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  • Da Venezia 83 – What Love Builds: Russell Crowe racconta ciò che Hollywood non è mai riuscita a contenergli

Un autoritratto, certamente, ma umano, autoironico e vitale, in cui la celebrità conta molto meno di tutto ciò che l’amore ha costruito prima, durante e dopo di essa

Nel 1970 arrivano una chitarra e un set cinematografico

Russell Crowe individua nel 1970 una coincidenza quasi perfetta. È l’anno in cui mette piede per la prima volta su un set cinematografico e quello in cui riceve la sua prima chitarra. Due eventi che, osservati retrospettivamente, sembrerebbero indicare l’inizio di due strade differenti: da una parte il cinema, che lo porterà all’Oscar, a Il gladiatore, Insider, A Beautiful Mind, Master and Commander e alla dimensione della star internazionale; dall’altra la musica, rimasta per gran parte del pubblico qualcosa di laterale, una passione coltivata parallelamente alla carriera principale.

What Love Builds esiste precisamente per contestare questa divisione. Crowe non considera la musica un hobby praticato da un attore famoso, né il cinema un mestiere che abbia finito casualmente per eclissare la sua identità musicale. Nella sua memoria le due cose nascono insieme e rimangono inseparabili perché rispondono allo stesso bisogno: raccontare qualcosa davanti a qualcuno.

Il film impiega appena novantanove minuti per attraversare quasi mezzo secolo, ma non produce mai l’impressione di una biografia illustrata che debba obbligatoriamente raggiungere tutte le tappe. Crowe seleziona soprattutto ciò che serve a ricostruire il rapporto tra questi due linguaggi, lasciando che il cinema emerga inevitabilmente ma senza trasformare la propria filmografia nel centro dell’operazione. È quasi paradossale: l’uomo che il mondo riconosce immediatamente come una star cinematografica utilizza il film proprio per spostare il nostro sguardo altrove.

Non il musicista segreto di Russell Crowe, ma Russell Crowe musicista

Il punto più importante è probabilmente questo. Sarebbe facilissimo presentare What Love Builds come la scoperta di un lato nascosto: «Sapevate che Russell Crowe canta?». Sarebbe anche il modo più superficiale per interpretare il film, perché Crowe non ha mai realmente nascosto la propria attività musicale. Ha suonato per decenni, formato gruppi, organizzato concerti e costruito progressivamente quel progetto fluido che oggi ruota attorno agli Indoor Garden Party.

Ciò che il documentario deve superare è semmai la gerarchia che abbiamo costruito noi. Russell Crowe attore viene percepito come l’identità principale; Russell Crowe musicista come una curiosità. Lui cerca invece di mostrarci un’esistenza nella quale questa distinzione non abbia mai avuto molto senso, perché anche la scelta di un personaggio cinematografico, la costruzione di una canzone, il rapporto con il pubblico e la ricerca di un particolare stato emotivo appartengono allo stesso processo creativo.

È una prospettiva che potrebbe facilmente trasformarsi in rivendicazione. Crowe avrebbe abbastanza riconoscimenti per passare un’ora e mezza a spiegarci perché dovremmo prenderlo seriamente anche come musicista. Il film, invece, funziona proprio quando rifiuta questo atteggiamento e lascia che siano i concerti, le prove, gli errori, le collaborazioni e la continuità del percorso a costruire l’argomento. Non chiede di certificargli una seconda carriera. Ci mostra che per lui la carriera è sempre stata una sola.

Il cinema arriva dopo, il rock accade adesso

Una delle osservazioni più interessanti di Crowe riguarda la differenza temporale fra le due forme di performance. Il cinema richiede preparazione, concentrazione e costruzione, ma ciò che l’attore realizza sul set raggiungerà davvero lo spettatore mesi o persino anni dopo. Un’interpretazione viene girata, montata, musicata, distribuita e infine restituita all’attore quando ormai l’esperienza originaria appartiene al passato.

La musica dal vivo possiede la caratteristica opposta. Una nota suonata male esiste immediatamente, così come esiste immediatamente l’applauso, il silenzio, la risposta di un’altra persona sul palco o quel momento raro in cui un pubblico intero sembra respirare insieme alla band. Non esiste la protezione del montaggio, non esiste un’altra ripresa e soprattutto non esiste il ritardo fra gesto e conseguenza.

