nella sua vita.
È qui che La grazia trova immediatamente il proprio centro. Il Presidente può conoscere il diritto, la procedura e il peso delle istituzioni. Tuttavia, nessun manuale riesce a eliminare quella parte dell’esistenza nella quale una decisione non può essere semplicemente corretta. Può essere soltanto presa.
Toni Servillo può essere praticamente chiunque e continuare a essere Toni Servillo
Ogni nuova collaborazione tra Paolo Sorrentino e Toni Servillo pone ormai un problema curioso: come è possibile continuare a riconoscere perfettamente l’attore e, allo stesso tempo, credere ogni volta alla persona completamente diversa che ci sta mettendo davanti?
Servillo possiede una versatilità che raramente ha bisogno dell’esibizione. Il suo Mariano De Santis non vive di trasformismi plateali. È la postura a costruirlo. Il modo di attraversare un corridoio, di sistemarsi il cappotto, di ascoltare qualcuno senza interromperlo, di fumare quasi clandestinamente o di lasciare che una domanda rimanga sospesa qualche secondo più del necessario.
Sorrentino comprende perfettamente quanto possa ottenere semplicemente osservandolo. Gli concede silenzi e primi piani senza trasformarli in contemplazione narcisistica. De Santis è un uomo che ha trascorso buona parte della propria esistenza a pesare le parole. Di conseguenza, anche quando tace, il film suggerisce che stia formulando qualcosa.
La straordinarietà della performance emerge soprattutto quando quella corazza comincia a incrinarsi. Il Presidente non diventa improvvisamente un uomo diverso. Rimane formale, controllato e persino testardo. Cambia però il rapporto con il dubbio. All’inizio lo percepisce quasi come una debolezza da risolvere. Progressivamente comprende che forse è precisamente il contrario.
La certezza assoluta appartiene spesso a chi non deve portare il peso delle conseguenze.
Chi deve davvero decidere conosce invece il dubbio.
Due richieste di grazia e nessuna risposta facile
Il titolo contiene naturalmente il primo grande nodo del film.
Sul tavolo del Presidente arrivano due domande di grazia. Due persone hanno ucciso i rispettivi coniugi. Tuttavia, le circostanze sono profondamente differenti e costringono De Santis a interrogarsi su qualcosa che il linguaggio giuridico non può esaurire completamente.
Isa Rocca ha ucciso il marito dopo anni di violenza e vessazioni. Cristiano Arpa ha posto fine alla vita della moglie malata di Alzheimer. Due omicidi. Due storie. Due possibili forme di pietà. Soprattutto, due situazioni nelle quali l’applicazione astratta di un principio rischia di essere molto più semplice dell’incontro con la persona concreta.
Sorrentino non costruisce il film per suggerire rapidamente quale sia la risposta corretta. È precisamente il contrario. Ogni elemento aggiunto rende la decisione più difficile. Le informazioni non eliminano il dubbio. Lo rendono più consapevole.
Qui La grazia diventa un film politico in una maniera molto più interessante della semplice rappresentazione delle istituzioni. Parla della distanza tra decidere in teoria e assumersi la responsabilità concreta di una decisione. Un Presidente non può permettersi di concludere che entrambe le posizioni abbiano buone ragioni. A un certo punto deve firmare oppure non firmare.
La politica, allora, non è più l’arte del discorso. È il momento in cui la penna tocca il foglio.
L’eutanasia e la domanda che nessuna legge può risolvere da sola
Accanto alle due richieste di grazia c’è la legge sull’eutanasia.
Anche qui Sorrentino evita accuratamente di trasformare il film in un dibattito televisivo travestito da cinema. Non organizza personaggi affinché rappresentino ordinatamente posizioni contrapposte. Preferisce lasciare che il tema entri nella vita di Mariano e progressivamente contamini tutto il resto.
La questione non riguarda soltanto se uno Stato debba consentire a una persona di scegliere la propria morte in determinate condizioni. Riguarda una domanda ancora più elementare: di chi sono i nostri giorni?
Il diritto può provare a stabilire un confine. La religione può offrirne un altro. La medicina introduce ulteriori variabili. Alla fine, però, la morte rimane qualcosa che riguarda un individuo concreto e le persone che lo amano.
