Marco Bechis torna nella ferita della dittatura argentina con un film lucidissimo, duro e una domanda: che cosa resta di un uomo quando i suoi carnefici riescono a farlo apparire, persino agli occhi delle altre vittime, dalla parte sbagliata della Storia?
Tornare in Argentina significa tornare dove il tempo si è fermato
Nel 2008 Mariano Guerra vive in Italia da trentatré anni. Fa il medico, salva vite e possiede apparentemente tutto ciò che dovrebbe permettergli di considerare conclusa un’altra esistenza, quella trascorsa nell’Argentina della dittatura militare. Eppure Ritorno a Buenos Aires comincia proprio dimostrando quanto sia falsa questa idea di conclusione.
Mariano viene chiamato a testimoniare contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e tennero prigioniero per oltre due anni. Il viaggio verso Buenos Aires dovrebbe essere, sul piano giuridico, relativamente semplice: tornare, riconoscere i responsabili, raccontare ciò che accadde. Marco Bechis capisce però che nessun ritorno del genere può essere ridotto a una deposizione. Mariano non deve soltanto attraversare l’oceano. Deve attraversare nuovamente sé stesso.
Il passato non torna attraverso una ricostruzione ordinata. Entra nel presente attraverso flashback, incubi, gesti, corpi e improvvise sovrapposizioni. È una scelta importante perché il trauma non possiede la linearità di un verbale. Gli eventi possono essere collocati in un calendario, ma ciò che hanno prodotto dentro una persona continua a manifestarsi senza rispettare alcuna cronologia.
Bechis realizza così un film nel quale il 1977 e il 2008 non sono davvero due tempi distinti. Per Mariano esistono contemporaneamente.
Il film non gira attorno alla crudeltà: la guarda
Uno degli aspetti più riusciti di Ritorno a Buenos Aires è la capacità di raccontare la repressione argentina senza due errori opposti: attenuarla oppure compiacersene. La violenza è presente, concreta, terribile. Bechis non ha bisogno di suggerire che certe cose siano accadute: le mette davanti allo spettatore con sufficiente nettezza da impedire qualsiasi neutralizzazione morale.
La dittatura argentina non diventa uno sfondo storico genericamente oscuro. Il film ricorda che i centri clandestini esistevano dentro città che continuavano apparentemente a vivere, che mentre migliaia di persone venivano torturate e fatte sparire il Paese poteva organizzare un Mondiale di calcio e offrire all’esterno un’immagine di normalità. È proprio questa convivenza tra quotidianità e orrore a rendere la repressione ancora più spaventosa.
Bechis conosce questa materia non soltanto da regista. Nel 1977 fu egli stesso sequestrato e torturato dalla dittatura argentina, esperienza che ha attraversato gran parte della sua filmografia. Ritorno a Buenos Aires non è però una semplice prosecuzione autobiografica di Garage Olimpo. Qui il centro non è più soltanto il funzionamento della macchina repressiva, ma ciò che quella macchina continua a produrre quando apparentemente ha smesso di funzionare.
La crudeltà più duratura non consiste allora soltanto nelle scariche elettriche, negli interrogatori o nella prigionia. Consiste nella possibilità che il torturatore riesca a installarsi dentro il modo in cui la vittima penserà sé stessa per i successivi trent’anni.
Mariano è innocente, ma è stato costretto dalla Storia a sembrare colpevole
È qui che il film diventa veramente straordinario. Mariano non fu soltanto un prigioniero. Le sue conoscenze mediche lo resero utile ai suoi carcerieri, che lo costrinsero progressivamente a collaborare all’interno del centro clandestino. Sopravvivere significò anche obbedire, assistere, intervenire, compiere gesti che in un contesto libero avrebbero assunto un significato completamente diverso.
La parola fondamentale è proprio libero. Quando giudichiamo moralmente un’azione, presumiamo quasi sempre che chi l’ha compiuta disponesse della possibilità di scegliere. Mariano quella possibilità non l’aveva. Era torturato, imprigionato e sottoposto a un sistema costruito precisamente per distruggere l’autonomia dell’individuo. Razionalmente, quindi, la questione potrebbe sembrare semplice: non si può attribuire la stessa responsabilità a chi esercita la violenza e a chi viene costretto sotto minaccia a parteciparvi.
