Tom Gormican trasforma il cult del 1997 in una commedia metacinematografica su remake, reboot, sogni mai realizzati e amore per il cinema e per chi continua ostinatamente a volerlo fare
Anaconda rifà Anaconda, ma non è davvero un remake
La prima intuizione riuscita del nuovo Anaconda consiste nel non fingere che il film del 1997 non sia mai esistito. Nell’universo costruito da Tom Gormican, l’Anaconda con Jennifer Lopez, Ice Cube e Jon Voight è esattamente ciò che è anche nel nostro. Un film diventato nel tempo un piccolo cult, ricordato con un affetto probabilmente superiore a quello che accompagnò la sua uscita nelle sale.
Doug McCallister e Ronald Griffen Jr., interpretati rispettivamente da Jack Black e Paul Rudd, lo adorano. Sono amici dall’infanzia e sono cresciuti facendo piccoli film insieme. Quel vecchio creature feature rappresenta per loro qualcosa che va oltre la qualità dell’opera originale. È uno dei film che hanno contribuito a farli innamorare del cinema.
Griff ha inseguito quel sogno diventando attore, senza però raggiungere il successo immaginato. Doug è rimasto a Buffalo e lavora come videomaker di matrimoni. Continua tuttavia a considerarsi, almeno interiormente, un autore. Quando arriva la possibilità di realizzare una nuova versione di Anaconda, i due decidono che potrebbe essere l’ultima occasione per fare davvero il film che sognavano da ragazzi.
Il meccanismo metacinematografico è evidente. Hollywood continua a recuperare proprietà intellettuali del passato perché possiedono un nome riconoscibile. Gormican parte proprio da questa ossessione e la trasforma nella premessa della storia. Anaconda prende in giro l’idea stessa di un nuovo Anaconda mentre, contemporaneamente, ne realizza uno.
Remake, reboot, reimagining: basta che sia cinema
Il film si diverte parecchio con il vocabolario dell’industria contemporanea. Remake, reboot, reimagining, spiritual sequel. Doug e Griff cercano la definizione corretta per ciò che stanno facendo, come se cambiare parola potesse rendere improvvisamente più nobile l’idea di riprendere un vecchio titolo e utilizzarlo ancora una volta.
La battuta funziona perché dietro l’ironia esiste una contraddizione interessante. Anaconda prende in giro la nostalgia industriale, ma è esso stesso un prodotto costruito sulla nostalgia. Critica la dipendenza dalle proprietà intellettuali mentre utilizza precisamente una proprietà intellettuale per arrivare nelle sale.
Gormican non tenta nemmeno di nasconderlo. È la stessa strada metacinematografica già esplorata con Il talento di Mr. C, dove Nicolas Cage interpretava una versione di Nicolas Cage. Stavolta il gioco riguarda il cinema stesso e la necessità apparentemente infinita di rifare ciò che già conosciamo.
Eppure Doug e Griff non vogliono realizzare Anaconda perché qualcuno ha elaborato una strategia commerciale. Vogliono farlo perché amano quel film. È una distinzione semplice, ma fondamentale. Il loro progetto nasce dallo stesso impulso che spingeva da bambini a prendere una videocamera e imitare ciò che si era visto sul grande schermo.
La satira sul reboot finisce quindi per convivere con una dichiarazione d’amore verso il cinema che quei reboot continua a produrli.
Jack Black dirige matrimoni come fossero film d’azione
Doug è forse il personaggio nel quale questa idea emerge meglio. Non è diventato il regista che immaginava. Filma matrimoni. Potrebbe essere il simbolo della sconfitta definitiva delle sue aspirazioni artistiche, ma il film trova qualcosa di molto più tenero e divertente da raccontare.
Doug continua infatti a fare cinema anche quando nessuno glielo ha chiesto.
Un matrimonio non può essere semplicemente un matrimonio. Nelle sue mani deve acquistare tensione, suspense, montaggio, ritmo e spettacolo. Il video degli sposi diventa quasi un thriller. Una cerimonia può assumere le proporzioni di un action movie. Doug trasferisce dentro un mestiere ordinario tutto ciò che avrebbe voluto fare su un set.