De Santis cerca una risposta definitiva perché è stato educato a considerare la precisione una forma di responsabilità. Sorrentino gli oppone continuamente la complessità della vita. L’esperienza non produce un’equazione. Produce casi diversi, persone differenti e contraddizioni che resistono alle categorie.
È proprio questa resistenza a rendere il film così affascinante.
Dorotea non è soltanto la figlia del Presidente
Anna Ferzetti interpreta Dorotea e costruisce uno dei rapporti più belli dell’intero film.
È la figlia di Mariano, ma anche una giurista. Gli sta accanto, lo consiglia, controlla le sue abitudini e sembra aver imparato dal padre quella stessa fiducia nella razionalità che adesso comincia a essere messa alla prova.
Sorrentino evita la scorciatoia della figlia ribelle incaricata di dimostrare quanto il padre sia vecchio e conservatore. Il confronto è molto più interessante perché tra i due esiste un rispetto intellettuale autentico. Possono dissentire proprio perché condividono abbastanza linguaggio da potersi comprendere.
Dorotea, inoltre, compie ciò che Mariano inizialmente fatica a fare. Si avvicina.
Il diritto osserva necessariamente da una distanza. Classifica, definisce, stabilisce fattispecie. Lei prova invece ad andare incontro alle persone coinvolte. L’esperienza concreta modifica la prospettiva senza necessariamente cancellare il rigore.
Anna Ferzetti possiede una misura perfetta. Non cerca di competere con Servillo attraverso l’intensità. Lavora sulle sfumature e costruisce una figlia che è contemporaneamente consigliera, custode, interlocutrice e donna adulta costretta a comprendere un padre che tutti gli altri possono permettersi di osservare soltanto come istituzione.
Coco Valori entra nel Quirinale e finalmente circola aria
Poi arriva Coco Valori. Milvia Marigliano costruisce un personaggio meraviglioso. Amica di lunga data di Mariano, critica d’arte, libera, ironica e completamente impermeabile alla sacralità del ruolo presidenziale, Coco è una delle trovate più sorrentiniane dell’intero film.
La sua funzione non consiste semplicemente nel fornire sollievo comico. Coco può permettersi qualcosa che quasi nessun altro personaggio può fare: parlare a Mariano senza parlare al Presidente della Repubblica. È una differenza enorme.
Il protocollo scompare. Il potere perde la capacità di filtrare le parole. Rimane una conoscenza costruita attraverso gli anni, abbastanza profonda da contenere affetto e cattiveria, ironia e segreti.
Il film acquista immediatamente leggerezza quando entra in scena, ma quella leggerezza non riduce il significato delle conversazioni. Spesso lo rende più netto. Coco può far ridere e un attimo dopo aprire una ferita rimasta chiusa per decenni.
Sorrentino è bravissimo proprio nella costruzione di questi personaggi laterali che entrano nell’opera e, nel giro di poche scene, sembrano possedere un’intera vita oltre i bordi dell’inquadratura.
Aurora è morta, ma continua a occupare la stanza
La moglie di Mariano non c’è più da otto anni. Eppure La grazia è anche una storia d’amore. Probabilmente è una delle sue componenti più belle.
Aurora sopravvive nella memoria del marito, nelle domande che non ha mai potuto farle e soprattutto nel dubbio che continua a tormentarlo: lo ha tradito? E, se sì, con chi?
È una domanda apparentemente piccola rispetto ai problemi istituzionali che Mariano deve affrontare. Due richieste di grazia e una legge sull’eutanasia sembrerebbero avere un’importanza infinitamente superiore.
Per lui non è così. Sorrentino mette il Presidente della Repubblica davanti alle grandi questioni della vita pubblica e contemporaneamente lascia che venga perseguitato da un interrogativo intimo, quasi adolescenziale. È una scelta bellissima perché restituisce proporzione all’essere umano. Possiamo ricoprire la carica più alta dello Stato, aver studiato il diritto per tutta la vita, conoscere ministri, generali e pontefici. Poi basta il ricordo di una persona amata per riportarci dentro una domanda alla quale non sappiamo rispondere.
Il potere non serve a niente contro la gelosia retroattiva.
Paolo Sorrentino continua a essere immediatamente riconoscibile senza ripetere sempre lo stesso film
La grazia conferma una qualità che ormai appartiene ai grandi autori. Sorrentino può raccontare storie profondamente differenti e continuare a essere riconoscibile quasi immediatamente.