Ma Ritorno a Buenos Aires è intelligente perché non si accontenta della risposta razionale. Che cosa accade se Mariano sa di essere innocente e contemporaneamente non riesce a sentirsi tale? E che cosa accade se anche alcuni degli altri sopravvissuti continuano a guardarlo attraverso ciò che fu costretto a fare, anziché attraverso ciò che gli fu fatto?
È una posizione morale quasi insostenibile. Essere dalla parte sbagliata della Storia senza averla scelta. Essere vittima di un sistema che riesce comunque a contaminare l’immagine che gli altri possiedono di te. Essere sopravvissuto e scoprire che la sopravvivenza stessa può diventare la prova usata contro di te.
La dittatura vince anche quando riesce a spezzare la solidarietà delle vittime
Marco Bechis ha spiegato un elemento fondamentale del film: compromettere un prigioniero poteva essere parte stessa del meccanismo repressivo. Se il sopravvissuto veniva costretto a collaborare e successivamente liberato, i compagni avrebbero potuto considerarlo un traditore. La violenza non terminava quindi nel momento della liberazione, perché il regime aveva già prodotto una frattura destinata a sopravvivergli.
È una delle intuizioni più terribili di Ritorno a Buenos Aires. Un sistema autoritario non ha bisogno soltanto di incarcerare i propri oppositori. Può cercare di distruggere anche la possibilità che, una volta fuori, continuino a riconoscersi reciprocamente come vittime dello stesso potere.
Mariano porta addosso questa frattura. Alcuni lo riconoscono come sopravvissuto, altri ricordano ciò che fece mentre era prigioniero. Il film non forza lo spettatore a scegliere immediatamente da quale parte stare, perché capisce che anche il dolore degli altri sopravvissuti è reale. Chi ha visto amici morire può aver bisogno di un volto sul quale depositare una parte della propria rabbia.
La domanda diventa allora quasi impossibile: fino a che punto una vittima ferita può giudicare un’altra vittima per ciò che entrambe furono costrette a diventare? Bechis non risponde. Ed è giusto che non lo faccia.
Un film morale che non distribuisce assoluzioni
La grandezza del film sta proprio nella capacità di rifiutare una morale preconfezionata. Non esiste una scena costruita appositamente per farci sapere che Mariano è “buono”. Non arriva un personaggio onnisciente a spiegargli che deve perdonarsi. Non esiste nemmeno una sentenza capace di restituirgli improvvisamente una identità priva di ombre.
La giustizia può fare qualcosa di importantissimo: identificare le responsabilità storiche e giuridiche. Può stabilire chi organizzò la repressione, chi torturò, chi sequestrò, chi fece sparire migliaia di persone. Ma il tribunale non possiede automaticamente gli strumenti per risolvere la parte più intima del trauma.
Questo scarto è fondamentale. Essere dichiarati vittime non significa necessariamente riuscire a sentirsi vittime.
Mariano è intrappolato precisamente tra queste due realtà. L’ordinamento democratico può finalmente riconoscere ciò che gli fu fatto, ma l’uomo che deve sedersi davanti ai giudici porta ancora dentro di sé l’idea che essere sopravvissuto lo distingua in modo sospetto da chi non è tornato.
È la colpa del sopravvissuto portata fino alla sua forma più dolorosa: non soltanto “perché io sono vivo?”, ma “che cosa ho fatto per esserlo?”.
Adriano Giannini non interpreta il trauma: interpreta il tentativo di nasconderlo
Adriano Giannini offre una prova enorme proprio perché evita quasi sempre la via più facile. Mariano non è costruito come una successione di crisi emotive attraverso le quali mostrare allo spettatore quanto stia soffrendo. Il dolore è già lì e non ha bisogno di essere continuamente sottolineato. Giannini lavora invece sul controllo.
Il corpo sembra spesso leggermente più rigido di quanto dovrebbe. Gli sguardi arrivano con un piccolo ritardo. Le parole devono attraversare uno spazio interiore prima di uscire. Mariano sembra impegnato costantemente nel mantenere insieme parti della propria identità che il ritorno a Buenos Aires sta lentamente costringendo a confrontarsi.
Questa sottrazione rende molto più potenti le crepe. Quando il passato riesce a entrare, non abbiamo la sensazione che il personaggio stia “recitando il trauma”. Vediamo piuttosto un uomo che da decenni ha imparato a non lasciarlo uscire e che improvvisamente si ritrova senza abbastanza strumenti per contenerlo.
