Alexandre Smia costruisce un thriller politico claustrofobico e tecnicamente efficace attorno al presidente francese: un’autopsia del potere che rischia continuamente di diventare anche la sua celebrazione.

Un presidente appena eletto e il peggior primo giorno possibile

Paul Archambault è presidente della Repubblica francese da appena un giorno quando il mondo sembra improvvisamente avvicinarsi alla catastrofe. Il presidente russo è sopravvissuto a un attentato che attribuisce all’Ucraina e prepara una rappresaglia. La crisi degenera rapidamente, la minaccia atomica diventa concreta e Archambault viene condotto nel bunker Jupiter sotto l’Eliseo, dove una ristrettissima cerchia politica e militare deve decidere quale risposta possa impedire la guerra senza contemporaneamente provocarla.

Alexandre Smia sceglie quasi interamente il registro del huis clos. Pochissimi ambienti, molti dialoghi, informazioni che cambiano continuamente e una crescente pressione esercitata su un uomo al quale l’ordinamento francese consegna effettivamente una responsabilità enorme. La costruzione cinematografica è efficace perché riduce progressivamente il mondo alle dimensioni di una stanza: milioni di persone esistono soltanto come conseguenza possibile delle frasi pronunciate attorno a un tavolo.

In termini di thriller, Jupiter sa perfettamente quello che sta facendo. Nicolas Loir fotografa il bunker come un luogo contemporaneamente protetto e soffocante, il montaggio mantiene un ritmo teso senza bisogno di trasformare la crisi in spettacolo bellico e Denis Ménochet restituisce bene il peso fisico e psicologico di un uomo che scopre quanto possa diventare mostruosa una prerogativa costituzionale quando smette di essere una formulazione teorica.

Il problema non è che la Francia abbia quel potere

Qui occorre fare una distinzione fondamentale, perché sarebbe troppo semplice accusare il film di implausibilità soltanto per la centralità attribuita all’Eliseo. La Francia è una potenza nucleare, dispone di una deterrenza autonoma e il presidente della Repubblica occupa realmente il vertice della catena decisionale. Jupiter non inventa quindi dal nulla l’immagine di un capo di Stato francese che può trovarsi davanti alla decisione estrema.

Anzi, proprio la concretezza delle procedure contribuisce alla tensione. Quando gli ufficiali spiegano scenari, capacità di risposta e conseguenze, il film acquista quella terribile qualità del plausibile che ha reso efficaci molti grandi racconti sulla guerra atomica. Non serve vedere un missile partire: basta sapere che esiste una procedura attraverso cui potrebbe accadere.

La mia perplessità comincia però nel momento in cui Jupiter passa dalla domanda “che cosa significherebbe per un presidente francese possedere questo potere?” alla convinzione molto più ampia che, in assenza degli Stati Uniti, spetterebbe quasi naturalmente alla Francia assumere sulle proprie spalle il destino strategico dell’Europa. Sono due cose molto differenti, e il film sembra trattare la seconda come conseguenza quasi automatica della prima.

Quando il bunker dell’Eliseo diventa il centro del mondo

Gli Stati Uniti si sottraggono, Germania e Italia chiedono prudenza, gli alleati europei appaiono esitanti e il Regno Unito rimane sostanzialmente l’unico partner disposto ad accompagnare la Francia in una posizione più muscolare. A quel punto la crisi internazionale si restringe ulteriormente: il destino dell’Europa sembra dipendere dalla capacità di Archambault di sostenere psicologicamente il confronto con Mosca.

Drammaturgicamente è chiarissimo perché Smia scelga questa strada. Un film ha bisogno di concentrare il conflitto e il presidente francese è il protagonista; disperdere la decisione fra NATO, governi europei, comandi militari e strutture diplomatiche avrebbe prodotto un racconto molto meno compatto. Tuttavia la semplificazione narrativa non è neutra, soprattutto quando l’opera rivendica contemporaneamente un alto grado di realismo geopolitico.

La Francia non diventa soltanto il luogo nel quale osserviamo la crisi. Diventa progressivamente il paese che sembra aver compreso la crisi meglio degli altri, quello disposto ad assumersi il rischio mentre i vicini preferiscono temporeggiare e quello che, proprio perché possiede l’arma atomica e una certa idea di autonomia strategica, finisce per apparire quasi destinato alla leadership.

