In Cena di classe Francesco Mandelli racconta una generazione arrivata all’età adulta con molte promesse alle spalle e poche certezze davanti, trasformando una rimpatriata tra ex compagni in una commedia malinconica sui Millennials

Diciassette anni dopo, la domanda è una sola: cosa siamo diventati?

C’è qualcosa di inevitabilmente crudele nelle cene di classe. Non importa quanto tempo sia trascorso. Prima o poi arriva sempre il confronto tra ciò che immaginavamo di diventare e ciò che siamo diventati davvero. Cena di classe parte esattamente da questa distanza e Francesco Mandelli trova nella commedia il linguaggio più naturale per raccontarla.

Sono trascorsi diciassette anni dalla maturità quando gli ex studenti della 5D tornano a incontrarsi. L’occasione, però, non è una festa. È il funerale di Pozzi, interpretato dallo stesso Mandelli, il compagno che durante gli anni del liceo seguiva gli amici con una videocamera. Davanti al suo obiettivo quei ragazzi raccontavano il futuro con la sicurezza che appartiene quasi esclusivamente ai diciottenni. Avrebbero fatto qualcosa di importante. Avrebbero trovato il proprio posto. In qualche modo, avrebbero cambiato il mondo.

Quel mondo, invece, è andato avanti senza chiedere loro il permesso.

La cena successiva al funerale riporta insieme persone che hanno preso direzioni differenti. Riappaiono vecchie relazioni, amicizie, fallimenti, rancori e possibilità mai concretizzate. Poi l’alcol, i ricordi e il ritrovamento delle vecchie registrazioni conducono il gruppo verso la scuola che aveva frequentato. Tornare fisicamente nel luogo nel quale tutto sembrava ancora possibile significa però affrontare una domanda molto meno divertente: quanto è rimasto di quei ragazzi?

Una generazione ponte che non è arrivata dall’altra parte

Il soggetto nasce dall’omonima canzone dei Pinguini Tattici Nucleari e sarebbe stato semplicissimo trasformarlo in un esercizio di nostalgia. Mandelli evita almeno in parte questa trappola. Il passato non viene raccontato come un paradiso perduto. Diventa piuttosto un termine di paragone.

I protagonisti appartengono alla generazione dei Millennials. Sono abbastanza vecchi da ricordare un mondo senza smartphone, ma abbastanza giovani da aver costruito la propria vita adulta dentro la rivoluzione digitale. Hanno conosciuto le videocassette, i primi cellulari, le occupazioni scolastiche e un’adolescenza ancora largamente analogica. Poi sono entrati nell’età adulta durante crisi economiche, precarietà lavorativa e trasformazioni sociali velocissime.

Cena di classe trova qui la propria intuizione migliore. Non racconta semplicemente persone che rimpiangono quando avevano diciotto anni. Racconta uomini e donne cresciuti con l’idea che il futuro sarebbe stato necessariamente migliore del presente. Una promessa che, per molti, non si è realizzata.

I loro genitori potevano immaginare una progressione abbastanza lineare. Studio, lavoro, casa, famiglia, stabilità. I protagonisti hanno ricevuto quella stessa aspettativa, ma sono diventati adulti quando le condizioni necessarie per realizzarla stavano scomparendo. Da qui nasce l’amarezza che attraversa la commedia.

Il funerale di un amico diventa quello delle vecchie aspettative

La morte di Pozzi non funziona soltanto come espediente necessario per riunire il gruppo. La sua videocamera conserva una specie di archivio delle promesse fatte da quei ragazzi a sé stessi.

Guardare quelle immagini significa confrontarsi con testimoni molto scomodi: le proprie versioni più giovani.

Un diciottenne può permettersi di dichiarare ciò che farà della propria vita. Un adulto deve fare i conti con ciò che è riuscito realmente a fare. Tra queste due immagini si inseriscono fallimenti, compromessi e semplicemente la vita. Mandelli costruisce gran parte della componente malinconica proprio su questa distanza.

