Vincenzo Alfieri costruisce attorno a Giuseppe Battiston e Claudia Gerini un giallo oscuro, elegante e ben congegnato, capace di ricordare quanto il cinema italiano sappia ancora maneggiare il thriller quando decide di prenderlo sul serio

Un cadavere sparisce e finalmente comincia un vero thriller

Una donna muore. Il suo corpo viene portato in obitorio. L’autopsia dovrebbe chiarire ogni dubbio, ma nella notte quel cadavere scompare. Da qui Il corpo costruisce un mistero che possiede una qualità ormai meno comune di quanto dovrebbe: vuole davvero essere un thriller.

Non utilizza il genere come semplice rivestimento per raccontare altro. Non sembra vergognarsi dei propri meccanismi. Vincenzo Alfieri entra nella storia con la volontà di costruire tensione, seminare indizi, distribuire sospetti e portare lo spettatore verso una soluzione che continui a cambiare forma mentre ci avviciniamo.

La protagonista apparentemente assente è Rebecca Zuin, interpretata da Claudia Gerini. Ricca imprenditrice farmaceutica, carismatica e dominante, muore per quello che inizialmente appare un infarto. Poco dopo, però, il suo corpo sparisce dall’obitorio e il guardiano notturno viene trovato in condizioni gravissime dopo essere fuggito terrorizzato.

L’ispettore Corrado Cosser, interpretato da Giuseppe Battiston, entra quindi in una vicenda che sembra molto semplice soltanto per pochi minuti. Il marito Bruno Forlan ha un possibile movente. Esiste un’amante. Il rapporto con Rebecca era tutt’altro che sereno. Eppure più l’indagine procede, più la possibilità di una soluzione lineare si allontana.

È proprio questa stratificazione a rendere Il corpo così piacevole.

Corrado Cosser e quel mestiere che Giuseppe Battiston sembra indossare bene

Battiston possiede una qualità particolarmente adatta al detective cinematografico: sembra pensare anche quando non parla.

Cosser non ha bisogno di trasformarsi in un investigatore sopra le righe. È burbero, disincantato e apparentemente poco impressionabile. Osserva. Lascia che gli altri parlino. Interviene quando ha già iniziato a costruire una propria ipotesi.

L’attore lavora molto bene su questa calma. Non interpreta il poliziotto geniale che deve dimostrare continuamente di essere il più intelligente della stanza. Cosser sembra piuttosto un uomo che ha già visto abbastanza bugie da non avere particolare fretta di credere a quella successiva.

Il ruolo, inoltre, arriva in un periodo curioso della carriera di Battiston. Nello stesso 2024 è diventato protagonista della serie Stucky, dove interpreta un altro ispettore apparentemente distratto ma attentissimo alle psicologie umane. Quel personaggio era già comparso al cinema in Finché c’è prosecco c’è speranza. Ancora prima, in La variabile umana, Battiston partecipava a un’altra indagine noir accanto a Silvio Orlando.

Non significa che stia ripetendo sempre lo stesso personaggio. Piuttosto, sembra aver trovato una zona interpretativa che gli appartiene bene: l’investigatore che non ha bisogno di agitarsi per esercitare autorità. Cosser funziona proprio per questo. Più gli altri personaggi sembrano perdere il controllo, più Battiston resta apparentemente immobile. Ed è proprio lì che cominciamo a capire che sta registrando tutto.

Claudia Gerini riesce a dominare il film anche quando Rebecca è morta

Rebecca Zuin possiede un problema narrativo curioso: è morta quasi subito. Eppure Claudia Gerini riesce a trasformarla in una delle presenze più forti dell’intero film. La conosciamo attraverso ricordi, racconti, frammenti del matrimonio e immagini che progressivamente modificano la nostra percezione. Rebecca può essere affascinante, manipolatrice, crudele e perfettamente consapevole del potere economico ed emotivo che esercita sul marito.

Gerini lavora bene proprio sull’ambiguità. Non costruisce una semplice vittima, ma nemmeno una caricatura da dark lady. Rebecca sembra avere sempre qualche informazione in più rispetto alle persone che la circondano. Anche quando non è presente fisicamente, continua a esercitare una pressione sul racconto.