È qui che Jupiter comincia a sembrarmi meno un film sul potere e più un film innamorato dell’idea di possederlo.

La grandeur cambia vocabolario ma rimane grandeur

Non occorre trasformare questa osservazione in una caricatura nazionale. Sarebbe persino meno interessante. Il punto riguarda una tradizione politica molto precisa: l’idea francese di autonomia strategica, di eccezionalità diplomatica e di capacità della Repubblica di occupare una posizione internazionale superiore alla propria semplice dimensione geografica.

Jupiter aggiorna questa tradizione al presente. Non parla più apertamente di grandeur, perché il linguaggio contemporaneo preferisce parole come responsabilità, deterrenza, sicurezza europea e vuoto americano. Il risultato, però, è curiosamente simile: quando tutti gli altri sembrano incapaci o indisponibili a decidere, Parigi rimane in piedi.

Smia stesso sostiene che questa posizione sarebbe quasi obbligatoria. Se gli Stati Uniti non garantissero più l’ombrello atomico europeo, la Francia, in quanto potenza nucleare dell’Unione e membro permanente del Consiglio di sicurezza, si troverebbe necessariamente davanti a nuove responsabilità. È un ragionamento che possiede una base politica reale, ma che il film trasforma con troppa facilità da possibilità strategica a destino storico.

Ed è precisamente qui che nasce la sensazione di protagonismo. Jupiter sembra chiedere: “Che cosa accadrebbe se la Francia dovesse salvare l’Europa?”. Molto più raramente si domanda se l’Europa voglia davvero essere salvata in quel modo o se la decisione di chi disponga della bomba possa automaticamente diventare la decisione di chi non la possiede.

Germania e Italia come coro della prudenza

La posizione assegnata agli altri paesi europei è particolarmente significativa. Germania e Italia, nel quadro della crisi, rappresentano soprattutto la richiesta di evitare l’escalation. Naturalmente è una posizione plausibile e sarebbe assurdo sostenere che un governo responsabile non possa chiedere prudenza davanti al rischio nucleare.

Il problema è il modo in cui il film organizza moralmente le posizioni. Quando la prudenza viene contrapposta alla fermezza del protagonista, il rischio è che smetta di apparire come una strategia politica e cominci a sembrare esitazione. La Francia, al contrario, resta il paese costretto ad affrontare “la realtà”.

È un meccanismo narrativo antico quanto il cinema politico. Il protagonista possiede una responsabilità che gli altri non vogliono assumersi; proprio per questo le sue scelte, anche quando sbagliate o pericolose, ricevono una dignità che agli altri viene negata. Chi dice no può apparire codardo. Chi rischia la catastrofe viene almeno riconosciuto come uomo della decisione.

In un film che afferma di voler compiere un’autopsia del potere, questo squilibrio è sorprendente. Perché interrogare davvero il potere significherebbe anche chiedersi chi gli abbia conferito il diritto morale di parlare per tutti gli altri.

Denis Ménochet è molto più interessante della geopolitica che gli viene costruita attorno

La fortuna di Jupiter è avere al centro Denis Ménochet. Archambault non viene interpretato come un super-presidente capace di dominare serenamente il meccanismo della deterrenza. Al contrario, il film gli permette paura, fragilità, esitazione e persino cedimenti emotivi, mentre il lutto personale che porta con sé aggiunge ulteriore instabilità a una situazione già quasi impossibile da governare.

Ménochet possiede una fisicità perfetta per il ruolo. È imponente e contemporaneamente vulnerabile, capace di far percepire il peso di una funzione istituzionale attraverso il modo in cui occupa una sedia o ascolta un briefing. Più la crisi cresce, più la contraddizione fra la dimensione del corpo e quella della decisione diventa evidente: un singolo uomo può apparire enorme dentro una stanza e infinitamente piccolo davanti alle conseguenze delle proprie parole.

Sono proprio questi momenti a rendere efficace il film quando dimentica temporaneamente la propria tesi geopolitica. L’idea che una procedura democratica possa condurre una sola persona nella condizione di dover scegliere fra capitolazione, rappresaglia e possibile annientamento è autenticamente inquietante. Non serve condividere le conclusioni politiche di Smia per riconoscere la forza della domanda.