Non tutti hanno fallito. Sarebbe troppo semplice. Piuttosto, quasi nessuno è diventato esattamente ciò che immaginava.

Il film comprende anche che crescere non significa necessariamente tradire i propri sogni. Talvolta significa scoprire che quei sogni erano ingenui. Altre volte vuol dire rendersi conto che il mondo non offriva davvero le possibilità che sembrava promettere. In altri casi ancora, bisogna semplicemente accettare di essere cambiati.

La vecchia scuola diventa allora qualcosa di più di uno scenario. È un luogo rimasto fermo mentre loro continuavano a vivere.

Mandelli trova un buon equilibrio tra malinconia e commedia

Il rischio di una storia simile è evidente. Basta pochissimo per trasformare il disagio generazionale in una raccolta di lamentele. Cena di classe arriva qualche volta vicino a quel limite, ma possiede un vantaggio importante: Francesco Mandelli conosce bene il linguaggio della commedia.

Il regista non abbandona quindi la componente più assurda e sgangherata del proprio cinema. La notte degli ex compagni degenera progressivamente. Entrare clandestinamente nella vecchia scuola apre la strada a situazioni sempre più fuori controllo, mentre il racconto passa dalla rimpatriata a qualcosa che sfiora per momenti la commedia allucinata.

I riferimenti sono riconoscibili. Il grande freddo rappresenta inevitabilmente il modello della reunion generazionale successiva a un funerale. Altrove emerge qualcosa di Compagni di scuola. Quando la notte comincia invece a precipitare nell’assurdo, il film guarda alla struttura di Una notte da leoni. Sono parentele che anche la critica ha individuato, ma Mandelli prova comunque a riportarle dentro un contesto profondamente italiano.

Proprio questa alternanza impedisce alla malinconia di soffocare il racconto. Una confessione può essere seguita da una gag. Un momento apparentemente demenziale può lasciare spazio a qualcosa di più doloroso. Non tutto possiede la stessa precisione, ma il tono generale rimane sorprendentemente coerente.

Un cast corale che funziona perché nessuno deve diventare protagonista assoluto

Andrea Pisani, Roberto Lipari, Nicola Nocella, Beatrice Arnera, Herbert Ballerina, Giulia Vecchio, Francesco Russo, Annandrea Vitrano e Giovanni Esposito compongono il nucleo principale della rimpatriata. La scelta più intelligente consiste nel non trasformare davvero nessuno di loro nel protagonista assoluto.

Il personaggio principale è il gruppo.

Ognuno porta con sé una diversa declinazione dell’età adulta. C’è chi ha ottenuto qualcosa e continua comunque a sentirsi incompleto. Altri hanno imparato a mascherare l’insoddisfazione. Qualcuno conserva ancora una parte dell’adolescente che era. Altri sembrano aver fatto di tutto per dimenticarlo.

Beatrice Arnera possiede alcuni dei momenti più esplicitamente generazionali del film. Nicola Nocella e Herbert Ballerina lavorano invece molto bene sul versante comico. Roberto Lipari e Andrea Pisani, coinvolti anche nella scrittura, contribuiscono a mantenere quella sensazione di dialogo tra persone che possiedono davvero un passato comune.

La coralità permette inoltre a Mandelli di evitare almeno in parte il personaggio-simbolo. Nessuno deve rappresentare da solo tutti i Millennials. È la somma delle loro esperienze a costruire il ritratto generazionale.

Quando il film spiega troppo ciò che aveva già raccontato bene

Il limite principale di Cena di classe emerge proprio quando smette di fidarsi dei propri personaggi.

La critica si è divisa nettamente su questo punto. Alcune letture hanno visto nel film un manifesto millennial sorprendentemente preciso. Altre hanno sottolineato una retorica eccessiva e una certa tendenza a restare sulla superficie dei problemi evocati.

Entrambe le impressioni hanno un fondamento.