Giannini ha raccontato di essere stato portato da Bechis nei luoghi della propria detenzione e di aver trovato soprattutto negli occhi del regista la porta d’accesso al personaggio. L’aneddoto aiuta a comprendere la natura della performance: non imitare superficialmente qualcuno che ha vissuto quell’esperienza, ma cercare di capire quale peso rimanga in una persona molti anni dopo.
Salvare vite dopo non cancella quelle che non hai potuto salvare prima
La scelta di fare di Mariano un medico possiede una forza enorme. Nel presente salva vite. È il suo mestiere, la sua competenza e forse, almeno parzialmente, il modo attraverso cui ha organizzato un’intera esistenza dopo essere uscito dall’Argentina.
Ma proprio questa capacità crea un cortocircuito dolorosissimo con il passato. Oggi Mariano può intervenire su un corpo e tentare di strapparlo alla morte. Allora possedeva già conoscenze mediche, ma quelle conoscenze venivano utilizzate dentro un sistema costruito per torturare e uccidere. Ciò che nella vita libera significa cura poteva diventare, dentro la prigione, parte di un meccanismo completamente opposto.
Il film non deve esplicitare continuamente questa contraddizione. Basta osservare Mariano al lavoro per capire che ogni vita salvata convive inevitabilmente con quelle che non poté salvare.
Il punto non è che esercitare la medicina rappresenti una forma di espiazione programmata. Sarebbe una lettura troppo semplice. È più interessante immaginare che Mariano abbia scelto un mestiere nel quale la relazione fra azione e conseguenza è finalmente chiara: qualcuno sta male, lui prova ad aiutarlo. La prigionia gli aveva tolto precisamente questa chiarezza morale.
Le donne e la memoria che passa attraverso il corpo
Attorno a Mariano, Bechis costruisce un mosaico di sopravvivenze differenti. Particolarmente intensa è la figura legata alla memoria di una madre desaparecida, assassinata e gettata in mare durante uno dei voli della morte. La figlia cerca quasi fisicamente tracce di quella presenza, arrivando a riconoscerla nell’odore di sconosciute incontrate quotidianamente.
È una delle idee più belle del film perché porta la memoria fuori dalla dimensione puramente intellettuale. Il passato non è semplicemente ciò che ricordiamo. Può essere un odore, un gesto, un movimento o qualcosa che il corpo riconosce prima ancora che la ragione sappia nominarlo.
In questo senso Ritorno a Buenos Aires racconta magnificamente la differenza fra Storia e memoria. La Storia ha date, documenti, processi e responsabilità. La memoria è infinitamente più disordinata. Non possiamo ordinarle di manifestarsi soltanto quando siamo pronti.
Per Mariano accade lo stesso. Buenos Aires non è soltanto il luogo in cui ricordare. È un gigantesco dispositivo capace di riattivare associazioni che l’Italia aveva mantenuto a distanza.
Il comparto tecnico capisce che questo film non ha bisogno di gridare
L’entusiasmo nei confronti di Ritorno a Buenos Aires passa anche per una realizzazione tecnica estremamente controllata. La fotografia di Fabrizio La Palombara evita qualsiasi compiacimento estetizzante e lavora sulla concretezza degli spazi, sulle ombre e sui volti; il montaggio di Jacopo Quadri e Nicolò Tettamanti permette al passato di contaminare il presente senza trasformare il film in un semplice alternarsi di epoche; le musiche di Guglielmo Diana accompagnano la tensione senza dirigerla continuamente.
È significativo anche che il film non sia stato realmente girato a Buenos Aires, ma soprattutto tra Torino e Porto Alegre. Quella che vediamo è dunque, almeno parzialmente, una Buenos Aires ricostruita altrove. Il dato produttivo sembra quasi trasformarsi involontariamente in una perfetta estensione del personaggio: una città reale che esiste soprattutto attraverso la memoria di qualcuno che da decenni vive lontano.
La regia di Bechis asseconda questa sensazione di distanza e prossimità. Non cerca continuamente il virtuosismo, ma costruisce l’inquadratura affinché lo spettatore abbia abbastanza spazio per percepire il disagio. I silenzi hanno peso. Le attese possiedono una durata. Anche gli ambienti sembrano conservare una memoria indipendente dai personaggi.
Il film riesce così a essere molto duro senza diventare visivamente aggressivo in modo gratuito. Quando deve mostrare qualcosa, la mostra. Quando il fuori campo è più efficace, sa lasciare che sia lo spettatore a completare l’orrore. È una misura difficilissima da raggiungere.