La teoria del pazzo e il momento in cui la deterrenza diventa teatro

La parte più interessante arriva quando Archambault comprende che la deterrenza non dipende soltanto da ciò che sei disposto realmente a fare, ma da ciò che riesci a convincere l’avversario che potresti fare. Entra così in gioco la cosiddetta madman theory: far credere all’altro di essere abbastanza imprevedibili da rendere credibile una minaccia altrimenti irrazionale.

È qui che Jupiter mostra finalmente il lato più oscuro del proprio sistema. Il presidente non deve soltanto prendere una decisione razionale; deve recitare l’irrazionalità. Il potere atomico diventa una performance nella quale la salvezza dipende dalla capacità di far apparire plausibile la volontà di distruggere ciò che si sostiene di voler proteggere.

Questa contraddizione è infinitamente più interessante del semplice confronto Francia-Russia. Se la deterrenza funziona perché entrambi devono credere che l’altro sia disposto a compiere l’impensabile, allora la pace non nasce esattamente dalla ragione ma da una forma estremamente sofisticata di terrore reciproco.

Il film avrebbe potuto scavare ancora di più in questa direzione. Quando invece torna a rafforzare la centralità della leadership francese, riduce una questione universale a una prova di maturità politica dell’Eliseo.

A House of Dynamite partiva dalla macchina. Jupiter parte dall’uomo che vuole governarla

Il confronto con A House of Dynamite viene inevitabilmente spontaneo, e non soltanto perché entrambi i film sono passati da Venezia a distanza di un anno. Kathryn Bigelow raccontava soprattutto il fallimento possibile di una macchina costruita per rispondere a qualsiasi scenario: protocolli, centri di comando, intelligence, gerarchie e comunicazioni che improvvisamente si scoprono insufficienti davanti a un singolo missile.

Jupiter compie il percorso inverso. Riduce progressivamente la macchina fino a concentrarsi sulla persona che dovrebbe governarla. La questione non è tanto se il sistema funzioni, ma se l’individuo al suo vertice riesca a sostenere il peso della scelta.

Sul piano drammatico, Smia guadagna qualcosa. Il film è più compatto, più diretto e possiede in Ménochet un volto sul quale depositare tutta l’angoscia. Ma perde anche qualcosa: il rischio di trasformare una crisi sistemica in una questione di qualità personale del leader. Se abbiamo il presidente giusto, sufficientemente coraggioso ma non troppo folle, forse usciremo dalla crisi.

Ed è proprio questa idea dell’uomo necessario che mi lascia maggiormente perplesso.

Un film contro il potere che ama moltissimo guardarlo

Smia definisce Jupiter un’autopsia del potere, e in parte lo è. Vediamo la solitudine del presidente, il prezzo psicologico delle informazioni riservate e la sproporzione fra una decisione presa da pochissime persone e le conseguenze che ricadrebbero su milioni di individui. Non è certamente un film ingenuamente celebrativo.

Eppure la macchina da presa prova un’evidente fascinazione per quei corridoi, quelle stanze, quei protocolli e soprattutto per la possibilità che tutto dipenda da ciò che accade dentro l’Eliseo. Il bunker è terrificante, ma è anche il santuario nel quale si riuniscono coloro che sanno ciò che il resto del mondo non sa e possono fare ciò che il resto del mondo non può fare.

È una fascinazione cinematograficamente comprensibile. Il potere segreto ha sempre prodotto grande cinema proprio perché rende visibile l’invisibile. Ma Jupiter oscilla continuamente fra critica e seduzione, fino a rendere difficile capire se voglia davvero smontare il mito del presidente onnipotente oppure concedergli un nuovo scenario nel quale manifestarsi.

Persino il titolo lavora su questa ambiguità. Jupiter è il nome reale del posto di comando, ma è impossibile ignorare l’eco del dio romano e della presidenza “jupiteriana”, cioè dell’idea di un capo dello Stato collocato simbolicamente sopra gli altri poteri. Smia mette quell’uomo davanti alla possibilità di distruggere il mondo e afferma di voler mostrare quanto sia terribile. Nel farlo, però, costruisce anche il più grande palcoscenico immaginabile per la sua centralità.

