David Robert Mitchell sradica una strada americana dal 1982 e la scaraventa nella preistoria in un’avventura fantascientifica tra dinosauri e wormhole
Dietro le finestre di Oak Street qualcosa si è già spezzato
Le finestre delle case affacciate sui cortili mostrano un mondo sereno. La fine di Oak Street comincia osservando quella tranquillità con sufficiente insistenza da farci capire che qualcosa non torna. David Robert Mitchell conosce molto bene la periferia americana e soprattutto conosce l’inquietudine che può nascondersi dietro la sua apparente normalità. Lo aveva già dimostrato in It Follows. Qui cambia completamente genere e dimensioni, ma conserva lo stesso sospetto verso ciò che sembra familiare.
Denise Platt, interpretata da Anne Hathaway, parla con il proprio editor. La conversazione appartiene ancora alla normalità, eppure contiene già il presagio di un cambiamento. Qualcosa nella vita che conosciamo sta per essere modificato. Non servono ancora dinosauri, portali o fenomeni cosmici. La prima frattura esiste dentro la famiglia.
Il matrimonio tra Denise e Greg, interpretato da Ewan McGregor, mostra infatti delle crepe. Aspirazioni personali, difficoltà economiche e una relazione che ha perduto parte della propria energia incrinano il quadretto suburbano. Mitchell costruisce così un’apparente contraddizione. Tutto sembra essere al proprio posto, ma nessuno sembra davvero trovarsi nel posto giusto.
Prima ancora che Oak Street venga spostata, quindi, sono i Platt a essersi persi.
Siamo negli anni Ottanta, ma Mitchell non ha fretta di dircelo
Anche la collocazione temporale viene costruita progressivamente. Mitchell non apre il film urlando immediatamente allo spettatore che siamo negli anni Ottanta. Lascia piuttosto che siano gli oggetti, le conversazioni e la cultura popolare a definire il periodo.
Cominciano ad affiorare riferimenti agli anni Settanta e Ottanta. Arrivano MTV, Love Boat, le Polaroid e tutto quel sistema di oggetti e immagini attraverso il quale un’epoca diventa riconoscibile. Poi compaiono i ragazzi, le piccole gang rivali e quella concezione dell’infanzia suburbana che il cinema americano ha trasformato in un vero immaginario.
La data precisa è il 1982. La scelta diventa importante perché Mitchell non utilizza il periodo soltanto come confezione nostalgica. Gli anni Ottanta rappresentano un tempo cinematografico prima ancora che storico. Sono il territorio di Spielberg, dei ragazzini in bicicletta, della periferia trasformata in luogo dell’impossibile e della fantascienza capace di entrare dalla porta di casa.
Naturalmente oggi questo immaginario porta inevitabilmente con sé anche Stranger Things, The Twilight Zone e naturalmente Jurassic Park. Mitchell, però, non si limita a riprodurre quelle suggestioni. Le utilizza per costruire qualcosa di progressivamente più strano.
Prima viene sradicata una pianta, poi un’intera strada
Tra i piccoli segnali disseminati nella prima parte ce n’è uno particolarmente significativo. Una pianta viene sradicata. È un’immagine semplice. Alla luce di ciò che accadrà dopo, diventa quasi una dichiarazione programmatica.
Perché poco dopo sarà Oak Street stessa a essere sradicata. Non metaforicamente. Un misterioso evento cosmico strappa letteralmente la strada dal luogo e dal tempo ai quali appartiene, trasportando case, abitanti e porzioni della quotidianità in un mondo che non dovrebbe poter entrare in contatto con il loro.
Mitchell trasforma così un concetto astratto in qualcosa di estremamente concreto. Non manda semplicemente i protagonisti nel passato. Porta con loro la casa.
È una differenza fondamentale. In un tradizionale racconto di viaggio temporale sono i personaggi ad attraversare il tempo. Qui un frammento della civiltà viene reciso dal proprio presente e depositato altrove. Le villette rimangono villette. Le strade conservano la propria forma. I salotti esistono ancora. Soltanto che oltre il confine di quel piccolo mondo domestico non c’è più l’America suburbana, c’è la preistoria.