Non tutti i sopravvissuti sopravvivono allo stesso modo
Una delle cose più intelligenti è che Bechis non costruisce una gerarchia morale fra chi è uscito dai centri clandestini. Non esiste il sopravvissuto esemplare e non esiste il sopravvissuto impuro. Esistono persone che hanno risposto in modi differenti a condizioni costruite precisamente per spezzarle.
Lo stesso regista, parlando della propria esperienza, ha affermato qualcosa di decisivo: non essere stato costretto a denunciare qualcuno non lo rende migliore di Mariano. Se fosse rimasto prigioniero per due anni, dice, non sa come si sarebbe comportato. È forse l’affermazione che meglio spiega l’etica del film.
È facilissimo giudicare il comportamento di qualcuno quando osserviamo la situazione dalla sicurezza del presente. Molto più difficile è immaginare realmente cosa significhi avere davanti un sistema che controlla il dolore, la fame, la paura, la sopravvivenza e persino il destino delle persone che amiamo.
Ritorno a Buenos Aires ci obbliga a rinunciare alla comodità della risposta astratta. Avremmo resistito, parlato, collaborato, avremmo cercato di salvare qualcuno, avremmo soltanto cercato di rimanere vivi? Non lo sappiamo. Ed è precisamente questo che rende qualsiasi giudizio così fragile.
Essere dalla parte sbagliata della Storia senza averla scelta
C’è una formula che continua a tornare mentre guardiamo Mariano: essere dalla parte sbagliata della Storia. Ma Ritorno a Buenos Aires la distrugge lentamente.
Perché Mariano non ha scelto quella parte. Qualcuno lo ha sequestrato, torturato e inserito deliberatamente dentro un sistema nel quale ogni decisione era contaminata dalla coercizione. Poi lo stesso sistema lo ha restituito alla società lasciandogli addosso il sospetto di averne fatto parte. È quasi una seconda condanna. Prima ti tolgo la libertà, poi ti costringo a collaborare. Infine ti restituisco la libertà facendo in modo che gli altri dubitino di te.
Da questo punto di vista la repressione non ha soltanto eliminato oppositori. Ha manipolato le relazioni fra le persone, trasformando alcune vittime in figure ambigue agli occhi delle altre.
La domanda morale che Bechis pone è devastante: quando un sistema costringe una vittima a compiere un gesto, a chi appartiene veramente quel gesto? Il film non prova nemmeno a costruire un’equazione attraverso cui quantificare queste responsabilità. Fa qualcosa di molto più intelligente: ci obbliga a convivere con la domanda.
Il processo serve alla giustizia, ma Mariano deve affrontare un tribunale molto più antico
Formalmente, Ritorno a Buenos Aires procede verso una testimonianza. Mariano deve presentarsi davanti a un tribunale e raccontare. Ciò che progressivamente comprendiamo è però che il processo giudiziario rappresenta soltanto la superficie.
Mariano si sta processando da trentatré anni. Accusa, difesa e giudice coincidono nella stessa persona.
È un processo completamente truccato perché l’imputato conosce soltanto ciò che ha fatto, mentre tende a dimenticare continuamente le condizioni nelle quali fu costretto a farlo. È la stessa distorsione prodotta dai carnefici: far sì che la vittima giudichi il proprio comportamento come se fosse stata libera.
La testimonianza può allora assumere una funzione diversa. Non necessariamente liberare Mariano, perché il film è abbastanza intelligente da non promettere guarigioni miracolose, ma restituire la causalità alla Storia.
Qualcuno ha creato le condizioni nelle quali Mariano fu costretto a diventare ciò che ancora oggi non riesce a perdonarsi.
La responsabilità torna finalmente nella direzione dalla quale proveniva.
Testimoniare significa spostare la vergogna
Ed è probabilmente questo il punto politico più potente del film.
Le dittature producono una straordinaria inversione della vergogna. Le vittime vengono costrette a nascondersi, a giustificarsi, a spiegare perché siano sopravvissute, mentre i sistemi che hanno organizzato la violenza cercano di assorbirsi nella normalità della Storia.
Un processo può almeno tentare di correggere questa inversione. Testimoniare significa dire pubblicamente che la vergogna non appartiene a chi è stato torturato. Non appartiene a chi ha avuto paura. Non appartiene a chi è stato costretto. Appartiene a chi ha costruito il sistema che rendeva tutto questo possibile.