È una qualità fondamentale per il film. Se il corpo scomparso appartenesse a un personaggio narrativamente irrilevante, il mistero avrebbe soltanto una funzione meccanica. Invece più conosciamo Rebecca, più la possibilità che dietro la sua morte ci sia qualcosa di diverso acquista peso.

La domanda non è soltanto chi abbia portato via il corpo. Comincia a diventare: Rebecca è davvero uscita dalla storia?

Un obitorio, una notte di pioggia e una fotografia che sa cosa deve fare

Sul piano visivo Il corpo trova probabilmente una delle sue qualità migliori. La fotografia di Andrea Reitano costruisce un ambiente freddo, notturno e quasi permanentemente umido. Pioggia, corridoi, luci artificiali e superfici riflettenti contribuiscono a dare alla storia una precisa identità.

Il film non cerca un naturalismo anonimo. Vuole essere un thriller. Lo dichiara attraverso l’immagine. L’obitorio diventa il luogo perfetto per questa operazione. Non è soltanto uno spazio funzionale alla trama. È un ambiente dove la presenza della morte dovrebbe essere ordinaria. Proprio per questo la scomparsa di un cadavere assume qualcosa di profondamente anomalo.

Alfieri sfrutta bene corridoi, porte e zone vuote. La notte sembra comprimere i personaggi dentro uno spazio dal quale nessuno riesce realmente a uscire. Anche quando il film si apre sui flashback o su altri luoghi, il senso di claustrofobia continua a seguirlo.

La fotografia non tenta di reinventare il noir, fa qualcosa di più utile: ricorda che il noir ha bisogno di atmosfera. E qui l’atmosfera c’è.

Il corpo scomparso è soltanto il primo inganno

L’intuizione narrativa migliore sta nel modo in cui il film utilizza il proprio titolo. Il corpo di Rebecca scompare. Dovrebbe essere questo il mistero. In realtà diventa molto presto soltanto il primo livello.

L’indagine comincia a lavorare sulle relazioni. Il matrimonio tra Rebecca e Bruno appare progressivamente sempre più tossico. L’amante introduce un altro movente. Gli interessi economici aprono ulteriori possibilità.

Ogni risposta produce una nuova domanda. La struttura a scatole cinesi è evidentemente derivata dal film originale di Oriol Paulo, autore che ha costruito buona parte della propria fortuna proprio su thriller fondati sulla manipolazione della prospettiva. Alfieri non tenta di nascondere quella origine, ma riesce a tradurla dentro una sensibilità visiva e attoriale italiana.

È uno degli aspetti più riusciti dell’operazione. Il remake non ha bisogno di fingere di essere nato dal nulla. Deve funzionare. E Il corpo funziona.

Bruno Forlan è il sospettato perfetto, forse troppo perfetto

Andrea Di Luigi interpreta Bruno come un uomo che possiede praticamente tutte le caratteristiche necessarie per attirare immediatamente l’attenzione della polizia. È più giovane della moglie. Il matrimonio è in crisi. Esiste un’altra donna. Rebecca è ricca. La morte avviene apparentemente senza violenza. Cosser non ha bisogno di impiegare molto tempo per iniziare a sospettare di lui.

La cosa interessante è che la sceneggiatura utilizza proprio questa evidenza per destabilizzare lo spettatore. Bruno è talmente sospetto da diventare quasi troppo facile. Il film comincia quindi a lavorare sulla sua paura. E se Rebecca non fosse davvero morta? E se quella scomparsa fosse l’ennesimo atto di controllo? E se qualcuno stesse costruendo una situazione appositamente per farlo crollare?

Il personaggio vive progressivamente dentro questa paranoia e il thriller comincia a spostarsi dall’indagine al dubbio. Non dobbiamo più soltanto capire cosa sia successo. Dobbiamo capire quale versione della realtà sia ancora affidabile.