Oak Street è diventata un’isola nel tempo
Da questo momento La fine di Oak Street trova la propria immagine più affascinante. La strada diventa una specie di isola temporale. Un pezzo del 1982 continua a esistere all’interno di un’epoca alla quale non appartiene.
È qui che la fantascienza del film diventa più interessante della semplice presenza dei dinosauri.
La questione non è soltanto capire dove siano finiti i Platt. Bisogna comprendere quando siano finiti. Spazio e tempo cessano progressivamente di essere coordinate indipendenti. Oak Street è stata attraversata, inghiottita o trasportata da qualcosa che assomiglia a un portale, un’anomalia cosmica, un wormhole capace di mettere in comunicazione punti temporalmente incompatibili.
La spiegazione scientifica, naturalmente, conta fino a un certo punto. Mitchell è molto più interessato alle conseguenze cinematografiche dell’idea. Il prato davanti casa può confinare con la preistoria. Un oggetto quotidiano può diventare un reperto fuori dal proprio tempo. La sicurezza della porta d’ingresso perde improvvisamente ogni significato.
La casa rimane esattamente dove si trovava. È l’universo attorno ad aver cambiato le proprie coordinate.
I dinosauri arrivano dopo, ed è una scelta intelligente
Per questo il film fa bene a non avere fretta. Le creature preistoriche rappresentano certamente la componente spettacolare dell’operazione, ma Mitchell prepara prima il terreno. Quando arrivano, sappiamo già che qualcosa di molto più grande di un semplice monster movie sta accadendo.
La presenza dei dinosauri modifica inevitabilmente il registro. La fine di Oak Street comincia come un dramma suburbano attraversato da segnali inquietanti, diventa fantascienza e progressivamente assume le caratteristiche di un survival. Il quartiere familiare si trasforma in un luogo ostile. Sopravvivere significa imparare a utilizzare diversamente spazi progettati per una vita completamente differente.
Qui il confronto con Spielberg diventa inevitabile. Non soltanto Jurassic Park, ma quella particolare capacità del cinema americano degli anni Ottanta di far irrompere lo straordinario dentro una quotidianità riconoscibile. Mitchell conosce quella grammatica e decide di utilizzarla senza nasconderla.
Tuttavia, il regista di It Follows conserva qualcosa di proprio. Dietro lo spettacolo rimane sempre un’inquietudine. I dinosauri possono essere visti. Il fenomeno che ha trascinato Oak Street attraverso il tempo, invece, è molto più difficile da comprendere.
Ed è proprio ciò che non vediamo a risultare più affascinante.
David Robert Mitchell guarda anche chi sta ascoltando
Sul piano registico La fine di Oak Street conferma inoltre l’attenzione di Mitchell per l’inquadratura. Persino nei momenti apparentemente più ordinari compaiono composizioni particolari e punti di vista che impediscono al dialogo di ridursi al semplice campo e controcampo.
Interessante è soprattutto l’utilizzo dei piani d’ascolto. Mitchell avvicina spesso la macchina da presa a chi riceve una frase, trasformando la reazione in un primo piano. Non gli interessa soltanto chi possiede la battuta. Gli interessa osservare ciò che quella battuta produce nell’altra persona.
È una scelta particolarmente adatta a una storia familiare.
Prima dell’evento cosmico, il film deve infatti convincerci che qualcosa non funzioni tra queste persone. Non può affidarsi soltanto alle informazioni contenute nei dialoghi. Deve mostrarci esitazioni, silenzi e reazioni. Il volto di chi ascolta può raccontare la crisi di una coppia meglio di una discussione costruita per spiegarcela.
La fotografia di Michael Gioulakis accompagna questa ricerca. Gli spazi domestici possiedono inizialmente una familiarità quasi rassicurante. Quando il mondo cambia, le stesse geometrie acquistano un significato diverso. La casa non viene sostituita. È il contesto a renderla improvvisamente estranea.