È una distinzione semplice da formulare e tremendamente difficile da interiorizzare. Il percorso di Mariano consiste proprio nel tentativo di trasferire nuovamente quella responsabilità verso il luogo al quale appartiene.
Ritorno a Buenos Aires non cerca una risposta perché una risposta sarebbe troppo facile
È qui che la recensione entusiasta trova, secondo me, la sua ragione più forte. Ritorno a Buenos Aires non è intelligente perché possiede una grande tesi da dimostrare. È intelligente perché sa quali domande non possono essere chiuse da una tesi.
Il film sarebbe enormemente meno interessante se lo facesse.
Le risposte semplici appartengono quasi sempre a chi osserva il trauma dall’esterno. Chi lo ha vissuto sa che le categorie tendono a confondersi molto più rapidamente.
Un film civile che non utilizza mai la Storia come alibi
Molto cinema civile finisce per diventare importante prima ancora di essere bello. Il valore storico dell’argomento sembra qualche volta sufficiente a giustificare la debolezza del film. Ritorno a Buenos Aires evita completamente questo problema. È innanzitutto cinema.
Possiede una struttura narrativa solida, un protagonista magnificamente costruito, una fotografia coerente, un montaggio che comprende la natura discontinua della memoria e una serie di interpretazioni che restituiscono persone prima ancora che simboli.
Per questo il discorso politico diventa ancora più forte. Non dobbiamo ammirare il film perché parla dei desaparecidos. Ci interessa la storia di Mariano e, proprio perché ci interessa Mariano, siamo costretti a confrontarci con ciò che quella dittatura fece agli individui. La grande Storia entra attraverso una persona. Non il contrario.
Il finale non cancella nulla, ed è proprio per questo che funziona
Senza trasformarlo in una promessa di guarigione, il film arriva progressivamente a una forma di movimento. Mariano non può cancellare ciò che è successo. Non può riportare indietro chi è scomparso, non può modificare ciò che fu costretto a fare e soprattutto non può recuperare la persona che sarebbe stato senza quella esperienza. Può però testimoniare, può nominare, può rimettere in ordine almeno una parte delle responsabilità.
È poco rispetto a ciò che è stato perduto, ma è enormemente più di niente. Il finale funziona proprio perché non confonde questo movimento con la guarigione. Non esiste un punto in cui Mariano diventa improvvisamente “risolto”. C’è semmai la possibilità che smetta, almeno per un momento, di considerarsi l’unico imputato della propria esistenza.
E in un film che ha raccontato per quasi due ore un uomo imprigionato soprattutto dentro il proprio giudizio, è già una forma enorme di libertà.
Marco Bechis realizza un film sulla dittatura che riguarda soprattutto la responsabilità
Ritorno a Buenos Aires racconta i desaparecidos, le torture, la repressione argentina e le ferite lasciate da uno dei periodi più oscuri della storia latinoamericana. Lo fa con una chiarezza che non cerca attenuanti e con immagini capaci di affrontare la crudeltà senza trasformarla in spettacolo.
Ma la cosa più forte arriva dopo. Il film ci mette davanti a un uomo che il potere ha prima trasformato in vittima e poi costretto a vivere come se potesse essere stato anche complice. E ci chiede di giudicarlo.
Poi, lentamente, ci toglie tutti gli strumenti facili con cui avremmo potuto farlo. È possibile essere innocenti e sentirsi colpevoli. È possibile essere vittime e apparire dalla parte sbagliata della Storia. È possibile sopravvivere e continuare per decenni a domandarsi se avevamo il diritto di farlo.
Marco Bechis non offre soluzioni perché non ce ne sono di semplici. Adriano Giannini rende ogni contraddizione visibile senza bisogno di spiegarla. Il comparto tecnico sostiene questo conflitto con rigore e misura.
E ciò che rimane alla fine è qualcosa di molto più potente di una lezione sulla dittatura argentina: il dubbio su quanto sarebbe facile continuare a considerarci moralmente integri se qualcuno ci togliesse, insieme alla libertà, anche la possibilità di scegliere chi essere.
È lì che Ritorno a Buenos Aires diventa grande cinema. Non quando ci mostra chi erano i carnefici. Ma quando ci costringe a domandarci quanto sia ingiusto pretendere che una vittima debba dimostrare di essere rimasta pura anche dentro l’inferno.