Jack Black potrebbe facilmente trasformarlo nell’ennesimo personaggio sopra le righe della propria carriera. Invece lascia emergere anche una malinconia piuttosto sincera. Doug sa perfettamente che la sua vita non è andata come aveva immaginato. Non ha però smesso di guardare il mondo attraverso il cinema.
È uno degli aspetti più belli del film. La passione non viene misurata attraverso il successo. Doug non diventa meno cineasta perché gira matrimoni invece di blockbuster. Continua a cercare un’inquadratura, costruire un montaggio e immaginare una scena. Il suo cinema esiste comunque, anche quando viene proiettato soltanto durante il ricevimento di due sposi.
Paul Rudd e il sogno di diventare finalmente protagonista
Griff rappresenta l’altra faccia dello stesso fallimento. È partito per Hollywood e qualcosa è riuscito effettivamente a fare. Tuttavia, non è diventato l’attore che immaginava. Ha continuato a orbitare attorno all’industria senza riuscire a conquistarne il centro.
Paul Rudd gioca molto bene con questa condizione. Griff possiede ancora il desiderio di essere protagonista e, appena si presenta l’occasione di girare Anaconda, ritrova quell’entusiasmo infantile che la vita adulta aveva progressivamente ridimensionato.
I due personaggi funzionano perché non sono soltanto aspiranti artisti falliti messi lì per essere derisi. Gormican scherza continuamente sulle loro ambizioni, ma non le considera ridicole. Dietro l’improvvisazione, il budget inesistente e le idee improbabili rimane qualcosa di autentico.
Doug vuole dirigere. Griff vuole recitare.
Sono diventati adulti senza smettere completamente di essere quei ragazzini che facevano film insieme. Rifare Anaconda significa concedersi la possibilità, forse per l’ultima volta, di scoprire se quel sogno fosse davvero impossibile oppure semplicemente rimandato troppo a lungo.
L’amore per il cinema può nascere anche da un blockbuster
Qui il film trova una sincerità che vale più di molte delle sue battute. Non tutti si innamorano del cinema guardando Bergman, Fellini, Kurosawa o Tarkovskij. Qualcuno scopre di voler fare film guardando un gigantesco serpente che insegue Jennifer Lopez e Ice Cube nella giungla.
E non c’è niente di male.
La cinefilia raccontata da Anaconda non stabilisce gerarchie. Il film del 1997 non viene recuperato per sostenere retroattivamente che fosse un capolavoro incompreso. Era un blockbuster, un creature feature e un prodotto profondamente legato alla propria epoca. Proprio per questo può avere accompagnato l’infanzia di qualcuno e aver contribuito alla nascita di una passione.
Il cinema popolare possiede anche questa funzione. Un film può essere imperfetto e diventare fondamentale nella vita di chi lo guarda. Può divertire uno spettatore e convincerne un altro a prendere una videocamera. Il valore affettivo non coincide necessariamente con quello critico.
Gormican sembra comprenderlo molto bene. La sua ironia non diventa mai disprezzo verso il modello originale. Il vecchio Anaconda viene citato, imitato e preso in giro, ma soprattutto ricordato con affetto.
I “temi”, perché anche un serpente gigante deve averne
Uno dei giochi più divertenti riguarda l’ossessione di Doug e Griff per i temi. Non basta girare un film nel quale un’anaconda gigantesca tenta di mangiare delle persone. Serve profondità. Occorre trovare qualcosa da dire. Bisogna stabilire quale grande questione umana si nasconda dietro il serpente.
I temi.
La parola ritorna fino a diventare una gag. Il film prende apertamente in giro quella necessità di rivestire l’intrattenimento di significati dichiarati, come se un action movie dovesse continuamente giustificare il proprio desiderio di essere semplicemente divertente. La battuta funziona ancora meglio perché Anaconda, naturalmente, qualche tema finisce davvero per averlo.
