Il sangue scorre, Roma brucia e l’arena ruggisce ancora, ma dell’epica e della solennità che trasformarono Il Gladiatore in una pietra miliare rimane soprattutto un’eco
Ventiquattro anni dopo siamo di nuovo nell’arena
C’era davvero bisogno di un seguito de Il Gladiatore? È probabilmente la domanda meno interessante che si possa fare davanti a Il Gladiatore II. Il cinema non ha mai avuto bisogno di qualcosa in senso stretto e, soprattutto, non dovrebbe essere l’esistenza di un predecessore perfettamente concluso a impedire a un autore di tornare dentro un mondo che gli appartiene. La domanda più utile riguarda semmai ciò che Ridley Scott riesce a trovare, ventiquattro anni dopo, tra quelle stesse mura.
La risposta arriva abbastanza presto. Scott trova ancora lo spettacolo, il fragore delle battaglie, la brutalità dell’arena, la magnificenza scenografica di Roma e soprattutto quel rapporto quasi perverso tra il pubblico e la violenza che costituiva già una componente essenziale del film del 2000. Il regista sa ancora perfettamente come mettere in scena centinaia di corpi e trasformarli in una massa organizzata, poi restringere improvvisamente lo spazio attorno a due uomini che stanno per uccidersi.
Il risultato è un film che intrattiene con notevole sicurezza. Il Gladiatore II possiede ritmo, azione, combattimenti, intrighi politici e una galleria di personaggi abbastanza ricca da sostenere quasi due ore e mezza di racconto. Il problema nasce quando quella stessa arena comincia inevitabilmente a ricordarci chi vi aveva combattuto prima.
Perché Massimo Decimo Meridio non è semplicemente morto: è diventato cinema.
Il problema non è Paul Mescal, ma l’uomo che è passato prima di lui
Paul Mescal affronta probabilmente una delle eredità meno invidiabili che potessero capitare a un attore. Lucius non è Massimo e sarebbe profondamente ingiusto pretendere che lo diventasse. Eppure Il Gladiatore II costruisce continuamente situazioni, immagini e richiami che rendono inevitabile il confronto con Russell Crowe.
Mescal affronta Lucius nella maniera più intelligente possibile, evitando l’imitazione. La sua fisicità è differente e anche la rabbia possiede un’altra temperatura. Massimo sembrava consumato da una furia trattenuta, sostenuta da una disciplina militare che continuava a esistere persino quando non aveva più un esercito da comandare. Lucius appare invece più irrequieto, ancora alla ricerca di una forma definitiva, quasi costretto a comprendere progressivamente quale posto occupare dentro una storia iniziata molto prima di lui.
L’attore regge bene il peso fisico del ruolo e possiede credibilità nell’arena. Quando il film gli permette di lavorare sulla dimensione più intima del personaggio, emerge inoltre quella sensibilità che ha caratterizzato alcune delle sue interpretazioni migliori. Il limite non riguarda quindi Mescal, che fa ciò che deve fare e spesso lo fa bene. Nasce piuttosto dalla scrittura, perché Lucius viene continuamente avvicinato a un modello talmente gigantesco da rendere difficile percepirlo come qualcosa di completamente autonomo.
Russell Crowe non interpretava soltanto il protagonista del primo Gladiatore. Aveva costruito un’icona. Chiedere a Mescal di entrare nella stessa arena significa inevitabilmente farlo combattere anche contro un fantasma, e quello è probabilmente l’avversario che nessun gladiatore avrebbe potuto sconfiggere.
Il Gladiatore aveva qualcosa che il suo seguito non può ricostruire
Il confronto diventa particolarmente interessante perché il film del 2000, a sua volta, non aveva inventato il colossal storico. Ridley Scott aveva recuperato una tradizione che attraversava decenni di cinema, guardando alle grandi produzioni hollywoodiane dedicate all’antichità, al peplum e agli spettacoli monumentali che avevano fatto di Roma uno dei luoghi privilegiati dell’immaginario cinematografico.
Eppure Il Gladiatore riuscì a trasformare quell’eredità in qualcosa che sembrava nuovamente necessario.