È evidente quanto Crowe ami questa immediatezza. Non perché svaluti il cinema, al contrario: ne parla come di un’avventura intellettuale capace di costruire emozioni attraverso il tempo. Ma sul palco riconosce un altro tipo di verità, più brutale e meno controllabile. Qui l’attore premio Oscar può tranquillamente diventare soltanto l’uomo con un microfono davanti a un pubblico che, in quel preciso momento, deve ancora decidere se seguirlo.

Diciotto milioni di piedi di materiale per arrivare a novantanove minuti

Crowe ha raccontato di aver cominciato il progetto quindici anni fa credendo che avrebbe richiesto più o meno un anno. Nel frattempo ha accumulato circa 18 milioni di piedi di materiale, una quantità quasi assurda di concerti, archivio e riprese attraverso cui ricostruire il percorso.

Ed è proprio qui che emerge una delle qualità meno appariscenti ma più importanti di What Love Builds: la capacità di rinunciare. Un archivio sterminato non produce automaticamente un film sterminato. Al contrario, la selezione diventa parte fondamentale dell’autoritratto, perché raccontare sé stessi significa anche decidere quali ricordi non siano necessari allo spettatore.

Il montaggio di Padraic McKinley, Matt Woolley e Joe Machart deve quindi risolvere un problema enorme. Quarantacinque anni di vita creativa potrebbero facilmente generare una serie televisiva, mentre il film procede con una leggerezza sorprendente, spostandosi fra epoche, concerti e confessioni senza dare l’impressione di consultare un archivio ordinato cronologicamente. Non importa che ogni tappa venga menzionata; importa capire cosa abbia continuato a muovere Crowe mentre tutto il resto cambiava.

La celebrità non è il punto di arrivo

La struttura evita soprattutto una tentazione tipica dell’autobiografia della star: trasformare il successo hollywoodiano nel climax inevitabile della vita. Sappiamo tutti cosa accade a Russell Crowe fra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Arrivano i grandi film, le nomination, l’Oscar e una popolarità internazionale che modifica completamente la scala della sua esistenza professionale.

What Love Builds non nega quella trasformazione, ma rifiuta di trattarla come soluzione. Diventare uno degli attori più richiesti del mondo non conclude la ricerca creativa iniziata con quella chitarra ricevuta da bambino, né rende improvvisamente inutile il desiderio di entrare in un pub e suonare. Il successo cinematografico diventa un’altra parte della storia, non la prova che tutto ciò che veniva prima servisse soltanto ad arrivarci.

Questa impostazione restituisce al film grande modestia nonostante il protagonista sia inevitabilmente ingombrante. Crowe non può fingere di non essere Russell Crowe, ma può scegliere di non costruire il racconto come una successione di trofei. Gli interessa maggiormente capire perché, dopo premi, blockbuster e tappeti rossi, continui ancora ad avere bisogno dell’incertezza di un palco.

L’uomo che sostiene di avere gestito male Hollywood

L’autoironia è uno degli ingredienti decisivi. Crowe riconosce di non aver mai pianificato davvero la propria carriera secondo una strategia industriale e scherza sull’idea di avere sostanzialmente “gestito male” Hollywood a proprio vantaggio. La battuta funziona perché dietro possiede una verità abbastanza evidente: osservando retrospettivamente le sue scelte, difficilmente troviamo la progressione ordinata di un attore ossessionato dalla conservazione dello status.

Dopo essere diventato una star globale ha continuato a scegliere film strani, progetti più piccoli, personaggi secondari e lavori lontani dalle aspettative costruite attorno alla sua immagine. Alcune decisioni hanno funzionato magnificamente, altre molto meno, ma la sensazione è quella di un artista che preferisca ancora essere incuriosito da qualcosa piuttosto che proteggere perfettamente la propria posizione.

Questa irregolarità rende What Love Builds molto più interessante di un’agiografia. Crowe non pretende di presentarci una linea ascendente perfettamente coerente, perché il suo rapporto con l’arte sembra fondarsi esattamente sull’opposto: il diritto di sbagliare direzione, fermarsi, tornare alla musica, entrare in un progetto soltanto perché in quel momento produce una scintilla.