Non ha bisogno di ripetere Jep Gambardella, Lenny Belardo, Fabietto Schisa o Parthenope. Non gli occorre nemmeno recuperare sempre lo stesso tipo di protagonista. La continuità sta nello sguardo.
Ritornano il potere, la solitudine, l’amore, la memoria e quella strana convivenza tra malinconia e improvvise esplosioni di comicità. Soprattutto ritorna la capacità di introdurre nel mezzo di una situazione rigorosa qualcosa che, raccontato a parole, potrebbe sembrare completamente assurdo.
È una delle caratteristiche che rendono il suo cinema tanto riconoscibile. Sorrentino può avvicinare elementi che sembrerebbero destinati a respingersi. Invece di eliminare la distanza tra loro, sfrutta proprio quella distanza per produrre energia.
L’elettronica entra al Quirinale e non ha nessuna intenzione di chiedere permesso
La musica è probabilmente uno degli esempi più evidenti. Un Presidente della Repubblica anziano, cattolico, giurista, apparentemente granitico. I corridoi del Quirinale. I dilemmi sulla grazia e sull’eutanasia. E all’improvviso la musica elettronica.
Sulla carta potrebbe sembrare quasi una provocazione gratuita. In sala accade l’esatto contrario. Il contrasto trova una propria naturalezza.
La colonna sonora attraversa brani elettronici, incursioni pop e perfino Guè. 5 Mins of Acid di KI/KI entra dentro l’universo del film con una forza che apparentemente dovrebbe spezzarne la gravità. Invece Sorrentino riesce a utilizzare la musica per illuminare una dimensione privata del protagonista, qualcosa che il protocollo non riesce a contenere.
È qui che si manifesta quella capacità quasi alchemica del regista. Gli ingredienti sembrano incompatibili. Non li rende simili, li fa andare d’accordo.
La musica elettronica non viene nobilitata dall’istituzione e il Quirinale non viene trasformato in una discoteca. La distanza rimane. Proprio per questo l’accostamento produce qualcosa di vivo.
Sorrentino comprende che un essere umano non coincide mai completamente con l’immagine che gli altri hanno costruito di lui.
Nemmeno se quell’immagine è quella del Presidente della Repubblica.
Guè, il Papa africano e un cane robot: raccontati male sembrerebbero una parodia
Esistono elementi di La grazia che, se raccontati prima della visione, potrebbero provocare una legittima diffidenza. Guè compare nel film. C’è un Papa africano. Compare un cane robot. Il Presidente ascolta musica che apparentemente non dovrebbe appartenere al suo personaggio. Sorrentino continua a introdurre dettagli che potrebbero sembrare eccentricità piazzate per ricordarci quanto sia Sorrentino.
In sala, però, il meccanismo trova quasi sempre una ragione. È questa la differenza tra la trovata gratuita e l’immaginario di un autore. Un elemento eccentrico non funziona perché è strano. Funziona quando la regia riesce a inserirlo in una rete di significati abbastanza solida da renderlo plausibile.
Il Papa, per esempio, non è semplicemente un’idea visiva provocatoria. È un altro uomo davanti al quale Mariano cerca risposte che l’autorità religiosa non può consegnargli con la semplicità sperata. Persino quando il film sfiora l’assurdo, non abbandona mai davvero il proprio discorso.
Il potere secondo Sorrentino è soprattutto solitudine organizzata
Il Quirinale viene mostrato come un luogo abitato e allo stesso tempo profondamente isolante. Mariano è continuamente circondato da persone. Corazzieri, collaboratori, ministri, consiglieri e familiari attraversano la sua giornata. Eppure raramente può smettere completamente di essere il ruolo che ricopre.
La solitudine del potere non consiste nell’assenza degli altri. Consiste nella difficoltà di incontrarli senza che l’istituzione entri nella stanza insieme a noi.
È per questo che Coco, Dorotea e alcuni momenti con il colonnello Labaro diventano così importanti. Sono crepe nel protocollo. Occasioni nelle quali l’uomo riesce momentaneamente a separarsi dalla funzione.
Servillo rende questa condizione con una malinconia trattenuta. Non interpreta un Presidente schiacciato dal potere in maniera melodrammatica. De Santis ha accettato la propria vita. Ne conosce persino le assurdità.