Massimo aveva una traiettoria semplicissima e proprio per questo potentissima. Era un generale, diventava schiavo, poi gladiatore e infine sfidava l’uomo responsabile della distruzione della propria famiglia. Dentro quella struttura elementare trovavano posto vendetta, lutto, politica, amicizia, morte, libertà e un’idea quasi spirituale del ritorno a casa.
La mano che attraversava il grano non era semplicemente una bella immagine. Racchiudeva tutto ciò verso cui Massimo stava cercando di tornare.
Il Gladiatore II possiede molte più cose, ma proprio per questo sembra avere un centro emotivo meno definito. Accumula personaggi, conflitti, tradimenti, combattimenti e questioni politiche. Aumenta la scala dello spettacolo, mentre fatica a trovare un’immagine altrettanto semplice capace di contenere tutto il film.
È una differenza fondamentale. La grandezza non coincide necessariamente con la quantità.
Ridley Scott sa ancora perfettamente come costruire uno spettacolo
Se si accetta questa distanza, però, Il Gladiatore II comincia a funzionare molto meglio. Ridley Scott non ha perso il gusto per il grande cinema fisico, rumoroso e spettacolare. A più di ottant’anni continua a dirigere con un’energia sorprendente e affronta l’arena come un enorme laboratorio nel quale sperimentare nuove possibilità di distruzione.
Il film non ha alcuna intenzione di essere discreto. Ci sono combattimenti contro animali, battaglie navali ricostruite nel Colosseo, sangue, arti spezzati, assedi e una quantità di violenza che restituisce perfettamente la natura circense di quella Roma. Scott comprende ancora benissimo che l’arena non rappresenta soltanto il luogo nel quale gli uomini combattono. È il teatro attraverso cui il potere intrattiene il popolo e, mentre lo intrattiene, lo controlla.
Alcune soluzioni sfiorano deliberatamente l’eccesso. I babbuini, il rinoceronte e soprattutto gli squali dentro il Colosseo portano il film in una dimensione nella quale la plausibilità storica diventa decisamente secondaria rispetto alla volontà di offrire qualcosa che lo spettatore non abbia già visto nella prima pellicola. È facile sorridere davanti a certe scelte, ma sarebbe altrettanto ingeneroso fingere che non producano spettacolo.
Scott vuole farci divertire. E ci riesce. La questione è capire se, questa volta, essere intrattenuti sia sufficiente.
Denzel Washington ha capito perfettamente in quale film si trova
Poi entra in scena Denzel Washington e improvvisamente Il Gladiatore II sembra trovare un’altra energia.
Macrinus è probabilmente il personaggio più interessante dell’intera operazione. È un uomo che osserva Roma non come un’istituzione da difendere, ma come un sistema da scalare. Comprende le debolezze degli altri, individua gli spazi lasciati liberi e utilizza uomini, denaro, violenza e ambizione come strumenti di una stessa strategia.
Washington sembra divertirsi enormemente.
La sua interpretazione possiede una teatralità che in mani meno esperte avrebbe potuto facilmente diventare caricatura. Invece l’attore dosa sorrisi, pause, sguardi e improvvise accelerazioni con una consapevolezza assoluta del proprio carisma. Macrinus può rimanere apparentemente ai margini di una scena e continuare a dominarla perché abbiamo sempre la sensazione che stia osservando qualcosa che gli altri non hanno ancora capito.
Il personaggio diventa ancora più interessante quando la sua ambizione comincia a mostrare una dimensione politica. Non desidera semplicemente arricchirsi. Ha compreso che Roma è abbastanza corrotta da poter essere conquistata dall’interno, sfruttando esattamente le stesse debolezze attraverso cui l’impero continua a consumarsi.
Washington non cerca di competere con il ricordo di Russell Crowe. Non ne ha bisogno. Costruisce l’unico personaggio del film che sembra appartenere completamente a questa nuova storia e, proprio per questo, finisce spesso per rubarla al protagonista.
