Giovanni Veronesi supera le aspettative con un film storico popolare, divertente e politico, affidando a Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando un confronto sulla fede che diventa soprattutto una riflessione sul potere
Un Dio che ride è più pericoloso di un Dio che punisce
Fra Leopoldo da Casamacchia entra nel film di Giovanni Veronesi portandosi dietro un’idea apparentemente innocua: Dio può ridere. Non ridere degli uomini, non ridere della sofferenza e nemmeno diventare l’oggetto di una dissacrazione, ma ridere insieme agli uomini. Essere abbastanza vicino da condividere con loro non soltanto il dolore, la colpa e la paura, ma anche quella parte dell’esistenza che la religione istituzionale sembra avere dimenticato di rappresentare.
Siamo nel Seicento. La Chiesa parla in latino, l’accesso diretto ai testi appartiene a pochi e per una parte enorme della popolazione la fede passa necessariamente attraverso qualcuno autorizzato a interpretarla. Leopoldo compie quindi un gesto che sembra semplicissimo: prende il Vangelo e lo racconta nella lingua delle persone che ha davanti. Usa immagini quotidiane, storie, battute, il corpo, la voce e un’intelligenza istintiva del pubblico. Non impoverisce il messaggio: lo traduce e lo rende accessibile.
Ed è precisamente qui che Dio ride trova il suo cuore politico. Leopoldo non diventa pericoloso perché dica qualcosa di apertamente sovversivo. Diventa pericoloso perché rende superflua, almeno per qualche istante, la distanza sulla quale il potere ecclesiastico ha costruito parte della propria autorità. Se un contadino analfabeta può comprendere il Vangelo attraverso una storia raccontata in piazza, se può sentire Dio vicino senza aver bisogno che qualcuno glielo consegni dall’alto, allora cambia improvvisamente la relazione tra chi parla e chi ascolta. È una rivoluzione senza proclami e, forse proprio per questo, molto più difficile da controllare.

Pierfrancesco Favino costruisce un santo senza santificarlo
Fra Leopoldo è un personaggio che avrebbe potuto essere facilissimo da rendere insopportabile. Il frate puro, ingenuo, illuminato, capace di spiegare agli uomini potenti ciò che hanno dimenticato: bastavano pochi eccessi e ci saremmo ritrovati davanti a una figura programmatica, costruita esclusivamente affinché lo spettatore potesse ammirarne la bontà.
Pierfrancesco Favino evita quella trappola. Il suo Leopoldo possiede qualcosa di infantile, ma non è uno sciocco; possiede una fede profondissima, ma non la trasforma mai in superiorità morale. Soprattutto, Favino porta una qualità che diventa fondamentale per tutto il film: il piacere autentico di stare con le persone.
Lo vediamo nel modo in cui parla, nel corpo continuamente coinvolto nel racconto e nella capacità di trasformare una predica in un momento collettivo. Leopoldo non conquista le folle perché abbia sviluppato una strategia per conquistarle. Le conquista perché gli interessa davvero che le persone capiscano ciò che sta dicendo, e questa differenza diventa immediatamente percepibile.
Anche l’invenzione del luogo d’origine dice moltissimo del personaggio. Casamacchia non esiste. Leopoldo, figlio di artisti girovaghi e privo di radici certe, se lo è inventato quasi per concedersi un posto dal quale provenire. Dietro l’uomo capace di riempire le piazze esiste quindi qualcuno che ha dovuto costruire da solo perfino la propria origine. È una fragilità che Favino porta sempre con sé e che impedisce al personaggio di trasformarsi semplicemente nel portavoce delle idee del film.
La comicità non abbassa Dio, lo rende raggiungibile
Giovanni Veronesi ha definito Dio ride un film drammatico sulla comicità, e la distinzione è importante. Il film contiene momenti molto divertenti, ma non utilizza la religione come pretesto per costruire una serie di gag. A interessarlo è piuttosto che cosa faccia la comicità alle gerarchie.
Quando ridiamo insieme a qualcuno, la distanza cambia. È molto difficile conservare l’intoccabilità assoluta mentre si condivide una risata, perché il comico rende temporaneamente orizzontale ciò che normalmente è verticale. Ed è precisamente quello che succede nelle piazze attraversate da Leopoldo. Dio non viene degradato: viene avvicinato. Il problema è che avvicinare Dio significa inevitabilmente ridurre la distanza fra il fedele e coloro che sostengono di amministrarne l’accesso.
Veronesi capisce così qualcosa di essenziale: il potere teme la comicità non perché una battuta possa distruggerlo, ma perché può renderlo meno inevitabile. Si può ridere di un’autorità, di una formula, di una paura e persino della propria miseria. Nel momento in cui accade, quella cosa non controlla più completamente chi la sta vivendo.
