Refn torna al cinema con un inferno forse reale e una nebbia che cancella progressivamente il confine fra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere

Bentornati nell’inferno al neon di Nicolas Winding Refn

Bastano pochi minuti perché Her Private Hell dichiari inequivocabilmente chi lo ha diretto. Una metropoli futuristica emerge da una nebbia innaturale, gli spazi sembrano contemporaneamente reali e artificiali, i personaggi vengono inghiottiti da rossi, viola e blu saturissimi e qualsiasi fonte luminosa sembra esistere meno per illuminare l’ambiente, ma piuttosto per deformarlo.

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio dopo dieci anni e non sembra avere alcun interesse a presentarsi nuovamente al pubblico. Non cerca un linguaggio diverso, non attenua i propri manierismi e soprattutto non sembra preoccupato che qualcuno possa accusarlo di essere diventato la parodia di sé stesso. Al contrario, prende quasi tutti gli elementi attraverso cui abbiamo imparato a riconoscerlo e li spinge ancora una volta dentro l’inquadratura.

È proprio questo uno dei punti sui quali la critica che lo ha visto a Cannes si è maggiormente divisa. Per alcuni Her Private Hell è diventato una sorta di catalogo dei marchi di fabbrica di Refn: neon, violenza, donne bellissime e imperscrutabili, uomini silenziosi, pelle, sangue, pose, dialoghi volutamente innaturali. L’obiezione è comprensibile perché il film non prova praticamente mai a sottrarsi al proprio autore.

Eppure è difficile guardare queste immagini e non riconoscere ancora una capacità visiva straordinaria. Refn non utilizza la luce per mostrarci il mondo. Utilizza la luce per contaminarlo.

I colori acidi diventano materia, modificano i volti, separano i personaggi dallo spazio e trasformano ogni ambiente in una dimensione mentale prima ancora che fisica. Non importa sempre sapere dove siamo, perché spesso il film sembra più interessato a stabilire come dobbiamo sentirci mentre siamo lì.

La nebbia non nasconde soltanto la città

La prima immagine davvero importante è però forse quella meno colorata: la nebbia. Avvolge la metropoli, cancella gli orizzonti, rende pericoloso ciò che non possiamo vedere e introduce immediatamente la sensazione che qualcosa possa comparire davanti ai personaggi senza essere mai stato realmente annunciato. È un’immagine potentissima anche perché Refn non la utilizza soltanto come atmosfera.

Più Her Private Hell procede, più viene spontaneo pensare che la nebbia sia il film. Non sappiamo esattamente dove finisca una dimensione e ne cominci un’altra. Non comprendiamo immediatamente se ciò che vediamo appartenga al presente, al passato, alla finzione cinematografica costruita dai personaggi oppure a una proiezione mentale. Alcuni elementi sembrano promettere una spiegazione narrativa e successivamente vengono semplicemente assorbiti da qualcos’altro.

È frustrante? A tratti sì. La trama possiede una frammentarietà che non sempre riesce a trasformare la dispersione in mistero. Refn apre continuamente porte e non sembra particolarmente interessato a dirci quali dovremo attraversare. Elle, suo padre Johnny Thunders, Hunter, Dominique, Nico, il Leather Man, Private K e gli altri personaggi sembrano appartenere inizialmente a una storia che dovrebbe progressivamente ricomporsi. Invece accade quasi il contrario.

Più elementi abbiamo, meno siamo sicuri della forma complessiva. Ma proprio qui emerge una delle caratteristiche più affascinanti del film: forse l’errore consiste nel pensare che dietro la nebbia debba necessariamente esserci qualcosa di perfettamente nitido.

Un film che comincia a girare un altro film e poi la nebbia

L’elemento metacinematografico è probabilmente quello che rende Her Private Hell ancora più debole. Dentro il film esiste un altro film, e a un certo punto il set, la finzione che vi viene costruita e il racconto che stiamo guardando iniziano a contaminarsi.

Normalmente il cinema nel cinema ci fornisce degli indicatori. Cambia il formato, cambia il linguaggio, compare una macchina da presa oppure viene stabilita una cornice abbastanza chiara da permetterci di distinguere i livelli.