Pedro Pascal porta nell’arena un’altra idea di soldato
Marcus Acacius permette invece a Pedro Pascal di occupare una posizione narrativa più ambigua. È un generale romano e all’inizio rappresenta inevitabilmente il volto dell’esercito che distrugge la vita costruita da Lucius in Numidia. Sarebbe semplice trasformarlo nel bersaglio della vendetta e lasciare che il film proceda lungo quella direzione.
Scott sceglie fortunatamente qualcosa di più interessante.
Acacius è un uomo che ha combattuto per Roma abbastanza a lungo da conoscere la distanza tra l’idea dell’impero e ciò che l’impero è diventato. La sua posizione permette al film di ragionare sulla fedeltà, perché obbedire a Roma non significa necessariamente obbedire a chi in quel momento la governa.
Pascal lavora bene sulla stanchezza del personaggio. Acacius non possiede l’idealismo giovanile di Lucius e nemmeno l’ambizione famelica di Macrinus. Sembra piuttosto un uomo arrivato al punto in cui l’esperienza militare gli ha mostrato abbastanza sangue da impedirgli di continuare a considerare ogni ordine come un dovere.
Anche qui emerge uno dei temi più interessanti del film: Roma continua a essere un’idea molto più nobile delle persone che pretendono di rappresentarla.
Lucilla è la memoria vivente del primo film
Connie Nielsen occupa una posizione ancora differente, perché Lucilla non deve soltanto partecipare alla nuova storia. È uno dei pochi personaggi capaci di ricordare direttamente quella precedente.
La sua presenza porta inevitabilmente dentro Il Gladiatore II il fantasma di Massimo, ma lo fa attraverso qualcosa di più interessante della semplice nostalgia. Lucilla ha visto cosa Roma era, cosa avrebbe potuto diventare e cosa è diventata dopo il sacrificio degli uomini che avevano cercato di cambiarla.
Il tempo, quindi, non ha risolto nulla.
Questa constatazione contiene una malinconia che il film avrebbe potuto approfondire ancora maggiormente. Massimo è morto. Commodo è morto. Il sangue versato nell’arena sembrava aver prodotto una possibilità di cambiamento, eppure Roma ha continuato a divorare sé stessa.
Lucilla rappresenta la memoria di quella sconfitta.
Nielsen restituisce al personaggio la dignità necessaria senza trasformarlo in un semplice collegamento con il 2000. Quando guarda Lucius, inevitabilmente vede anche ciò che è stato perduto. Lo spettatore compie esattamente lo stesso movimento.
Geta e Caracalla trasformano il potere in una forma di decadenza
Joseph Quinn e Fred Hechinger interpretano gli imperatori Geta e Caracalla spingendo Roma verso una dimensione volutamente grottesca. Sono capricciosi, crudeli, instabili e profondamente lontani dall’idea di responsabilità che dovrebbe accompagnare il potere.
Il confronto con Commodo è inevitabile anche qui, ma produce un risultato interessante. Joaquin Phoenix aveva costruito un antagonista odioso e contemporaneamente tragico, divorato dal bisogno di essere amato da un padre che non riusciva a rispettarlo. Geta e Caracalla appartengono invece a una fase successiva della decomposizione.
Non hanno nemmeno bisogno di fingere grandezza.
Vivono dentro il privilegio come se fosse una condizione naturale e trasformano Roma in un’estensione dei propri desideri. La loro eccentricità contribuisce al tono più esagerato del sequel, nel quale la decadenza non viene soltanto suggerita ma continuamente esposta.
Il problema è che proprio il confronto con Commodo rende evidente un’altra differenza rispetto al primo film. Phoenix riusciva a rendere personale il conflitto politico. Qui la minaccia è più diffusa, perché il vero antagonista finisce per essere il sistema stesso.
Roma continua a essere il personaggio più grande
Dal punto di vista visivo, Il Gladiatore II conserva una capacità spettacolare che pochi registi contemporanei potrebbero gestire con la stessa sicurezza. Roma appare enorme, sporca, monumentale e contemporaneamente marcia. La magnificenza architettonica convive con una società che sembra aver trasformato il sangue in una forma di consumo quotidiano.
Il Colosseo rimane naturalmente il centro simbolico.