Leopoldo non combatte quindi l’istituzione con un’ideologia alternativa. La combatte quasi involontariamente con la vicinanza. Ed è molto più destabilizzante.
Silvio Orlando, il dubbio che entra nell’Inquisizione
Se Favino rappresenta la forza immediata della comunicazione, Silvio Orlando è il film che comincia a dubitare di sé stesso. Il cardinale Maculani potrebbe essere semplicemente l’antagonista: l’inquisitore inviato da Roma per analizzare la predicazione del frate, identificare l’eresia e ripristinare l’ordine. Veronesi gli concede invece una traiettoria infinitamente più interessante.
Maculani appartiene realmente al sistema che Leopoldo mette in crisi. Non è un opportunista che finge di crederci, né un cattivo scritto per permettere al protagonista di apparire migliore. Ha costruito la propria vita dentro una struttura di pensiero precisa e possiede ragioni attraverso le quali quella struttura, dal suo punto di vista, continua ad avere senso.
Poi incontra qualcosa che non riesce a catalogare: Leopoldo non è l’eretico che si aspettava. Non vuole distruggere la fede, non vuole sostituirsi a Dio, non vuole creare una nuova Chiesa. Anzi, sembra credere con una spontaneità quasi disarmante proprio in ciò che l’istituzione sostiene di difendere. E allora il problema si sposta: Se quest’uomo è pericoloso, per chi lo è davvero? Per Dio? Oppure per chi ha costruito il proprio potere parlando in suo nome?
Silvio Orlando (anche lui, già con esperienza in ruoli religiosi) è magnifico soprattutto perché lascia che il dubbio cresca lentamente. Non abbiamo bisogno di assistere a conversioni teatrali o improvvise illuminazioni: è sufficiente vedere un uomo accorgersi progressivamente che gli strumenti con cui ha giudicato il mondo potrebbero non bastare più.
Favino e Orlando: il film vero è tra loro due
È nel confronto tra Leopoldo e Maculani che Dio ride smette definitivamente di essere soltanto la storia di un predicatore eccentrico. Veronesi mette l’uno davanti all’altro due modi radicalmente differenti di intendere la relazione tra essere umano, fede e istituzione.
Leopoldo parte dalle persone e arriva a Dio. Maculani parte dall’istituzione e cerca di stabilire in quale spazio possano entrare le persone. Nessuno dei due viene ridotto completamente a caricatura, ed è proprio questo che rende efficace il confronto. Se Maculani fosse soltanto crudele, Leopoldo avrebbe ragione troppo facilmente. Se Leopoldo fosse soltanto ingenuo, il cardinale potrebbe liquidarlo senza essere realmente trasformato dalla sua presenza.
Invece il film fa un’altra cosa: lascia che la certezza incontri la sincerità. E scopre che questa può essere più destabilizzante di qualsiasi argomentazione.
Un Seicento che somiglia parecchio al presente
La scelta storica non serve semplicemente a costruire uno scenario pittoresco. Il Seicento di Veronesi è bellissimo da guardare. La fotografia di Maurizio Calvesi, le scenografie di Carmine Guarino e i costumi di Carlo Poggioli restituiscono un mondo pittorico senza trasformarlo in una collezione di cartoline. Ma il film non sembra interessato alla ricostruzione come fine ultimo.
Perché ciò che accade a Leopoldo riguarda qualcosa che conosciamo perfettamente anche oggi: chi controlla il linguaggio controlla una parte dell’accesso alla realtà.
Quando un’istituzione comunica soltanto attraverso codici comprensibili a chi ne fa già parte, l’incomprensibilità può diventare essa stessa una forma di autorità. Leopoldo compie l’atto apparentemente banale di semplificare senza banalizzare. Prende qualcosa di complesso e prova a renderlo comprensibile a chi ne è stato escluso.
Oggi probabilmente lo chiameremmo divulgatore. Qualcuno potrebbe persino chiamarlo comunicatore, influencer o creatore di contenuti. Il paragone rischia di essere scherzoso, ma contiene una verità interessante: Leopoldo capisce che non esistono soltanto messaggi importanti; esiste anche la responsabilità di trovare una lingua attraverso cui possano arrivare alle persone.
Il potere ecclesiastico vede in questa capacità una minaccia. E il film non deve sforzarsi troppo perché il parallelismo contemporaneo diventi evidente.
Quando la fede diventa più grande dell’istituzione che pretende di custodirla
Una delle sorprese maggiori di Dio ride sta nel fatto che Veronesi, dichiaratamente lontano dalla fede, realizzi un film che non ha praticamente alcun bisogno di deriderla. Anzi, per certi versi è un’opera profondamente rispettosa dell’esperienza religiosa.