Un thriller italiano che non chiede scusa per essere di genere

È forse questa la ragione per cui Il corpo rappresenta una piccola boccata d’aria. Il cinema italiano realizza thriller, naturalmente. Ma troppo spesso il genere sembra dover essere giustificato attraverso qualche altra etichetta. Deve diventare dramma sociale, racconto d’autore, allegoria oppure contaminazione.

Qui Vincenzo Alfieri sembra molto più sereno. Costruisce un giallo. Vuole che ci chiediamo chi mente e farci dubitare del cadavere, disseminare indizi e ribaltare la prospettiva. Ed è perfettamente legittimo. Il genere non è un limite da superare. Bisogna conoscerne la grammatica.

Alfieri aveva già dimostrato un interesse preciso per il cinema di genere con Gli uomini d’oro e Ai confini del male. In Il corpo questa familiarità emerge nella gestione dei tempi e soprattutto nel rispetto dell’aspettativa dello spettatore. Un thriller deve produrre curiosità. Questo lo fa.

La regia trova il piacere dell’artificio senza perdere completamente il controllo

Alfieri non cerca una messa in scena invisibile. Ci sono movimenti, composizioni e soluzioni che vogliono esplicitamente ricordarci che siamo dentro un thriller costruito. Può essere un rischio.

Quando un film di questo tipo sottolinea troppo i propri strumenti, l’eleganza può trasformarsi in compiacimento. Il corpo arriva qualche volta vicino a questo limite, ma nella maggior parte dei casi riesce a mantenere il controllo. Alcune entrate dei personaggi sembrano preparate precisamente per aumentare la tensione.

Ma perché dovrebbe essere un problema? Il thriller vive anche di artificio. Il punto non è nasconderlo completamente, ma farlo funzionare abbastanza bene da coinvolgere lo spettatore. Qui accade.

Anche la recitazione capisce il tono del film

Uno dei motivi per cui il meccanismo regge è il cast. Battiston conserva una misura quasi costante. Gerini può permettersi una maggiore teatralità perché Rebecca appartiene contemporaneamente al presente e al ricordo degli altri.

Andrea Sartoretti offre a Cosser una spalla solida. Amanda Campana entra nel triangolo sentimentale senza diventare soltanto una funzione. Il film vive molto di queste differenze. Non tutti recitano allo stesso livello di intensità, perché non dovrebbero farlo. Cosser appartiene all’indagine. Bruno alla paranoia. Rebecca al controllo.

La regia permette a questi registri di incontrarsi senza trasformare tutto nella stessa tonalità. È una qualità spesso sottovalutata. Un thriller non funziona soltanto perché la trama possiede un buon twist. Funziona quando i personaggi ci convincono abbastanza da permettere al twist di avere conseguenze.

Scrittura e depistaggio: quando il film ti costringe a rimettere insieme tutto

L’aspetto più divertente arriva naturalmente quando le informazioni cominciano a ricomporsi. Il corpo appartiene a quella famiglia di thriller che chiedono allo spettatore di tornare mentalmente sulle scene precedenti. Quel dettaglio significava davvero ciò che pensavamo? Quella frase era casuale? Quel comportamento diventava sospetto soltanto perché avevamo già scelto chi considerare colpevole? È qui che la scrittura mostra la propria costruzione. Il film vuole manipolarci, e in questo non c’è niente di male.

Anzi, il piacere sta precisamente nell’essere manipolati abbastanza bene da non capire immediatamente dove stia il trucco.

Alfieri e Stasi disseminano false piste, mezze verità e informazioni che cambiano significato dopo essere state ricontestualizzate. La struttura non è invisibile, ma rimane sufficientemente efficace da conservare interesse. Il film ci porta esattamente dove vuole portarci. Poi cambia strada.

Il limite è la plausibilità, ma non basta a rovinare il gioco

Bisogna però riconoscere un limite. Arrivati alla resa dei conti, il meccanismo chiede allo spettatore una disponibilità maggiore. Alcuni incastri sono estremamente precisi. Forse troppo.

Quando un thriller accumula depistaggi e twist, esiste sempre il rischio che la sorpresa finale richieda un livello di pianificazione difficilmente compatibile con il comportamento reale degli esseri umani. Il corpo non sfugge completamente a questo problema.