Refn sembra divertirsi a togliere progressivamente questi appigli.

Quello che inizialmente possiamo identificare come il film girato dai personaggi comincia a occupare lo stesso spazio percettivo del film che stiamo guardando. Non esiste necessariamente un momento preciso nel quale possiamo dire: ecco, adesso siamo passati dall’altra parte. Semplicemente accade. O forse era già accaduto.

È una scelta che può produrre spaesamento, e certamente contribuisce alla sensazione di dispersione narrativa. Tuttavia, proprio perché Her Private Hell è costruito intorno alla perdita dei confini, quella confusione comincia progressivamente ad apparire coerente con l’intero dispositivo.

La finzione cinematografica diventa indistinguibile dalla realtà nello stesso modo in cui il ricordo può diventare indistinguibile dal sogno. E ancora una volta torniamo alla nebbia.

Private K attraversa un altro film. Forse

È soprattutto l’arrivo di Private K, interpretato da Charles Melton, a rendere evidente quanto Refn non sia interessato a preservare una realtà unica. Il soldato americano impegnato nella ricerca della figlia sembra provenire quasi da un’altra opera: cambia l’immaginario, cambia il tempo, cambia la relazione con lo spazio e cambia persino il genere cinematografico attraverso cui leggiamo ciò che accade.

Il nome stesso porta con sé inevitabili suggestioni, ma Refn non costruisce un sistema di riferimenti affinché possiamo risolverlo come un rebus. Private K è soprattutto una figura in movimento. Un uomo che cerca qualcuno attraversando un inferno la cui geografia non sembra sottostare alle regole del mondo reale.

Sapere che il film è nato dopo l’esperienza di morte vissuta da Refn rende questa parte inevitabilmente ancora più suggestiva. Senza trasformare l’intera opera in una semplice allegoria autobiografica, diventa difficile non percepire la ricerca, l’inferno e il ritorno come elementi legati a quell’esperienza.

Ma Refn non sembra voler raccontare la morte.

Sembra voler raccontare attraverso una narrazione razionale, la sensazione di aver attraversato qualcosa alla ricerca di qualcuno che non può essere riportato indietro. Forse è anche per questo che Her Private Hell procede per immagini prima che per cause.

Personaggi apparentemente ridicoli che finiscono per diventare irresistibili

Ci sono momenti in cui Her Private Hell sembra pericolosamente vicino al kitsch. Alcuni personaggi entrano in scena con nomi, costumi, pose e dialoghi che potrebbero sembrare provenire dalla parodia di un film di Nicolas Winding Refn. Personaggi che non entrano semplicemente in una stanza: sembrano apparire dentro un’inquadratura già consapevoli di essere icone.

Eppure, stranamente, funzionano. Anzi, alcuni dei personaggi che inizialmente possono sembrare più cringe, poi diventano progressivamente fra i più affascinanti. Refn possiede una capacità particolare di prendere qualcosa che in qualsiasi altro film rischierebbe di risultare involontariamente ridicolo e mantenerlo abbastanza a lungo davanti alla macchina da presa perché la nostra percezione cambi.

Il kitsch smette di essere un incidente e diventa linguaggio. Dougray Scott, Sophie Thatcher, Kristine Froseth, Havana Rose Liu, Diego Calva e soprattutto Charles Melton devono muoversi dentro un universo nel quale il naturalismo sarebbe quasi un errore. Non interpretano persone secondo una grammatica realistica, ma figure sospese fra personaggio, archetipo e immagine.

È una scelta rischiosa perché elimina molti degli strumenti attraverso cui normalmente costruiamo empatia. Tuttavia, quando funziona, produce qualcosa di stranamente magnetico. Non necessariamente comprendiamo queste persone, però vogliamo continuare a guardarle.

Sophie Thatcher è perfetta dentro un mondo che sembra non volerla spiegare

Sophie Thatcher possiede il volto ideale per questo universo. Elle può essere fragile e glaciale quasi contemporaneamente, e Refn la fotografa come se il volto stesso fosse un paesaggio sul quale proiettare colori, desideri e paure.