Lì la politica diventa spettacolo e la morte diventa intrattenimento. Lo spettatore contemporaneo guarda il pubblico romano divertirsi davanti alla violenza, ma Scott continua a costruire l’inquadratura in maniera abbastanza intelligente da ricordarci che anche noi abbiamo pagato un biglietto per vedere esattamente quello.
È un cortocircuito già presente nel primo film e che qui ritorna in maniera ancora più esplicita. Il Gladiatore II aumenta infatti la quantità dello spettacolo proprio mentre racconta una società che utilizza lo spettacolo per distrarre il proprio popolo.
Noi sappiamo perfettamente cosa sta facendo. E continuiamo comunque a guardare.
Pane, circo e un sequel che conosce perfettamente il proprio pubblico
Da questo punto di vista, il film possiede persino una componente involontariamente metacinematografica. Roma offre al pubblico combattimenti sempre più grandi perché il pubblico pretende continuamente qualcosa di nuovo. Hollywood affronta esattamente lo stesso problema.
Il primo Gladiatore aveva un’arena. Il secondo deve riempirla d’acqua.
Avevamo uomini contro uomini, quindi adesso servono animali, battaglie navali, rinoceronti e squali. La logica del sequel finisce curiosamente per coincidere con quella del circo romano: lo spettacolo precedente non basta più, quindi bisogna aumentare la dose.
Scott sembra perfettamente consapevole di questo meccanismo e, invece di combatterlo, decide spesso di assecondarlo. È probabilmente la scelta più sincera possibile.
Il Gladiatore II non prova a nascondere la propria natura di grande produzione costruita per riportare il pubblico dentro un universo riconoscibile. Vuole essere visto su uno schermo enorme, con un impianto audio capace di far vibrare la sala mentre gli eserciti si scontrano.
In questo senso raggiunge pienamente il proprio obiettivo.
La vendetta ritorna, ma non possiede più lo stesso peso
Il problema emerge quando il sequel riprende troppo direttamente la struttura emotiva del predecessore.
Anche Lucius perde la donna che ama. Anche lui viene catturato. Anche lui diventa gladiatore. Anche lui deve trasformare la propria rabbia personale in qualcosa di più grande. I richiami sono talmente numerosi che a un certo punto smettono di sembrare semplici connessioni e cominciano a produrre l’impressione di una struttura replicata.
Il primo film possedeva una linearità quasi mitologica. Massimo voleva tornare a casa e gli veniva impedito. Quando la sua famiglia veniva assassinata, quella casa diventava raggiungibile soltanto attraverso la morte. Ogni combattimento avvicinava quindi contemporaneamente alla vendetta e alla pace.
Lucius possiede invece una traiettoria più dispersiva.
La vendetta iniziale cambia bersaglio. La sua identità viene progressivamente ridefinita. Il rapporto con Roma muta e la storia personale viene assorbita da un discorso politico più ampio. Sono elementi interessanti, ma finiscono per sottrarre alla narrazione quella semplicità emotiva che rendeva Massimo immediatamente universale.
Il Gladiatore II ha più trama. Il Gladiatore aveva più mito.
Hans Zimmer non c’è, e si sente più di quanto potremmo immaginare
Il confronto passa inevitabilmente anche dalla musica.
Harry Gregson-Williams firma una partitura solida e capace di sostenere la scala del film. Sarebbe ingiusto pretendere che ogni compositore chiamato a lavorare su questo universo debba limitarsi a riprodurre ciò che Hans Zimmer e Lisa Gerrard avevano costruito nel 2000.
Eppure l’assenza si sente.
La colonna sonora del primo Gladiatore non accompagnava semplicemente le immagini. Contribuiva in maniera decisiva a trasformarle in memoria. La voce di Lisa Gerrard, i temi di Zimmer e quella combinazione di solennità, dolore e spiritualità hanno continuato a vivere anche indipendentemente dal film.
Era musica capace di trasformare un campo di grano in un luogo metafisico.
Il sequel possiede una partitura efficace, ma raramente raggiunge quella capacità di imprimere un’immagine nella memoria attraverso il suono. Ancora una volta non siamo davanti a qualcosa che funzioni male. Siamo davanti a qualcosa che funziona senza diventare indimenticabile.