Ripensando ad alcuni passaggi, emergono coincidenze e azioni che funzionano soprattutto perché la sceneggiatura ha bisogno che funzionino. Tuttavia, questa volta, non ho avuto la sensazione che tali forzature distruggessero ciò che era venuto prima.

Il film aveva già costruito abbastanza tensione, atmosfera e divertimento. Il gioco vale comunque.

Il twist non dovrebbe cancellare il film che lo precede

È un punto importante. Troppi thriller contemporanei sembrano esistere soltanto per arrivare alla propria sorpresa finale. Tutto viene sacrificato al momento in cui lo spettatore dovrebbe esclamare di non averlo previsto. Il corpo rischia questa strada, ma riesce abbastanza bene a evitarla. Prima del twist esiste un film. È ciò che permette al finale di funzionare come completamento invece che come unica ragione d’essere. La differenza è sostanziale. Un buon colpo di scena dovrebbe farci rivedere mentalmente ciò che abbiamo guardato. Non dovrebbe farci scoprire che fino a quel momento non stavamo guardando nulla.

Giuseppe Battiston, detective per vocazione tardiva

C’è qualcosa di curioso nel vedere Battiston occupare con tanta naturalezza questo territorio. Cosser arriva quasi contemporaneamente a Stucky, dove l’attore interpreta un investigatore molto diverso ma costruito ancora sull’osservazione delle persone. La parentela non sta nel costume o nel modo di parlare. Sta nella qualità dello sguardo. Battiston possiede una recitazione che si presta bene all’idea dell’uomo che registra ciò che accade.

Non ha bisogno della gestualità classica del poliziotto cinematografico. Nemmeno della rudezza esibita. Può semplicemente stare fermo e far percepire che qualcosa sta succedendo dietro gli occhi. Forse è per questo che il ruolo gli riesce così bene. Il detective non deve necessariamente essere l’uomo più rumoroso della scena. Qualche volta deve essere quello che ha già capito perché tutti gli altri stanno facendo rumore.

Il corpo dimostra che il thriller italiano non ha bisogno di essere reinventato ogni volta

Alla fine rimane soprattutto una sensazione positiva. Il corpo non rivoluziona il thriller. Non prova nemmeno a farlo. Prende un meccanismo narrativo già sperimentato, lo adatta, gli offre un cast molto adatto e lo inserisce dentro una messa in scena capace di conferirgli un’identità.

Fare bene un film di genere richiede precisione. Serve capire quando rivelare un’informazione. Quando toglierla. Quando permettere allo spettatore di sentirsi più intelligente del protagonista e quando dimostrargli che non aveva capito nulla.

Vincenzo Alfieri maneggia questi strumenti con sicurezza. Il risultato è un thriller che mantiene tensione, lavora sull’atmosfera e soprattutto restituisce il piacere di un’indagine costruita per essere seguita.

Una di quelle boccate d’aria che il cinema italiano dovrebbe concedersi più spesso

È proprio questo il giudizio finale. Il corpo appartiene a quella categoria di film italiani che compaiono ogni tanto e ricordano quanto il nostro cinema sappia ancora utilizzare benissimo il genere quando smette di considerarlo una forma minore. Non tutto è perfetto. Qualche passaggio forza la credibilità. Alcune svolte richiedono di accettare una costruzione quasi matematica degli eventi. Ma il piacere rimane. La regia possiede personalità. La fotografia costruisce un’atmosfera.

Claudia Gerini riesce a essere una presenza centrale anche attraverso l’assenza. Giuseppe Battiston tiene insieme l’indagine con una naturalezza che conferma quanto bene gli stia addosso il ruolo dell’investigatore. Soprattutto, la scrittura ci obbliga a continuare. Vogliamo sapere dove sia finito quel corpo. Poi vogliamo capire chi stia mentendo. Infine vogliamo sapere se la domanda corretta fosse davvero quella che ci eravamo posti all’inizio. Ed è esattamente ciò che dovrebbe fare un buon thriller. Non serve molto altro. Serve soltanto che il cinema italiano ne faccia qualcuno in più.

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