Il rischio sarebbe ridurla a superficie. È un’accusa che accompagna da tempo il cinema del regista, soprattutto nel modo in cui costruisce e osserva i corpi femminili. Her Private Hell non elimina affatto questa componente e, anzi, continua deliberatamente a giocare con bellezza, desiderio e artificialità.

Thatcher riesce però a produrre una presenza che eccede l’immagine. Elle sembra spesso sapere qualcosa che noi non sappiamo oppure, al contrario, essere persa quanto noi dentro il mondo che attraversa. È una condizione particolarmente efficace perché impedisce di utilizzarla semplicemente come guida.

Non abbiamo una protagonista incaricata di accompagnarci attraverso l’inferno. Abbiamo una protagonista che potrebbe essere già dentro quell’inferno senza sapere esattamente quando vi sia entrata.

La fotografia non accompagna Her Private Hell: lo divora

Arrivati a un certo punto, la distinzione fra trama ed estetica smette quasi di avere senso. Ed è contemporaneamente il pregio più evidente e il limite maggiore del film. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck è talmente dominante che qualsiasi sviluppo narrativo sembra dover negoziare la propria esistenza con l’immagine. I personaggi possono parlare, combattere, desiderarsi e cercarsi, ma prima ancora noi vediamo il colore, le sagome, i riflessi.

Refn continua a comporre immagini che sembrano poter vivere indipendentemente dal racconto. A volte questa autonomia diventa problematica: abbiamo la sensazione che la storia si stia dissolvendo sotto una superficie troppo potente per lasciarle spazio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare questa dinamica con il vecchio rimprovero dello stile sopra la sostanza.

Perché in Her Private Hell lo stile è una parte sostanziale del contenuto. Un film costruito sulla perdita di coordinate non potrebbe essere raccontato con immagini perfettamente trasparenti. La fotografia ci impedisce di vedere chiaramente nello stesso modo in cui la struttura ci impedisce di comprendere chiaramente. La forma e il limite finiscono quasi per coincidere.

Pino Donaggio

Fin qui abbiamo parlato di un film affascinante. Con Pino Donaggio, però, entriamo in un altro campionato. La musica di Her Private Hell non accompagna semplicemente le immagini di Nicolas Winding Refn. A volte sembra provenire da un film ancora più grande, più tragico e più romantico di quello che stiamo guardando.

Donaggio possiede una storia cinematografica che porta inevitabilmente con sé Brian De Palma, il thriller, il melodramma, l’horror, il desiderio e una certa idea di cinema nella quale una melodia può essere contemporaneamente bellissima e minacciosa. Refn comprende perfettamente cosa significhi mettere quella sensibilità dentro il proprio universo sintetico.

Donaggio concede profondità emotiva persino alle immagini che rischierebbero di rimanere pura composizione. Dove il dialogo si fa volutamente artificiale, Donaggio introduce sentimento. Dove la narrazione si frantuma, la musica crea continuità. Dove Refn costruisce distanza, la partitura apre improvvisamente una ferita.

Il rapporto fra Refn e Donaggio genera una tensione bellissima: le immagini sembrano provenire dal futuro, la musica porta con sé il fantasma di un cinema del passato e Her Private Hell rimane intrappolato esattamente nel mezzo.

Non è semplicemente una bella colonna sonora. È un’altra dimensione del film.

Il problema della trama esiste. Ed è inutile fingere il contrario

Essere affascinati da Her Private Hell non significa dover trasformare ogni sua debolezza in una scelta geniale. La dispersione narrativa esiste. Ci sono passaggi in cui il film sembra aprire una linea narrativa per poi abbandonarla, personaggi che possiedono un’enorme forza iconografica ma una funzione narrativa più incerta e transizioni fra livelli della storia talmente opache da rendere difficile capire se siamo davanti a un’ambiguità intenzionale oppure semplicemente a una narrazione che ha smesso di preoccuparsi della propria leggibilità.