Ed è una differenza che attraversa praticamente tutto il film.
Il confronto con Russell Crowe è ingiusto, ma inevitabile
Bisogna arrivare al punto più delicato senza girarci troppo intorno. Paul Mescal non è Russell Crowe e non deve esserlo.
E soprattutto, questo non significa che la sua interpretazione sia insufficiente.
Crowe, però, nel 2000 incontrò uno di quei personaggi che sembrano aspettare un attore per tutta la vita. La fisicità, la voce, lo sguardo e quella particolare combinazione tra violenza e malinconia costruirono qualcosa che andava oltre la buona interpretazione.
Massimo sembrava esistere prima ancora che iniziasse il film. Lucius, invece, deve essere costruito davanti a noi.
È una differenza sottile ma enorme. Mescal interpreta bene un personaggio che deve trovare la propria identità. Crowe interpretava un uomo che aveva già un’identità talmente forte da poter sopravvivere alla perdita di tutto.
Il sequel cerca continuamente di trasferire parte di quell’eredità sul nuovo protagonista.
Ma l’eredità non funziona così. Il carisma non si eredita attraverso la sceneggiatura.
Denzel Washington è l’unico che riesce davvero a liberarsi dal primo Gladiatore
Per questo Macrinus diventa progressivamente tanto importante.
Mentre Lucius, Lucilla, Roma e l’arena continuano inevitabilmente a richiamare il primo film, Denzel Washington sembra muoversi dentro un territorio nuovo. Il suo personaggio non deve raccogliere direttamente nessuna eredità emotiva.
Macrinus vuole il potere. Non lo nasconde dietro un ideale romantico. Conosce la natura della politica romana e comprende che la virtù, in quel sistema, può essere molto meno utile della capacità di individuare la debolezza altrui.
Washington trasforma questa ambizione in piacere scenico. Ogni dialogo sembra contenere un secondo livello. Ogni sorriso può anticipare un tradimento e ogni gesto possiede qualcosa di calcolato.
La sua interpretazione ricorda inoltre quanto un grande attore possa modificare il peso di un personaggio semplicemente entrando nell’inquadratura.
Quando Macrinus compare, il film acquista imprevedibilità. Non sappiamo esattamente cosa farà.
Ed è una qualità preziosa dentro un sequel del quale, per buona parte del tempo, sappiamo invece benissimo quale strada stia percorrendo.
Il vero problema del Gladiatore II è essere il seguito del Gladiatore
Forse la contraddizione definitiva è tutta qui.
Preso da solo, Il Gladiatore II è un buon blockbuster. Possiede un cast eccellente, un regista che continua ad avere un’impressionante capacità di governare lo spettacolo, sequenze d’azione riuscite e una ricostruzione di Roma abbastanza potente da giustificare pienamente la visione sul grande schermo.
Come sequel de Il Gladiatore, però, il giudizio inevitabilmente cambia.
Il primo film ha vinto cinque Oscar, compresi miglior film e miglior attore protagonista, ma soprattutto ha superato da tempo il territorio dei premi. È entrato nella cultura popolare. Le sue battute continuano a essere citate, la sua musica viene immediatamente riconosciuta e Massimo Decimo Meridio è diventato uno dei personaggi cinematografici più riconoscibili del nuovo millennio.
Un sequel realizzato ventiquattro anni dopo non può essere considerato responsabile del fatto che il proprio predecessore sia diventato un monumento.
Può però scegliere cosa fare davanti a quel monumento. Il Gladiatore II decide prevalentemente di costruirgli accanto un’altra arena. Più grande, più rumorosa, più affollata. Ma non necessariamente più importante.
La crisi delle idee non significa che dobbiamo smettere di divertirci
Esiste poi una questione industriale impossibile da ignorare.
Il cinema contemporaneo continua a recuperare proprietà intellettuali conosciute, sequel, remake e universi capaci di offrire al pubblico un rapporto già consolidato. Dopo ventiquattro anni persino Il Gladiatore, che sembrava possedere uno dei finali più definitivi possibili, è diventato un titolo dal quale ricavare una continuazione.