Anne Hathaway ed Ewan McGregor: una famiglia già fuori posto
Denise e Greg erano quindi fuori sincrono molto prima che il tempo e lo spazio impazzissero.
Anne Hathaway lavora bene sulla frustrazione di una donna che percepisce la necessità di un cambiamento senza sapere ancora quale forma possa assumere. Ewan McGregor costruisce invece un uomo che deve confrontarsi con una famiglia che non riesce più a tenere insieme attraverso la semplice continuità delle abitudini.
La fantascienza rende fisico ciò che esisteva già nella relazione.
Il mondo dei Platt viene letteralmente strappato alle proprie fondamenta. Tutto ciò che permetteva loro di rimandare i problemi scompare. Lavoro, convenzioni sociali e routine perdono improvvisamente importanza. Rimangono le persone con le quali erano già costretti a convivere.
Il survival acquista quindi anche una funzione emotiva. Restare insieme non significa soltanto aumentare le possibilità di non essere divorati. Significa capire se esista ancora qualcosa capace di tenere insieme la famiglia quando viene eliminato tutto ciò che, fino al giorno precedente, ne manteneva artificialmente la forma.
La sinossi ufficiale insiste proprio sulla necessità dei Platt di rimanere uniti per sopravvivere. Mitchell rende però questa necessità meno rassicurante di quanto possa sembrare. Essere costretti a restare insieme non significa automaticamente ritrovarsi.
Le gang di ragazzini e quell’infanzia che conosciamo dal cinema
Anche i ragazzi permettono al film di approfondire il proprio rapporto con gli anni Ottanta. Le gang rivali, le dinamiche del quartiere e la libertà con cui i più giovani occupano gli spazi appartengono a un’immagine dell’infanzia che il cinema americano ha raccontato moltissime volte.
Si avvertono inevitabilmente echi di E.T., I Goonies e di quella lunga tradizione nella quale un gruppo di ragazzini scopre che dietro l’apparente banalità della periferia esiste qualcosa di straordinario.
Mitchell utilizza questi elementi con sufficiente consapevolezza da evitare la semplice replica nostalgica. Il gioco diventa particolarmente divertente perché i suoi personaggi vivono nel 1982. Non stanno imitando il cinema degli anni Ottanta, sono ancora dentro gli anni Ottanta.
È lo spettatore contemporaneo a riconoscere retroattivamente quei codici. La bicicletta, il quartiere, le rivalità e l’avventura possiedono per noi una memoria cinematografica che i personaggi non possono avere.
Il film gioca così su due tempi anche culturalmente. C’è il 1982 vissuto dai protagonisti e c’è il nostro sguardo del 2026, che osserva quelle immagini sapendo quanti film, serie e nostalgie sono passati nel frattempo.
Il wormhole come crepa nel quadretto familiare
La teoria del wormhole permette allora di leggere l’intera struttura in maniera ancora più suggestiva.
Un wormhole, almeno nella sua rappresentazione fantascientifica, collega punti normalmente separati dello spazio-tempo. Mitchell applica la stessa logica alla famiglia Platt. Persone che sembravano progressivamente allontanarsi vengono costrette da una frattura cosmica a condividere nuovamente lo stesso spazio.
Il paradosso è evidente. Per riavvicinarsi devono essere portati infinitamente lontano da casa senza che la casa si muova da loro.
Oak Street diventa così una gigantesca metafora della famiglia. Possiede ancora la stessa forma, ma è stata strappata dal contesto che le attribuiva significato. Le case esistono, tuttavia non sono più davvero case nel senso rassicurante del termine. I rapporti familiari esistono, ma devono essere ridefiniti perché possano continuare a significare qualcosa.
Da questo punto di vista, la prima pianta sradicata acquista ancora maggiore importanza.
Radici e tempo finiscono per appartenere allo stesso discorso.
Essere sradicati significa perdere il luogo dal quale proveniamo. Per i Platt significa anche perdere il tempo al quale appartengono.
