Emerald Fennell trasforma il melodramma in un racconto di desiderio e ossessione

Quando Emerald Fennell ha annunciato la sua versione di Cime tempestose, le aspettative erano accompagnate da parecchio scetticismo. Dopo Promising Young Woman e soprattutto Saltburn, era facile immaginare un’altra operazione costruita sull’eccesso, sulla provocazione e su un’estetica destinata a prevalere sul racconto. Anche la campagna promozionale sembrava spingere in quella direzione, insistendo più sulla sensualità di Margot Robbie e Jacob Elordi che sulla tragedia immaginata da Emily Brontë.

Una volta entrati in sala, però, il film sorprende. Non perché rinneghi completamente il cinema di Emerald Fennell, ma perché riesce a trovare un equilibrio più convincente tra forma e sostanza. Cime tempestose rimane un adattamento personale e divisivo, ma è molto meno “gridato” di quanto il marketing avesse lasciato immaginare. La critica internazionale si è infatti spaccata: c’è chi lo considera un’opera eccessivamente stilizzata e chi, al contrario, ne ha apprezzato il coraggio nel rileggere il romanzo senza timore di allontanarsene.

Un adattamento che sceglie una strada personale

Chi cerca una trasposizione fedele del romanzo di Emily Brontë probabilmente resterà spiazzato. Emerald Fennell non è interessata alla ricostruzione filologica. Preferisce utilizzare il materiale originale per raccontare il desiderio, la dipendenza emotiva e l’autodistruzione.

La regista modifica, sintetizza e accentua molti elementi del romanzo. Alcune scelte potranno far discutere i lettori più affezionati. Tuttavia il film mantiene una propria coerenza interna. È evidente che Fennell abbia un’idea precisa del mondo che vuole costruire e la porta avanti senza compromessi. È proprio questo approccio ad aver diviso maggiormente la critica internazionale.

Molto meno eccessivo di quanto lasciasse immaginare la promozione

La sorpresa più grande riguarda proprio il tono del film.

I trailer e il materiale promozionale lasciavano immaginare un’opera quasi caricaturale, costruita soltanto sull’erotismo e sulla provocazione visiva. In realtà Cime tempestose è molto più controllato. Rimane intenso. Rimane passionale. Ma evita quasi sempre di trasformare l’eccesso nel proprio unico linguaggio.

Questo non significa che il film rinunci completamente alla cifra stilistica della regista. Alcune sequenze insistono forse più del necessario sull’estetica e sul simbolismo. A tratti emerge una certa ridondanza narrativa. Tuttavia l’equilibrio complessivo funziona molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi.

Jacob Elordi e Margot Robbie sostengono il peso del racconto

Jacob Elordi continua a confermare una crescita interpretativa sempre più evidente. Il suo Heathcliff è trattenuto, rabbioso e vulnerabile nello stesso momento. Evita l’eccesso melodrammatico e costruisce un personaggio dominato da una tensione costante.

Margot Robbie offre una Catherine intensa e tormentata. Non cerca mai la semplice eleganza romantica. Il suo personaggio vive continuamente in equilibrio tra desiderio, paura e autodistruzione. La chimica tra i due protagonisti rappresenta uno degli aspetti più riusciti del film ed è stata sottolineata anche da gran parte della stampa internazionale.

Fotografia, costumi e scenografie sono di altissimo livello

Dal punto di vista tecnico il film raggiunge risultati notevoli.

La fotografia costruisce un paesaggio che diventa parte integrante del racconto. Le brughiere non rappresentano soltanto uno sfondo. Diventano uno spazio emotivo nel quale si riflettono continuamente gli stati d’animo dei protagonisti.

Anche scenografie e costumi contribuiscono a definire un’identità visiva molto forte. Ogni ambiente comunica isolamento, desiderio e decadenza senza bisogno di sottolineature. È uno degli aspetti che mette d’accordo quasi tutta la critica, anche quella meno favorevole al film.

Il coinvolgimento supera alcuni limiti della narrazione

Non tutto funziona allo stesso modo.

Alcuni passaggi risultano ripetitivi. In determinate sequenze il film sembra soffermarsi troppo a lungo sugli stessi concetti emotivi, rallentando il ritmo del racconto. La sensazione di ridondanza emerge soprattutto nella parte centrale.

Nonostante questo, l’attenzione dello spettatore difficilmente viene meno. Emerald Fennell possiede una qualità ormai riconoscibile. Riesce sempre a costruire immagini che invitano a rimanere dentro la scena. Anche quando la narrazione rallenta, la regia continua a mantenere vivo l’interesse.

Probabilmente non sarà la trasposizione definitiva del romanzo

Ogni generazione sembra avere la propria versione di Cime tempestose. È difficile immaginare che quella di Emerald Fennell diventi il riferimento assoluto per il futuro.

Il film non possiede forse quella forza destinata a lasciare un’impronta definitiva nell’immaginario collettivo. Rimane però una trasposizione solida, coerente e molto più riuscita di quanto molti temessero prima dell’uscita.

Cime tempestose convince proprio perché evita di essere il film che tutti si aspettavano

La sorpresa più bella di Cime tempestose nasce da un semplice paradosso. Ci si preparava a un’opera eccessiva, quasi kitsch, costruita soltanto per provocare. Emerald Fennell realizza invece un film molto più misurato, capace di trovare un equilibrio tra il proprio stile autoriale e il rispetto della materia narrativa.

Non tutto convince fino in fondo. Alcuni momenti insistono oltre il necessario sugli stessi registri emotivi e il film probabilmente non entrerà tra le trasposizioni più memorabili del romanzo di Emily Brontë. Rimane però un’opera elegante, coinvolgente e tecnicamente eccellente.

Più che un nuovo capolavoro, Cime tempestose rappresenta forse la dimostrazione più interessante della maturazione di Emerald Fennell. Una regista che continua a dividere il pubblico, ma che questa volta sorprende soprattutto perché sceglie di trattenersi invece di esagerare.

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