Semplicemente, arrivato alla fine, comincia a domandarsi cosa rimanga quando tutto verrà restituito.
Daria D’Antonio filma l’istituzione cercando sempre l’uomo
Dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, Daria D’Antonio torna a lavorare con Sorrentino e ancora una volta il rapporto tra fotografia e personaggio diventa fondamentale.
La grazia possiede un’eleganza visiva evidente, ma meno esibita rispetto ad altre opere del regista. Gli spazi istituzionali possono diventare monumentali, tuttavia la macchina da presa cerca continuamente la fragilità che li attraversa.
Il Quirinale può apparire enorme. Mariano, dentro di esso, può diventare improvvisamente piccolo.
Il gioco tra architettura e corpo costruisce silenziosamente il film. L’istituzione sembra destinata a sopravvivere al Presidente. I corridoi erano lì prima di lui e continueranno a esserci dopo.
Questa consapevolezza produce una malinconia sottile. Il potere è temporaneo. Persino quando esercitiamo una funzione enorme, siamo comunque di passaggio.
Un film politico che non ha bisogno di trasformarsi in propaganda
La grazia affronta questioni che potrebbero facilmente trascinare un film nella retorica. Eutanasia, violenza domestica, perdono, responsabilità istituzionale, religione. Sorrentino riesce quasi sempre a evitare che il racconto diventi un manifesto.
Non cerca la tesi da consegnare allo spettatore. Cerca l’uomo costretto a decidere. Un film politico non deve necessariamente dirci cosa votare, quale legge sostenere o quale posizione considerare moralmente superiore. Può essere politico proprio perché mostra la difficoltà di prendere decisioni che coinvolgono la vita degli altri.
De Santis diventa allora una figura quasi ideale della politica non perché sia infallibile. Precisamente perché non lo è. Ascolta, esita, cambia posizione, ha paura di sbagliare. E quando finalmente decide, sa che la decisione non cancellerà tutte le ragioni contrarie.
Forse è questa la forma di responsabilità che il film considera più preziosa.
La grazia non è cancellare la colpa
Anche il titolo diventa progressivamente più ampio. La grazia è innanzitutto un istituto giuridico. Un atto che il Presidente può concedere. Poi diventa qualcos’altro.
Non significa necessariamente stabilire che una persona sia innocente. Non cancella ciò che è accaduto. Può riconoscere, invece, che tra la colpa e la persona esiste uno spazio che il diritto da solo non sempre riesce a misurare completamente.
Sorrentino porta questo concetto fuori dal Quirinale. Mariano ha bisogno di concedere una forma di grazia anche a sé stesso.
Deve smettere di pretendere una verità assoluta sul passato. Deve accettare che l’amore per Aurora possa essere stato autentico anche se una parte della loro storia continua a sfuggirgli.
La grazia diventa allora una forma di convivenza con l’incompletezza. Non sapere tutto e decidere comunque di vivere.
L’amore rimane il grande elemento irrisolvibile
Dietro il film politico continua infatti a pulsare un film sentimentale. Mariano ama ancora Aurora. È una presenza costruita attraverso l’assenza, ma probabilmente nessun altro personaggio possiede un’influenza altrettanto profonda sulle sue decisioni interiori.
Persino l’ossessione per l’identità dell’eventuale amante contiene qualcosa di commovente. Non è soltanto gelosia. È il tentativo disperato di completare una storia che la morte ha lasciato senza possibilità di replica. Se Aurora fosse viva, Mariano potrebbe domandarle. Non può. Il dubbio diventa quindi eterno.
Ed è proprio un uomo abituato a cercare la precisione delle definizioni a dover accettare qualcosa che non potrà mai verificare completamente. Sorrentino trova qui una delle forme più profonde del proprio discorso. Ci sono domande che non vengono risolte.
Si impara semplicemente a vivere senza la risposta.
La leggerezza non arriva quando i problemi scompaiono
L’immagine della lacrima sospesa in assenza di gravità contiene quasi tutto il film. Una lacrima appartiene al dolore. Senza gravità, però, non cade. Rimane sospesa.
Sorrentino prende un’immagine semplicissima e la trasforma in qualcosa di stranamente perfetto per Mariano De Santis. Un uomo gravato per tutta la vita dal diritto, dal ruolo, dalla responsabilità, dal lutto e dal bisogno di capire osserva improvvisamente il dolore perdere peso.