Questo non rende automaticamente Il Gladiatore II un’operazione cinica.
Ridley Scott è ancora il regista del primo film e il suo interesse per Roma, il potere, la guerra e la decadenza attraversa buona parte della sua filmografia. Il progetto possiede quindi una legittimità autoriale che va ben oltre la semplice necessità industriale di sfruttare un titolo conosciuto.
Rimane però la sensazione di un cinema che torna sempre più spesso nei luoghi nei quali sa già che troverà qualcuno ad aspettarlo.
Anche il primo Gladiatore, naturalmente, guardava al passato. Non aveva inventato il peplum e non aveva inventato il colossal storico. La differenza è che prese quella tradizione e riuscì a produrre una nuova pietra miliare.
Il sequel prende invece una pietra miliare e produce un buon intrattenimento. Non è la stessa cosa.
Essere soltanto intrattenimento non è un’offesa
Ed è importante chiarirlo, perché definire Il Gladiatore II intrattenimento non significa sminuirlo.
Realizzare un blockbuster che funzioni è difficile.
Costruire combattimenti leggibili, mantenere il ritmo per quasi due ore e mezza, dirigere un cast di questo livello e gestire una produzione di tali dimensioni richiede una capacità cinematografica enorme. Ridley Scott possiede ancora quella capacità e alcune sequenze ricordano quanto sia raro vedere un autore della sua generazione affrontare il cinema spettacolare con questa energia.
Il film diverte, coinvolge. Offre immagini potenti e personaggi riusciti.
Denzel Washington da solo vale una parte considerevole del biglietto, mentre Pedro Pascal, Connie Nielsen e Paul Mescal contribuiscono a mantenere credibile un mondo che potrebbe facilmente collassare sotto il peso della propria spettacolarità.
Il punto non è quindi sostenere che Il Gladiatore II sia poco perché intrattiene.
Il punto è riconoscere che si ferma principalmente lì. E può andare bene.
Del Gladiatore continueremo a parlare. Del Gladiatore II temo molto meno
Alla fine rimane una domanda molto semplice: che cosa porteremo fuori dall’arena?
Del film del 2000 abbiamo portato con noi Massimo. Abbiamo portato il campo di grano, la mano che sfiora le spighe, il volto di Commodo, il Colosseo, la voce di Lisa Gerrard e quella presentazione pronunciata davanti all’imperatore che ormai appartiene alla memoria collettiva del cinema.
Abbiamo portato soprattutto una sensazione: la solennità.
Il Gladiatore II ci consegna invece una quantità impressionante di spettacolo. Ricorderemo probabilmente Denzel Washington e il suo Macrinus. Rimarranno alcune battaglie, la follia degli imperatori, gli animali nell’arena e la capacità quasi ostinata di Ridley Scott di continuare a dirigere cinema gigantesco con un’energia che molti autori più giovani potrebbero soltanto invidiargli.
Eppure manca qualcosa.
Non è una questione di budget, scenografie o dimensioni. Il film possiede tutto ciò che serve per apparire enorme. Ciò che non riesce a ricostruire è quella misteriosa combinazione attraverso cui un grande spettacolo smette di essere soltanto uno spettacolo e diventa un ricordo condiviso.
Forse sarebbe stato impossibile.
Forse Il Gladiatore II non avrebbe neppure dovuto provarci.
Per questo il giudizio può rimanere serenamente positivo. Ridley Scott ci riporta nell’arena e per quasi due ore e mezza riesce ancora una volta a farci guardare. Ci offre sangue, politica, tradimenti, combattimenti e un Denzel Washington magnificamente consapevole di avere tra le mani il personaggio migliore del film.
Alla domanda pronunciata ventiquattro anni fa possiamo quindi rispondere ancora una volta di sì: siamo intrattenuti.
Soltanto che, questa volta, quando usciremo dal Colosseo, difficilmente continueremo a pensare per anni all’uomo rimasto sulla sabbia. Il Gladiatore appartiene ormai alla storia del cinema.
Il Gladiatore II appartiene, molto più semplicemente, a una bella serata al cinema.
E non è affatto una vergogna.


