Hamnet racconta il dolore con grande eleganza, ma fatica a trovare il ritmo

Ci sono film che conquistano fin dal primo minuto. Altri preferiscono accompagnare lentamente lo spettatore verso il proprio cuore emotivo. Hamnet, diretto da Chloé Zhao e tratto dall’acclamato romanzo di Maggie O’Farrell, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È un’opera elegante, contemplativa e visivamente straordinaria. Ma è anche un film che impiega troppo tempo prima di trovare una vera forza narrativa.

Presentato come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno, Hamnet racconta la tragedia che colpisce la famiglia di William Shakespeare e immagina come la perdita del figlio possa aver ispirato la nascita dell’Amleto. La critica internazionale ha accolto il film con grande entusiasmo, esaltandone la sensibilità visiva, la profondità emotiva e le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal. Personalmente, però, l’impressione è più sfumata. L’emozione arriva, ma troppo tardi. Ed è proprio questo ritardo a impedire al film di raggiungere pienamente il risultato che sembrava promettere.

Chloé Zhao sceglie il silenzio invece dell’enfasi

Chi conosce il cinema di Chloé Zhao sa bene quale sia il suo linguaggio. La regista non ama accelerare il racconto. Preferisce osservare i personaggi, lasciare che siano gli sguardi, i paesaggi e i silenzi a parlare.

Anche in Hamnet questa scelta rimane coerente. La macchina da presa osserva senza giudicare. La fotografia costruisce immagini di rara bellezza. Ogni inquadratura sembra avere il tempo necessario per respirare. È un approccio che possiede una sua coerenza artistica e che molti critici hanno indicato come uno dei maggiori punti di forza del film.

Il problema è che questa ricerca della contemplazione finisce spesso per rallentare eccessivamente la narrazione. La pellicola procede con estrema calma anche nei momenti in cui avrebbe bisogno di una maggiore tensione drammatica.

Il coinvolgimento arriva soltanto quando i nodi vengono al pettine

Per buona parte della durata si ha la sensazione di osservare personaggi più che viverli.

L’empatia fatica a nascere. La storia costruisce lentamente il proprio universo emotivo, ma lo fa con una misura tale da mantenere quasi sempre lo spettatore a distanza. Soltanto nell’ultima parte tutto cambia.

Quando il dolore si trasforma definitivamente in memoria e il legame con la nascita dell’Amleto emerge con chiarezza, il film acquista finalmente un’anima diversa. Le emozioni esplodono senza bisogno di eccessi. La tragedia personale diventa riflessione sull’arte, sulla perdita e sulla capacità della creazione artistica di sopravvivere al lutto. È qui che Hamnet trova davvero il proprio senso.

Jessie Buckley e Paul Mescal sostengono il peso del racconto

Se il film riesce comunque a mantenere vivo l’interesse, gran parte del merito appartiene ai suoi interpreti.

Jessie Buckley offre probabilmente la prova più intensa dell’intero cast. Il suo dolore non viene mai esasperato. È una sofferenza trattenuta, silenziosa e profondamente umana. Paul Mescal sceglie invece una recitazione misurata, costruendo uno Shakespeare lontano dall’immagine monumentale spesso proposta dal cinema.

Entrambi lavorano con grande sensibilità. La loro interpretazione riesce spesso a comunicare molto più dei dialoghi. Non sorprende che proprio il cast sia stato uno degli elementi più lodati dalla stampa internazionale.

Una straordinaria eleganza formale non basta sempre a sostenere il racconto

Dal punto di vista tecnico è difficile muovere critiche. La fotografia di Łukasz Żal costruisce immagini di straordinaria delicatezza. La luce naturale, i paesaggi inglesi e gli interni restituiscono continuamente la sensazione di osservare un dipinto in movimento.

Anche costumi, scenografie e colonna sonora contribuiscono a creare un’atmosfera immersiva. Nulla appare fuori posto. Ogni elemento tecnico lavora nella stessa direzione, rafforzando il tono intimo e malinconico scelto dalla regista. Su questo aspetto la critica è stata quasi unanime.

Il film privilegia la contemplazione rispetto alla narrazione

L’impressione, però, è che la bellezza delle immagini finisca talvolta per sostituire il movimento del racconto.

Non è un difetto in senso assoluto. È una precisa scelta autoriale. Tuttavia questa scelta rende il film meno coinvolgente di quanto avrebbe potuto essere. Ci sono sequenze bellissime da osservare, ma che fanno procedere la storia con estrema lentezza.

La sensazione è che Chloé Zhao si fidi molto dell’atmosfera e un po’ meno della progressione narrativa. Quando finalmente le due componenti trovano equilibrio, il film diventa davvero emozionante. Peccato che accada soltanto nella parte conclusiva.

Non il capolavoro annunciato, ma un’opera comunque di grande sensibilità

Forse Hamnet ha pagato anche il peso delle aspettative. La stampa internazionale ha parlato di uno dei film più importanti dell’anno, lodandone la capacità di trasformare il lutto in un racconto universale. È un giudizio comprensibile, perché il film possiede una forte identità artistica.

Resta però la sensazione che avrebbe potuto emozionare molto prima. Se quella forza espressiva che emerge nel finale avesse attraversato l’intera narrazione, ci saremmo probabilmente trovati davanti a un’opera memorabile.

Hamnet convince soprattutto quando smette di trattenere le emozioni

Hamnet è un film raffinato, elegante e interpretato magnificamente. Chloé Zhao conferma ancora una volta il proprio talento nel costruire immagini di rara bellezza e nel raccontare il dolore senza ricorrere alla retorica.

Eppure qualcosa manca. La narrazione procede con un passo così misurato da rendere difficile un coinvolgimento immediato. Soltanto nell’ultima parte il film riesce davvero a toccare le corde emotive dello spettatore, dimostrando tutta la forza della storia che aveva tra le mani.

Si esce dalla sala con il ricordo di un finale intenso e profondamente umano. È un merito importante. Ma rimane anche il rimpianto per un film che avrebbe potuto raggiungere quella stessa intensità molto prima, trasformando una bella opera in un autentico capolavoro.

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