• Home
  • Drammatico
  • Da Venezia83 – No Paradise If You Are Killed by a Woman: quando essere donna diventa un’arma contro il terrore

Halkawt Mustafa trasforma la storia delle combattenti curde contro l’ISIS in un war movie feroce, spettacolare e particolarmente intimo, usando il cinema di genere senza vergognarsene e trova proprio lì la sua forza

Una donna entra nelle rovine di Mosul

All’inizio vediamo quasi soltanto rovine. È il 2016 e Mosul porta sul proprio corpo la guerra contro lo Stato Islamico. Dentro ciò che resta degli edifici si muove Vyan, cecchina curda dei Peshmerga, una figura già trasformata in leggenda tra i suoi compagni e in ossessione per i combattenti dell’ISIS. Sulla sua testa grava una taglia enorme, ma il film impiega pochissimo tempo a chiarire che il pericolo non è sufficiente per fermarla.

Halkawt Mustafa introduce la protagonista attraverso il movimento prima ancora che attraverso la psicologia. Vyan striscia, osserva, aspetta, prende la mira e spara. Non abbiamo bisogno di una lunga spiegazione per capire quanto sia brava: il suo corpo possiede già la precisione di qualcuno che ha trasformato la sopravvivenza in metodo. Avan Jamal comunica perfettamente questa sicurezza fisica e costruisce immediatamente una presenza magnetica, senza trasformare Vyan in una macchina priva di interiorità.

L’azione iniziale contiene già il nucleo dell’intero film. Vyan libera una giovane donna tenuta prigioniera e poi le mostra la fotografia della sorella Helin, cercando disperatamente una traccia. Dietro la combattente che sembra dominare perfettamente il caos esiste quindi una ricerca privata, dolorosa e irrisolta. Il film può assumere l’aspetto di un revenge movie, ma la vendetta non basta a spiegare ciò che muove la protagonista: Vyan combatte soprattutto perché continua a sperare che qualcuno possa ancora essere salvato.

Il titolo è già una dichiarazione di guerra

No Paradise If You Are Killed by a Woman è uno di quei titoli capaci di contenere quasi l’intero film. Nasce dalla credenza attribuita ai combattenti dell’ISIS secondo cui essere uccisi da una donna impedirebbe loro di raggiungere il paradiso. È una convinzione documentata anche durante la guerra, che le combattenti curde hanno saputo trasformare psicologicamente contro i propri avversari.

Mustafa prende questo elemento e ne comprende immediatamente il potenziale cinematografico. L’ISIS costruisce una cultura della morte nella quale il martirio dovrebbe rappresentare il passaggio verso una ricompensa ultraterrena; l’esistenza stessa delle combattenti curde altera quella logica. La donna che secondo quell’ideologia dovrebbe essere subordinata diventa improvvisamente la persona capace non soltanto di ucciderti, ma simbolicamente di negarti persino il significato che avevi attribuito alla tua morte.

Per questo il genere di Vyan non è una sovrastruttura applicata a posteriori a un normale film di guerra. È una componente concreta del conflitto. La sua presenza sul campo possiede una funzione militare, politica e psicologica. Mustafa riesce così a raccontare l’emancipazione senza costruire il solito discorso occidentale sulla donna forte che deve dimostrare di poter fare ciò che fa un uomo. Nel mondo delle Peshmerga che vediamo, Vyan non ha bisogno di chiedere il permesso per essere una combattente: lo è già.

Ed è una differenza enorme.

Prima della cecchina c’era una ragazza che viveva in Norvegia

Il film sarebbe molto meno interessante se si accontentasse dell’icona. Gradualmente scopriamo infatti che Vyan ha trascorso gran parte della propria vita in Norvegia, dove era arrivata da bambina insieme alla famiglia. Prima della guerra esisteva quindi un’altra quotidianità, lontanissima dalle rovine di Mosul e dal fucile da precisione con cui ora viene identificata.

La frattura arriva durante un ritorno nel Kurdistan iracheno. L’attacco dell’ISIS distrugge la famiglia, uccide i genitori e separa Vyan dalla sorella minore Helin. Ciò che viene dopo non è semplicemente un addestramento militare, ma la trasformazione di una giovane donna in qualcuno che trova nella disciplina del combattimento l’unico modo possibile per tenere insieme il dolore.

Qui Avan Jamal fa qualcosa di particolarmente efficace. Non interpreta Vyan come una persona che abbia superato il trauma, bensì come qualcuno che lo ha organizzato. La precisione del tiro, il controllo del corpo e persino una certa freddezza diventano strumenti attraverso cui impedire al passato di invaderla completamente. Il problema è che ciò che viene represso non scompare, e la ricerca della sorella continua a tenere aperta la ferita.