Mandelli riesce a raccontare molto bene una generazione quando utilizza le situazioni. Una vecchia registrazione, un lavoro diverso da quello immaginato, una relazione fallita o semplicemente uno sguardo dentro un’aula sono sufficienti a comunicare la distanza tra adolescenza e maturità.

Quando invece i personaggi devono verbalizzare direttamente il significato generazionale della propria condizione, il film diventa meno sottile. Alcuni dialoghi sembrano voler assicurarsi che il messaggio sia arrivato. Non sempre sarebbe necessario.

La precarietà economica e lavorativa, inoltre, avrebbe meritato forse uno sguardo ancora più profondo. Il film individua perfettamente il problema, ma qualche volta preferisce trasformarlo in dichiarazione invece di mostrarne fino in fondo le conseguenze.

Non compromette il risultato. Tuttavia impedisce a Cena di classe di diventare qualcosa di ancora più incisivo.

La nostalgia funziona quando smette di essere nostalgia

La cosa migliore che Cena di classe dice sul passato è che non possiamo tornarci.

L’occupazione della scuola non riporta realmente i protagonisti al liceo. Bere insieme non li rende nuovamente diciottenni. Rivedere le vecchie registrazioni non permette di recuperare le possibilità perdute.

Il passato può però servire a comprendere il presente.

È questa la differenza tra nostalgia e memoria che Mandelli riesce a cogliere nei momenti migliori. La nostalgia vorrebbe ricostruire ciò che non esiste più. La memoria permette invece di osservare la persona che eravamo per capire qualcosa di quella che siamo diventati.

Per questo la videocamera di Pozzi assume progressivamente un significato importante. Quelle immagini non certificano semplicemente che un tempo i protagonisti erano più giovani e felici. Conservano le aspettative con cui erano entrati nella vita adulta.

Il confronto può essere doloroso. Eppure non conduce necessariamente a una sconfitta.

Essere diventati qualcosa di diverso da ciò che avevamo previsto non significa automaticamente aver fallito.

Cena di classe racconta bene una generazione che continua a sentirsi in ritardo

Cena di classe è probabilmente uno dei film più maturi di Francesco Mandelli. Conserva la sua inclinazione per la comicità assurda, ma la utilizza dentro un racconto più amaro. Dietro le gag rimane continuamente la sensazione di persone arrivate a un’età nella quale dovrebbero teoricamente aver capito tutto e che invece continuano a cercare il proprio posto.

Il film funziona soprattutto quando osserva questa fragilità senza giudicarla. I protagonisti possono essere ridicoli, immaturi e perfino irresponsabili. Rimangono però persone alle quali era stata raccontata una determinata idea di futuro.

Quel futuro non è arrivato.

La loro notte insieme non può risolvere la precarietà, recuperare le occasioni perdute o restituire gli anni trascorsi. Può però ricordare loro qualcosa che l’età adulta tende facilmente a cancellare: prima delle aspettative degli altri, dei fallimenti e dei compromessi, esisteva una versione di loro capace di immaginare liberamente ciò che sarebbe venuto dopo.

Forse Cena di classe insiste qualche volta troppo su questo concetto. Forse avrebbe potuto fidarsi maggiormente delle immagini e meno delle dichiarazioni. Eppure la sincerità rimane.

Mandelli non realizza Il grande freddo dei Millennials. Sarebbe un paragone eccessivo e persino ingiusto nei confronti del film. Costruisce qualcosa di più piccolo e vicino alla propria sensibilità. Una commedia italiana capace di ridere di una generazione senza limitarsi a prenderla in giro.

Perché la domanda che attraversa tutta la storia non riguarda soltanto loro.

Che cosa direbbe il diciottenne che eravamo vedendo la persona che siamo diventati?

Probabilmente avrebbe qualcosa da rimproverarci. Ma forse, prima di giudicare, dovrebbe anche sapere che il mondo nel quale siamo diventati adulti non era esattamente quello che gli avevano promesso.

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