Parla di amicizia, fallimento, mezza età e aspirazioni abbandonate. Racconta persone costrette a confrontarsi con ciò che immaginavano di diventare e con ciò che sono effettivamente diventate. Soprattutto, parla del diritto di continuare a provare qualcosa anche quando il momento nel quale avremmo dovuto farlo sembra ormai passato.
Gormican inserisce quindi la profondità mentre la prende in giro. Non pretende però che essa trasformi improvvisamente Anaconda in qualcosa di diverso. Rimane un film con un enorme serpente. E va benissimo così.
Daniela Melchior è un personaggio che esiste perché il film ne ha bisogno
Ana, interpretata da Daniela Melchior, appartiene invece quasi consapevolmente alla meccanica narrativa. Arriva nella storia perché Anaconda ha bisogno di qualcuno capace di spostare l’intreccio in una direzione differente. È misteriosa, competente e sufficientemente ambigua da farci dubitare delle sue intenzioni.
Per buona parte del film non è semplice capire quale posizione occupi. Potrebbe essere un’alleata. Potrebbe nascondere qualcosa. Potrebbe persino diventare una minaccia più concreta delle anaconde che circondano i protagonisti.
Questa opacità non funziona sempre. Proprio il sottotesto criminale collegato ad Ana e ai cercatori d’oro è stato uno degli elementi maggiormente criticati dalla stampa internazionale.
Eppure c’è qualcosa di quasi coerente nella sua artificiosità. Ana è un personaggio filmico nel senso più evidente del termine. Serve una guida? Arriva. Serve qualcuno che sappia come muoversi? Lo sa. Occorre introdurre un nuovo pericolo? Il suo passato permette di farlo.
Non è necessariamente buona scrittura. Tuttavia, dentro un film che passa il tempo a smontare i meccanismi della scrittura commerciale, quella funzione finisce quasi per diventare un’altra battuta.
Quando il film che stanno girando diventa il film che stiamo guardando
La trovata più riuscita rimane comunque il progressivo collasso tra i due livelli narrativi. Doug, Griff e gli altri partono per realizzare un film su un’anaconda. Poi incontrano un’anaconda vera.
Da quel momento il cinema che stavano cercando di costruire comincia ad accadere realmente.
Serviva pericolo? Arriva. Servivano antagonisti? Eccoli. Occorreva alzare la posta? La posta diventa improvvisamente la sopravvivenza. I protagonisti discutono delle regole necessarie a costruire un action movie e finiscono intrappolati dentro quelle stesse regole.
Gormican può quindi giocare con i cliché senza limitarsi a citarli. Ogni passaggio può essere contemporaneamente una situazione narrativa e un commento sulla maniera in cui quella situazione viene normalmente costruita al cinema.
Non sempre il meccanismo possiede la stessa precisione. Quando Anaconda abbandona maggiormente la commedia metacinematografica per trasformarsi in un action tradizionale, perde una parte della propria personalità. Fortunatamente, Jack Black e Paul Rudd continuano a ricordarci quale film stiamo guardando.
Un’anaconda digitale contro il cinema fatto con quello che si trova
C’è inoltre un contrasto curioso tra la natura artigianale del progetto dei protagonisti e quella inevitabilmente industriale del film che li contiene. Doug e Griff vogliono fare cinema con pochi soldi. Improvvisano, recuperano mezzi, coinvolgono gli amici e cercano continuamente soluzioni.
Il vero Anaconda è invece una produzione Sony costruita attorno a due star e a una creatura digitale.
La contraddizione potrebbe distruggere il discorso. Stranamente lo rende ancora più interessante. Il cinema artigianale celebrato dal film non riguarda necessariamente il mezzo utilizzato. Riguarda l’atteggiamento di chi vuole creare qualcosa anche quando non possiede ciò che considera necessario per farlo.
Doug utilizza quello che ha.
Lo faceva ai matrimoni e continua a farlo nella giungla. Un regista può avere cento milioni di dollari oppure una videocamera. In entrambi i casi deve affrontare lo stesso problema fondamentale: trovare un modo per trasformare ciò che immagina in qualcosa che possa essere visto da un’altra persona.