Il punto non è se la Francia possa decidere. È perché il film sembra desiderare che tocchi proprio alla Francia

La distinzione è importante. Sarebbe sbagliato uscire da Jupiter sostenendo che la Francia non avrebbe alcun ruolo in una simile crisi. Lo avrebbe, e probabilmente enorme. La deterrenza francese esiste precisamente perché Parigi vuole conservare una capacità di decisione autonoma anche nello scenario estremo.

Ciò che il film rende molto meno convincente è la rapidità con cui quella capacità nazionale viene convertita in responsabilità continentale. L’Europa appare quasi come una comunità che, nel momento decisivo, smette di essere pluralità politica e aspetta che una delle proprie potenze nucleari faccia ciò che gli altri non possono o non vogliono fare.

È qui che il realismo tanto rivendicato da Jupiter comincia a diventare selettivo. È realistico quando descrive il bunker, la catena decisionale e la deterrenza francese; è molto più schematico quando deve rappresentare la diplomazia europea, gli interessi divergenti e il peso delle alleanze. La complessità viene ridotta precisamente nel punto in cui potrebbe mettere in discussione la centralità del protagonista.

Di conseguenza, più che un thriller su una Francia costretta suo malgrado a prendersi una responsabilità, a tratti sembra la fantasia di una Francia che finalmente trova la situazione storica abbastanza grande da giustificare l’immagine che possiede di sé.

Un ottimo thriller può comunque avere una tesi che non convince

Ed è questo che rende il giudizio su Jupiter controverso invece che semplicemente negativo. Alexandre Smia sa costruire tensione, gli 87 minuti scorrono con notevole precisione e l’ambientazione quasi interamente chiusa evita che la minaccia atomica abbia bisogno di effetti spettacolari. Il cast è eccellente e Denis Ménochet offre una prova capace di umanizzare una posizione istituzionale che avrebbe potuto facilmente diventare astrazione.

La critica internazionale ha quindi buone ragioni per elogiarlo come thriller. L’efficacia cinematografica è evidente e la vicinanza con l’attualità rende il meccanismo ancora più inquietante. Dove mi separo da una parte di quelle letture è nella facilità con cui viene accettato il presupposto politico su cui quel meccanismo è costruito.

Perché Jupiter vuole terrorizzarci con l’idea che una sola persona possa dover decidere il destino di milioni di individui, ma allo stesso tempo costruisce tutto il film affinché proprio quella persona appaia l’unica davvero capace di assumersi la responsabilità che gli altri evitano. È una contraddizione affascinante, forse persino involontaria.

Criticare il potere e contemporaneamente renderlo indispensabile è un esercizio molto francese non in senso antropologico, ma nella storia della propria cultura politica: sospettare dell’autorità mentre si continua a credere nella necessità di un’autorità sufficientemente grande da rappresentare la nazione.

Jupiter mette il dito sulla bomba, ma anche sul proprio bisogno di centralità

Il risultato è quindi un film che funziona più di quanto mi piaccia la sua tesi. È teso, ben interpretato, tecnicamente solido e abbastanza intelligente da non trasformare nessuno dei consiglieri in una semplice caricatura. Inoltre possiede una vera inquietudine sul potere nucleare e sul paradosso della deterrenza, cosa che impedisce di liquidarlo come pura propaganda.

Ma l’impressione rimane. Nel momento in cui il mondo vacilla, gli Stati Uniti si ritirano, gli europei esitano e Mosca minaccia l’apocalisse, Jupiter trova la propria risposta narrativa sotto il palazzo dell’Eliseo. Il presidente francese non ha chiesto di diventare il centro del mondo, eppure la sceneggiatura ha fatto tutto ciò che era necessario perché lo diventasse.

È questo che rende il film contemporaneamente avvincente e irritante. Smia sostiene di voler mettere sotto accusa il potere, ma costruisce un mondo nel quale quel potere viene continuamente giustificato dalla debolezza altrui. Vuole mostrarci la terribile responsabilità di possedere la bomba e finisce anche per ricordarci quanto la Francia tenga a essere considerata il paese europeo che, quando arriva il momento decisivo, possiede ancora una bomba e qualcuno disposto a decidere cosa farne.

Il dubbio che rimane alla fine non è quindi se Paul Archambault abbia troppo potere. È se Jupiter sia davvero spaventato da quel potere quanto sembra affascinato dall’idea che sia proprio la Francia a possederlo.

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