Michael Giacchino accompagna un film che cambia continuamente genere
Anche la musica di Michael Giacchino deve seguire questa continua trasformazione. Il film passa dalla commedia familiare al mistero, quindi alla fantascienza, al monster movie e all’avventura senza stabilirsi definitivamente dentro una sola identità.
La colonna sonora accompagna questa mobilità e contribuisce soprattutto a recuperare il senso di meraviglia del grande cinema d’avventura. È un registro rischioso, perché basta pochissimo per trasformare l’omaggio in imitazione. Giacchino conosce però perfettamente quel linguaggio e riesce a dialogare con esso senza cancellare completamente l’inquietudine.
Proprio la contaminazione rappresenta uno dei maggiori pregi del film.
La fine di Oak Street non vuole scegliere tra dramma familiare, fantascienza e survival. Preferisce lasciare che un genere contamini l’altro. Alcuni passaggi risultano inevitabilmente meno fluidi e la sceneggiatura non possiede sempre la stessa precisione. Parte della critica italiana ha individuato proprio nell’andamento narrativo altalenante uno dei principali limiti.
Eppure l’imprevedibilità continua a essere più interessante dell’ordine.
Un film che cambia le regole mentre lo stiamo guardando
David Robert Mitchell mancava dalla regia di un lungometraggio da Under the Silver Lake. Il suo ritorno avrebbe potuto seguire una strada molto più prevedibile, magari recuperando direttamente l’horror che lo aveva imposto con It Follows. Ha scelto invece un progetto difficilmente classificabile.
È una decisione che si vede.
La fine di Oak Street cambia continuamente pelle. Parte dalla famiglia, introduce il mistero, attraversa la fantascienza e si trasforma in avventura preistorica. Quando crediamo di averne compreso definitivamente le regole, il rapporto con il tempo permette alla storia di complicarsi ancora.
Non tutte le svolte hanno la stessa efficacia. Alcuni meccanismi temporali chiedono allo spettatore una disponibilità maggiore e il finale apre interrogativi che una lettura rigorosamente logica potrebbe rendere persino problematici.
Ma forse pretendere una geometria perfetta significherebbe chiedere a Mitchell qualcosa che non gli interessa davvero.
Il tempo, qui, non è un’equazione da risolvere. È un territorio nel quale perdersi.
La fine di Oak Street: essere sradicati per capire dove apparteniamo
Alla fine La fine di Oak Street funziona proprio perché dietro l’assurdità della premessa esiste un’immagine estremamente semplice. Una strada viene sradicata. Viene strappata dalla terra, dal quartiere e persino dal proprio tempo. Le case rimangono in piedi, ma tutto ciò che permetteva di chiamarle casa è improvvisamente scomparso. Intorno non esistono più vicini riconoscibili, città, lavoro o futuro. Esiste un mondo che precede di milioni di anni tutto ciò che i protagonisti conoscono.
David Robert Mitchell utilizza dinosauri, wormhole e paradossi temporali per raccontare proprio questo spaesamento. L’operazione possiede qualcosa di Spielberg, qualcosa di Ai confini della realtà e inevitabilmente qualcosa del cinema che negli ultimi anni ha trasformato gli anni Ottanta in un territorio mitologico. Eppure conserva una personalità sufficientemente bizzarra da non ridursi alla somma delle proprie influenze.
Anne Hathaway ed Ewan McGregor permettono inoltre alla componente familiare di non scomparire quando arrivano le creature. Il loro matrimonio era già una casa con qualche crepa. L’evento cosmico non crea quella crisi. La rende semplicemente impossibile da ignorare.
Forse è proprio questa l’idea più bella del film.
A volte bisogna perdere il proprio posto nel mondo per comprendere che cosa significhi davvero appartenere a qualcosa. I Platt devono attraversare milioni di anni per affrontare una distanza che esisteva già tra le mura di casa.
Oak Street viene strappata dal 1982. La famiglia Platt, invece, deve capire se possiede ancora delle radici abbastanza forti da attraversare il tempo.