Il bersaglio è un altro: la confusione tra fede e amministrazione della fede.
Leopoldo non mette in dubbio Dio. Mette inconsapevolmente in dubbio la necessità che Dio debba essere sempre distante, severo, doloroso e comprensibile soltanto attraverso la mediazione di una struttura. Il suo Dio può inciampare nella narrazione, sorridere, stare vicino ai poveri e diventare concretamente riconoscibile nelle esperienze quotidiane.
È qui che il film possiede una sua bellissima contraddizione. Un autore laico finisce per realizzare un’opera nella quale il personaggio più rivoluzionario è forse anche quello che crede più sinceramente.
Non c’è bisogno di distruggere Dio per liberare l’uomo. Per Leopoldo bisogna, semmai, liberare Dio dall’immagine costruita dagli uomini che lo utilizzano per governare attraverso la paura.
Carlo Cecchi e l’ultimo Papa
C’è poi qualcosa di inevitabilmente commovente nella presenza di Carlo Cecchi, qui nel suo ultimo ruolo cinematografico, nei panni di Innocenzo X. Veronesi non trasforma il Papa in una maschera grottesca e Cecchi porta con sé quella qualità che ha attraversato tutta la sua carriera: l’autorità che non ha bisogno di essere sottolineata.
Innocenzo X rappresenta il punto più alto del sistema nel quale Leopoldo è diventato improvvisamente un problema. La sua presenza ricorda che la vicenda non riguarda soltanto l’opinione personale di qualche ecclesiastico, ma una macchina istituzionale convinta di stare proteggendo qualcosa di fondamentale.
È proprio questa convinzione a rendere il potere più inquietante. I personaggi non devono necessariamente pensarsi malvagi per esercitare violenza. Possono essere perfettamente convinti che eliminare una voce diversa significhi preservare un bene superiore.
Il film supera le aspettative perché non vuole sembrare più importante di ciò che è
Dio ride avrebbe potuto cercare disperatamente la consacrazione festivaliera, caricando il proprio discorso di solennità e ricordandoci continuamente quanto fossero importanti i temi affrontati.
Veronesi fa quasi l’opposto. Racconta, fa ridere, lascia parlare gli attori. Costruisce una vicenda accessibile e utilizza una forma di cinema popolare per affrontare qualcosa di enorme come il rapporto fra libertà, autorità e fede. È possibile trovarlo semplice, ma la semplicità non coincide automaticamente con la superficialità.
Anzi, c’è una curiosa coerenza tra la forma del film e il suo protagonista. Leopoldo vuole rendere comprensibile il Vangelo senza svuotarlo; Veronesi cerca di rendere comprensibili questioni complesse senza trasformarle in un trattato.
In entrambi i casi il destinatario è il pubblico. E in entrambi i casi parlare chiaramente viene trattato non come un abbassamento, ma come un gesto di rispetto. Dio ride, e forse è proprio questo che il potere non può sopportare
Alla fine, il titolo possiede una semplicità quasi perfetta: Dio ride.Due parole. Eppure per il mondo raccontato da Veronesi contengono una minaccia enorme, perché immaginare un Dio capace di ridere significa immaginarlo meno distante dall’uomo, e immaginarlo meno distante dall’uomo significa mettere inevitabilmente in discussione chi ha costruito la propria autorità su quella distanza.
Fra Leopoldo non possiede eserciti, ricchezze o cariche. Non scrive trattati, non fonda partiti e non elabora una teoria rivoluzionaria. Racconta storie. E la gente lo segue.
Il potere reagisce come spesso reagisce quando scopre qualcosa che non riesce a controllare: prima osserva, poi definisce, quindi giudica e infine tenta di silenziare. Ma Veronesi arriva alla conclusione più bella del film senza bisogno di renderla retorica: una voce può essere eliminata molto più facilmente dell’idea che quella voce ha ormai insegnato agli altri a formulare.
È per questo che Dio ride supera così nettamente le aspettative. Non è semplicemente un buon film storico con due attori straordinari. È una commedia che comprende quanto possa essere drammatica una risata e un film sulla fede realizzato da qualcuno che preferisce interrogare gli uomini piuttosto che Dio.
Favino è magnifico, Orlando gli offre il controcampo perfetto e Veronesi firma probabilmente uno dei suoi lavori più maturi proprio quando decide di utilizzare l’arma che conosce meglio: la leggerezza.
Perché la leggerezza non evita necessariamente ciò che “pesa”. Può trovare il modo di sostenerlo. E forse è proprio per questo che il Dio di Leopoldo ride.