Gli Indoor Garden Party sono più un luogo che una band

Anche il modo in cui Crowe descrive gli Indoor Garden Party dice molto della sua concezione artistica. Più che una formazione rigidamente definita, il progetto viene raccontato come un evento fluido, un luogo nel quale musicisti e narratori possono entrare, uscire, collaborare e costruire serate differenti. Non sembra interessargli particolarmente fissare un’identità immutabile della band, perché ciò che conta è la possibilità dell’incontro.

Questa apertura permette al film di trasformare progressivamente la musica da fatto individuale a esperienza collettiva. Crowe rimane certamente al centro, ma il piacere più evidente arriva quando racconta le persone con cui ha condiviso i palchi, quando una canzone cambia grazie a un altro musicista o quando una serata assume una direzione non completamente prevedibile.

È qui che il titolo What Love Builds comincia davvero ad acquistare significato. L’amore non ha costruito semplicemente una carriera musicale parallela; ha costruito relazioni, opportunità, gruppi temporanei e memorie condivise. L’opera più importante non è necessariamente il concerto o il film singolo, ma la rete di persone che continua a esistere dopo.

Una canzone può raccontare il tempo meglio di un’intervista

Il film diventa particolarmente efficace quando permette alle canzoni di sostituire la spiegazione. Take This Waltz, Time & Kindness, One Good Year e gli altri momenti musicali non sono semplicemente intermezzi concertistici inseriti fra una confessione e l’altra: diventano il modo attraverso cui il montaggio collega epoche differenti e permette alla musica di fare ciò che Crowe cerca continuamente di spiegarci a parole.

Take This Waltz, naturalmente legata a Leonard Cohen, assume una qualità particolarmente significativa. Crowe non cerca di competere con l’autore né di replicarne l’interpretazione; la porta dentro una voce, un corpo e un’età differenti, facendo del brano qualcosa che riguarda il proprio rapporto con il tempo. È proprio qui che la musica dimostra la propria capacità di trasformarsi mentre continua a essere riconoscibile.

Anche Time & Kindness contiene quasi programmaticamente il cuore del film. Tempo e gentilezza: due cose che nessuna carriera può acquistare attraverso la fama e che diventano sempre più importanti quando l’archivio comincia a riempirsi di persone più giovani, persone cambiate e persone che non ci sono più. Il cinema conserva quelle immagini; la musica permette ancora di farle respirare.

Russell Crowe non vuole necessariamente essere il miglior cantante nella stanza

Parte della diffidenza critica verso il film nasce inevitabilmente da una domanda: quanto è bravo davvero Russell Crowe come musicista? È una domanda legittima quando ci troviamo davanti a un concerto e probabilmente inevitabile quando una superstar cinematografica chiede attenzione per un’altra attività artistica. Una parte della critica, particolarmente severa, conclude proprio che, nonostante tutto, Crowe rimanga più convincente come attore che come rocker.

La cosa curiosa è che What Love Builds non mi sembra avere bisogno di dimostrare il contrario. Non serve stabilire che Crowe sia segretamente uno dei grandi cantanti rock della propria generazione perché il film funzioni. La musica viene presentata principalmente come linguaggio necessario alla persona che la pratica, non come disciplina nella quale ottenere un’altra medaglia da aggiungere all’Oscar.

Questo cambia molto la prospettiva. Possiamo preferire Crowe davanti alla macchina da presa e contemporaneamente comprendere perché la sua vita non possa esaurirsi dentro quella capacità. La musica gli restituisce qualcosa che il cinema, proprio per la propria macchina produttiva, non può concedergli nello stesso modo: immediatezza, comunità, rischio e la possibilità di fallire davanti a tutti senza che qualcuno possa chiedere un’altra ripresa.

What Love Builds non vuole convincerci che Russell Crowe sia umile

Sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che il film cancelli completamente l’ego. È Russell Crowe che scrive Russell Crowe, dirige Russell Crowe e racconta Russell Crowe. Un autoritratto nasce necessariamente da una scelta di cosa mostrare e cosa nascondere, e anche l’autoironia è una forma di costruzione dell’immagine.