Anche il finale lavora proprio su questa possibilità. La grazia non arriva quando finalmente possediamo tutte le risposte. Arriva quando smettiamo di pretendere che soltanto la certezza possa autorizzarci a vivere e decidere.
Per Mariano, probabilmente, è una rivoluzione.
Paolo Sorrentino riesce ancora una volta a far funzionare ciò che non dovrebbe funzionare
È questa la sensazione più forte uscendo dalla sala.
La grazia contiene elementi che, descritti separatamente, sembrerebbero appartenere a film diversi. Un dramma istituzionale. Una riflessione sull’eutanasia. Una storia d’amore oltre la morte. Una commedia. Musica elettronica. Un Papa africano. Guè. Un cane robot. Una figlia giurista. Un’amica irresistibilmente irriverente. Un Presidente che fuma e ascolta ciò che non ci aspetteremmo mai di sentirgli ascoltare.
Sorrentino prende tutto questo e lo mette in movimento. Gli ingranaggi potrebbero incepparsi. Eppure girano.
Qualche volta stridono, come accade spesso nel suo cinema. Alcune trovate dichiarano apertamente la presenza dell’autore e chi non sopporta la sua poetica difficilmente verrà convertito proprio da questo film.
Per chi invece entra nella sua grammatica, La grazia possiede una fluidità sorprendente.
Il regista non rinuncia alle proprie fissazioni. Le rende funzionali a una storia che, questa volta, sembra possedere una limpidezza particolare.
Toni Servillo e Sorrentino, ancora una volta, sembrano capire qualcosa l’uno dell’altro
Dopo tanti film insieme, il rapporto artistico tra Sorrentino e Servillo ha ormai qualcosa di unico nel cinema italiano contemporaneo. Il regista sa quanto poco gli serva per ottenere moltissimo dall’attore.
Servillo, da parte sua, sembra conoscere esattamente il punto nel quale un dialogo sorrentiniano deve essere pronunciato con assoluta serietà affinché possa diventare contemporaneamente comico, malinconico e vero.
Mariano De Santis appartiene alla loro galleria di uomini di potere, ma possiede una qualità differente. Non è Jep Gambardella, non è Silvio Berlusconi, non è Giulio Andreotti. È forse il più mite. Non perché sia debole. Perché sembra aver compreso, ormai alla fine del proprio percorso istituzionale, che esercitare il potere non significa dimostrare continuamente di possedere ragione.
Servillo gli concede una dignità straordinaria. Mai santificata. Sempre umana.
La grazia: il coraggio non consiste nel non avere dubbi
Alla fine rimane soprattutto un’idea: Mariano De Santis trascorre il film cercando certezze. Sul diritto, sulla morte, sulla grazia, sulla moglie, sull’amore. Sorrentino gli risponde lentamente che forse la certezza non è la destinazione.
Un Presidente deve comunque decidere. Un uomo deve comunque continuare a vivere. Un vedovo deve accettare che alcune domande rivolte a una persona morta non riceveranno risposta.
La maturità del film sta proprio qui. Non trasforma il dubbio in immobilità. Lo trasforma nella condizione attraverso la quale una scelta diventa davvero responsabile.
La grazia è quindi un film politico e sentimentale, malinconico e sorprendentemente divertente. Possiede alcune delle eccentricità più riconoscibili di Sorrentino e contemporaneamente una purezza narrativa che permette loro di convivere senza soffocare la storia.
Anna Ferzetti offre un contrappunto intelligente e mai decorativo. Milvia Marigliano costruisce uno di quei personaggi che entrano lateralmente nel film e finiscono per conquistarsene una parte enorme. La musica compie salti apparentemente impossibili e riesce comunque a cadere sempre nel posto giusto.
Soprattutto, Sorrentino racconta ancora una volta qualcosa che conosce benissimo: la fragilità dell’essere umano nascosta dentro le forme più solenni del potere.
La vera grazia, allora, potrebbe non essere il privilegio di conoscere la risposta corretta. Potrebbe essere riuscire a prendere una decisione dopo aver compreso fino in fondo che una risposta perfetta non esiste.
Ed è forse proprio lì che Mariano De Santis smette finalmente di essere soltanto Presidente della Repubblica.
Ricomincia a essere un uomo.