È forse una lettura persino troppo generosa per un film che vuole principalmente far ridere e mostrare serpenti giganti. Ma proprio Anaconda ci prenderebbe in giro per aver cercato a tutti i costi un tema. Quindi possiamo permettercelo.
Paul Rudd e Jack Black sanno perfettamente che film stanno facendo
Buona parte dell’operazione funziona perché nessuno chiede ai due protagonisti di comportarsi come se fossero dentro un film più importante.
Paul Rudd utilizza la propria capacità di oscillare tra fascino e assoluta stupidità. Griff vuole sembrare un attore capace di reggere il centro dell’inquadratura, ma proprio il tentativo di apparire cinematografico produce alcuni dei momenti più divertenti.
Jack Black lavora invece su un registro stranamente più contenuto rispetto ad altre sue interpretazioni. Doug può naturalmente esplodere nell’entusiasmo che conosciamo, ma sotto la superficie rimane un uomo che tiene realmente a ciò che sta facendo.
La loro amicizia permette al film di sopravvivere anche quando la sceneggiatura perde qualche colpo. È difficile non divertirsi vedendoli discutere con serietà assoluta della loro improbabile produzione mentre tutto attorno comincia a trasformarsi nel genere di film che avrebbero voluto realizzare.
Intrattenimento puro, e non serve chiedergli scusa
Anaconda non è un film particolarmente raffinato. Alcune svolte narrative sono prevedibili, il sottotesto criminale funziona molto meno della componente metacinematografica e non tutte le gag hanno la stessa efficacia. Quando cerca autentica suspense, inoltre, Gormican dimostra di trovarsi molto più a proprio agio con la commedia.
Ma non è necessario trasformare ogni limite in una condanna.
Il film possiede una qualità che molti prodotti costruiti attorno alla nostalgia dimenticano: si diverte realmente con ciò che sta recuperando. Non sembra interessato a convincerci dell’importanza culturale di Anaconda. Non vuole trasformare un creature feature degli anni Novanta in una mitologia solenne.
Vuole giocarci.
Dentro quel gioco trova spazio per parlare di cinema, amicizia e sogni accantonati. Poi arrivano l’anaconda, l’action, le morti, gli inseguimenti e tutta quella materia da blockbuster che Doug e Griff hanno sempre amato.
È intrattenimento puro. Non c’è niente di cui vergognarsi.
Anaconda: a volte basta un film per voler fare cinema
Forse è proprio questo il piccolo miracolo del nuovo Anaconda. Un’operazione che sulla carta possiede tutte le caratteristiche del prodotto hollywoodiano più pigro possibile riesce a trasformare la propria stessa inutilità industriale in una battuta.
Nessuno aveva davvero bisogno di rifare Anaconda.
Doug e Griff, però, sì.
Ne avevano bisogno perché quel film apparteneva alla loro infanzia. Avevano bisogno di tornare a essere i ragazzi che prendevano una videocamera e provavano a riprodurre ciò che avevano visto sullo schermo. Griff voleva diventare un attore. Doug voleva essere un regista. La vita ha portato entrambi da un’altra parte, senza riuscire a spegnere completamente quel desiderio.
Ed è proprio qui che Tom Gormican trova qualcosa di sorprendentemente sincero. L’amore per il cinema non nasce soltanto davanti ai capolavori. Può nascere davanti a un blockbuster, a un B-movie, a un gigantesco serpente digitale o a un film che la critica ha massacrato e che qualcuno ha invece consumato fino a impararlo a memoria.
Un film non deve necessariamente cambiare la storia del cinema per cambiare la storia di chi lo guarda.
Il nuovo Anaconda lo sa. Ride dei remake mentre ne realizza uno, scherza sui reboot mentre utilizza un vecchio marchio e pretende di cercare disperatamente dei “temi” mentre il suo tema più bello è sempre stato lì, davanti alla macchina da presa.
Fare cinema perché, molto semplicemente, si ama il cinema.
E se per ricordarcelo servivano Jack Black, Paul Rudd e un’anaconda gigantesca, poteva decisamente andarci peggio.