Ma la questione interessante non è stabilire se l’ego esista. Naturalmente esiste. La domanda è cosa ne faccia il film. Qui l’autore non sembra interessato a costruire una dimostrazione di grandezza quanto a ricomporre la propria identità creativa davanti a un pubblico che per decenni ne ha conosciuto soltanto la componente più visibile.

La differenza è sostanziale. L’autobiografia diventa insopportabile quando chiede continuamente allo spettatore di riconoscere l’eccezionalità del suo protagonista; può invece diventare coinvolgente quando utilizza una vita straordinaria per raccontare sentimenti estremamente ordinari. Il desiderio di essere compresi, il bisogno di continuare a fare qualcosa anche quando gli altri non ne vedono la necessità, l’insicurezza e il piacere di condividere una passione sono esperienze molto più universali dell’Oscar che inevitabilmente incombe sulla sua biografia.

Dopo Intermission, il confronto veneziano viene praticamente da solo

È quasi impossibile non pensare alla coincidenza della programmazione veneziana. Poche ore prima avevamo visto Yonfan costruire con Intermission un autoritratto di 225 minuti, dichiaratamente non-documentario e organizzato attraverso quindici film precedenti. Poco dopo Russell Crowe entra nella stessa sezione con un’altra opera nella quale autore, protagonista e narratore coincidono.

Non avrebbe senso utilizzare i due film per stabilire chi possieda una carriera più interessante, né ridurre tutto a una gara di minutaggio. Ma visti uno accanto all’altro chiariscono magnificamente quanto la misura faccia parte dell’autoritratto. Crowe possedeva materiali sufficienti per raccontarsi per molte ore e sceglie di costruire un film da novantanove minuti, nel quale persino alcuni passaggi potenzialmente monumentali vengono attraversati rapidamente per tornare alla musica e alle persone.

Ne deriva una sensazione differente. Yonfan sembra chiedere allo spettatore di entrare dentro la propria opera completa e contemplarne la coerenza; Crowe ci invita più semplicemente a sedersi accanto a lui mentre prova a spiegare perché, dopo tutto quello che gli è successo, continui a voler salire su un palco. Il secondo gesto, almeno per me, risulta molto più generoso.

L’autoritratto funziona quando lascia spazio all’imperfezione

Crowe racconta anche i momenti meno lineari senza trasformarli necessariamente nelle tappe preparatorie di una vittoria futura. C’è qualcosa di molto piacevole nel modo in cui il film accetta che una carriera artistica possa essere composta da deviazioni, occasioni sbagliate, club quasi vuoti, progetti che non conducono da nessuna parte e decisioni che agli occhi dell’industria potrebbero apparire prive di logica.

È una filosofia che retroattivamente chiarisce anche parte del suo percorso cinematografico. L’artista più interessante di What Love Builds non è quello che ha saputo costruire perfettamente una carriera, ma quello che ha continuato a proteggerne una parte dall’obbligo di diventare completamente razionale. La musica sembra essere stata precisamente quello spazio.

Da questo punto di vista, la confessione non possiede davvero il carattere nostalgico di chi pensa che il meglio sia ormai alle spalle. Crowe guarda indietro perché dispone finalmente di abbastanza materiale per capire alcuni legami, ma continua a parlare di concerti, progetti, collaborazioni e futuro. Non sta chiudendo il libro; sta semplicemente cercando di comprendere quale storia abbia scritto fino a quel momento.

Il titolo contiene tutto ciò che il film vuole dire

What Love Builds. Ciò che l’amore costruisce.

Il titolo potrebbe apparire enfatico se il film cercasse di riferirlo soltanto alla carriera di Russell Crowe. Acquista invece una forza diversa quando comprendiamo che l’oggetto del verbo non è necessariamente il successo. L’amore per la musica costruisce amicizie, produce deviazioni professionali, porta davanti a pubblici piccoli quando si potrebbe stare altrove e conserva un senso di identità che nessun premio riesce completamente a sostituire.