Se si cerca un racconto nel quale le immagini costruiscano progressivamente un significato decifrabile, Her Private Hell può diventare esasperante. Non offre allo spettatore la soddisfazione di scoprire che tutti i frammenti facevano parte dello stesso puzzle. Forse non c’è nessun puzzle. Questa è la possibilità che rende il film così strano.

La frammentarietà può essere un limite senza diventare necessariamente un fallimento. In alcuni momenti Refn perde il racconto dentro il proprio immaginario; in altri, invece, quella stessa perdita produce immagini che difficilmente avrebbero avuto la medesima forza dentro una struttura più disciplinata.

È una contraddizione che non deve essere risolta. Her Private Hell funziona anche quando rischia di non funzionare.

È tutto già Refn. Ed è proprio questo il problema. Oppure il piacere

La critica più dura ha rimproverato al regista di avere realizzato quasi un greatest hits della propria filmografia. È impossibile non capire da dove provenga l’accusa. Dopo dieci anni senza lungometraggi, Refn ritorna con un film che sembra immediatamente imparentato con The Neon Demon, Only God Forgives, Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy. Ma forse chiedere a Refn di smettere di essere Refn è diventato un esercizio abbastanza sterile.

Il punto interessante è capire se quelle ossessioni riescano ancora a generare qualcosa. Probabilmente, non hanno la stessa forza. Ci sono pochissimi registi contemporanei dei quali possiamo riconoscere un’inquadratura senza conoscere il film da cui proviene. Refn appartiene ancora a quel gruppo. E in un panorama audiovisivo che tende continuamente all’omogeneizzazione, avere un autore che può risultare irritante, eccessivo, manierista e persino ridicolo ma mai anonimo possiede un valore enorme.

Her Private Hell può sembrare troppo Refn. Ma non potrebbe essere di nessun altro.

Forse non dobbiamo uscire dalla nebbia

Alla fine rimane la sensazione che Her Private Hell non voglia realmente portarci da qualche parte. Vuole farci attraversare qualcosa. La nebbia che all’inizio sembrava semplicemente nascondere un pericolo finisce per diventare la metafora perfetta dell’esperienza. Cerchiamo continuamente una figura oltre il bianco, convinti che fra pochi secondi riusciremo finalmente a riconoscerla. Poi facciamo un passo avanti e la distanza rimane identica.

Refn sembra costruire il film precisamente dentro quello spazio. Non tutto torna. Non tutto deve necessariamente tornare. Soprattutto, non tutto ciò che non comprendiamo acquista automaticamente profondità. È importante dirlo, perché altrimenti qualsiasi opacità diventerebbe una qualità per definizione. Her Private Hell possiede autentiche dispersioni e qualche volta sembra talmente innamorato della propria immagine da dimenticare cosa stesse raccontando.

Her Private Hell: usciamo dalla sala e la risposta è soltanto «What the f**k?»

Forse il modo migliore di raccontare Her Private Hell è partire dalla sensazione che lascia quando si riaccendono le luci.

What the f**k?

Non nel senso di un film che abbia necessariamente costruito un mistero da risolvere. Piuttosto quella particolare sensazione di avere trascorso quasi due ore dentro l’immaginario di qualcun altro e di non essere ancora sicuri delle regole che lo governavano.

La trama si è frammentata. La nebbia ha cancellato i confini. Personaggi che inizialmente sembravano quasi kitsch sono diventati stranamente magnetici. Le luci acide ci hanno impedito di dimenticare anche le sequenze delle quali forse non sapremmo spiegare completamente il significato.

E Pino Donaggio ha composto una colonna sonora che sembra appartenere contemporaneamente a questo film, a un altro film e a un cinema che esiste soltanto nella memoria.

È un’opera imperfetta, certamente. Forse persino volutamente irrisolta. Ma è anche un’esperienza audiovisiva talmente personale che le sue debolezze finiscono per diventare inseparabili da ciò che la rende affascinante.

Dieci anni dopo The Neon Demon, Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio senza chiedere permesso, senza rendersi più accessibile e soprattutto senza offrirci una mappa.

E quando usciamo dalla sala non siamo completamente sicuri di ciò che abbiamo appena visto.

What the f**k?

Già.

È Refn.

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