Anche Hollywood ha costruito qualcosa, certamente. Ha costruito una star, un’immagine pubblica, un corpo cinematografico immediatamente riconoscibile e una carriera che appartiene ormai alla cultura popolare. Ma il film sembra interessato soprattutto a ciò che è sopravvissuto parallelamente e qualche volta nonostante tutto questo.

La musica accompagna Crowe prima dell’Oscar, durante l’Oscar e molto dopo. Non certifica una grandezza, non risolve un’insicurezza e non gli garantisce automaticamente lo stesso livello di riconoscimento ottenuto come attore. Proprio per questo continua a essere importante: è qualcosa che non ha avuto bisogno di vincere per meritare di essere fatto.

Più che raccontare la propria carriera, Crowe racconta perché non vuole ancora smettere

Ed è forse questo che rende il film così vitale. Il materiale d’archivio potrebbe suggerire una retrospettiva, ma What Love Builds non possiede il tono di un bilancio definitivo. Russell Crowe ha sessantadue anni, parla del desiderio di trascorrere più tempo con i figli e ironizza su una nuova fase della propria vita, ma contemporaneamente continua a progettare tournée e lavori cinematografici.

La memoria non diventa quindi un mausoleo. È uno strumento per capire cosa valga la pena portare avanti. I volti cambiano, le band cambiano, la fama cambia e inevitabilmente cambia anche la voce, ma il bisogno che aveva accompagnato quel bambino con la prima chitarra sembra essere ancora riconoscibile.

La cosa più bella è proprio questa continuità senza retorica del destino. Non bisogna credere che tutto fosse già scritto nel 1970. Al contrario, What Love Builds funziona perché mostra quanto poco fosse pianificato e quanto la vita artistica di Crowe sia stata costruita progressivamente attraverso incontri, errori e passioni alle quali ha continuato a dare spazio anche quando sarebbe stato più semplice lasciarle indietro.

What Love Builds è un autoritratto, ma soprattutto una dichiarazione d’amore al fare

Si può accusare il film di essere indulgente verso il proprio protagonista, e una parte della critica veneziana lo ha fatto. Si può anche sostenere che l’attore sia infinitamente più importante del musicista nella storia culturale degli ultimi trent’anni, cosa difficilmente contestabile. Ma nessuna di queste obiezioni tocca davvero ciò che rende What Love Builds così piacevole.

Russell Crowe non sta cercando di riscrivere la propria posizione nella storia della musica. Sta raccontando perché continua a fare musica anche senza averne bisogno. È una distinzione essenziale. Per un uomo che avrebbe potuto vivere per decenni soltanto della propria identità cinematografica, continuare a esporsi nei piccoli club, nei festival, nelle tournée e davanti a pubblici che possono giudicarlo immediatamente contiene qualcosa di profondamente sincero.

Il film diventa così una dichiarazione d’amore non soltanto alla musica ma al gesto stesso del creare. Recitare, cantare, raccontare una storia, mettere insieme persone che ammiri e accettare che il risultato possa anche non essere perfetto. L’integrità artistica di cui Crowe parla non consiste necessariamente nel produrre sempre capolavori, ma nel continuare a riconoscere quali cose facciamo perché gli altri se le aspettano e quali invece faremmo anche se nessuno ce le chiedesse.

È per questo che What Love Builds lascia una sensazione così positiva. Novantanove minuti dopo non abbiamo necessariamente scoperto un Russell Crowe che non esisteva prima. Abbiamo semplicemente capito meglio da dove arriva quello che conoscevamo già.

L’Oscar, Il gladiatore, i grandi registi e Hollywood possono spiegare perché Russell Crowe sia diventato famoso. What Love Builds prova invece a spiegare perché abbia continuato a creare una volta che esserlo non bastava più.

E la risposta, in fondo, è tutta nel titolo: alla fine conta meno ciò che il successo costruisce di ciò che continuiamo a costruire per amore. È sul palco, però, che questa idea smette di appartenere soltanto a Crowe. Davanti a un pubblico che canta con lui, in quella relazione immediata che per tutto il documentario ha distinto la musica dal cinema, Crowe grida: «The spirit of the people has not been broken».

A quel punto What Love Builds non è più soltanto un autoritratto. Perché finché esiste qualcosa capace di riunire le persone, farle cantare e creare insieme, quello spirito non è stato spezzato.

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