È anche per questo che le scene ambientate in Norvegia acquistano un significato sorprendente. Il passaggio dalla devastazione irachena all’ordine nordico potrebbe quasi sembrare appartenere a un altro film, ma la distanza serve precisamente a mostrare l’impossibilità di Vyan di rientrare semplicemente nella normalità. Le autorità norvegesi vedono una cittadina coinvolta in una guerra straniera, con una taglia sulla testa e un rischio evidente per sé e per gli altri. Lei vede invece un conflitto dal quale non può separarsi perché lì è rimasta sua sorella.

Entrambe le posizioni sono comprensibili. Soltanto una delle due, però, appartiene alla persona che ha vissuto tutto questo.

Un war movie che non ha paura di essere spettacolare

Mustafa non sembra sentire il bisogno di chiedere scusa per il cinema di genere. No Paradise If You Are Killed by a Woman vuole essere un film di guerra, un thriller, un’opera di vendetta e in alcuni momenti persino un action movie puro. Ci sono appostamenti, duelli a distanza, infiltrazioni, sparatorie, inseguimenti e una nemesi precisa verso cui la storia si muove.

È una scelta importante perché troppo spesso un argomento storico o politico viene considerato automaticamente più serio quanto più rinuncia ai codici popolari. Mustafa procede al contrario. Prende una realtà terribile e decide che il pubblico deve sentirne anche la tensione fisica, deve aspettare insieme a Vyan che una figura entri nel mirino e deve percepire il terrore di attraversare uno spazio nel quale la crepa in un muro può diventare improvvisamente una postazione nemica.

Il cinema di genere diventa allora un veicolo della memoria anziché il suo contrario. Un pubblico che non conosce la storia delle combattenti curde può entrare nel film attraverso una protagonista fortissima, un obiettivo immediatamente comprensibile e una costruzione narrativa accessibile. Una volta entrato, però, si trova davanti a qualcosa che nessuna spettacolarizzazione riesce completamente a cancellare: quelle macerie sono vere.

Il film è stato girato anche nella Mosul reale. Questo elemento cambia radicalmente la percezione delle immagini. Non stiamo osservando semplicemente una scenografia che imita una città distrutta affinché l’azione risulti più credibile; stiamo guardando un luogo che porta ancora materialmente i segni di ciò che la storia racconta. Mustafa ha indicato proprio la possibilità di girare lì come una delle caratteristiche fondamentali dell’opera.

Il genere incontra quindi il documento senza diventare documentario. Una parete sventrata può contemporaneamente offrire al cecchino una linea di tiro e ricordarci che prima di diventare elemento di messa in scena era la parete della casa di qualcuno.

Avan Jamal: un’eroina d’azione che rimane completamente umana

Molto del film dipende inevitabilmente da Avan Jamal, ed è difficile immaginare No Paradise If You Are Killed by a Woman senza la precisione con cui costruisce Vyan. La sua è una performance che lavora contemporaneamente sulla fisicità e sulla sottrazione. Può essere feroce senza trasformarsi in caricatura, vulnerabile senza che il film abbia bisogno di disarmarla per ricordarci che è una donna.

È un equilibrio che il cinema d’azione raggiunge molto meno spesso di quanto immaginiamo. Molte protagoniste definite “forti” finiscono per essere scritte semplicemente eliminando qualsiasi fragilità, come se l’unico modo per ottenere autorevolezza consistesse nell’assumere gli stessi codici tradizionalmente assegnati all’eroe maschile. Vyan funziona perché Mustafa e Jamal percorrono la strada opposta: il sentimento non contraddice la sua forza, ne rivela il prezzo.

La sua capacità di uccidere non viene romanticizzata come talento astratto. Sappiamo esattamente da dove deriva quella precisione e quale perdita l’abbia prodotta. Per questo ogni volta che Vyan diventa spettacolare come personaggio d’azione rimane contemporaneamente tragica come essere umano.

No Paradise If You Are Killed by a Woman non mette la protagonista davanti a una commissione etica incaricata di discutere astrattamente la violenza: la colloca in un mondo nel quale l’ISIS ha già distrutto la possibilità stessa di un’esistenza normale e osserva cosa rimanga di una persona che decide di reagire.

Non significa che la violenza diventi semplice. Significa che il film non finge che tutte le parti del conflitto occupino la stessa posizione morale.

La sorella da ritrovare e il rischio di perdere sé stessa

La ricerca di Helin permette al film di non trasformare la guerra in una semplice successione di obiettivi militari. Ogni informazione riavvicina Vyan a qualcuno che rappresenta contemporaneamente la sua famiglia perduta, la possibilità di riparare almeno una parte del passato e la prova che non tutto ciò che l’ISIS ha strappato debba rimanere perduto.

Quando emerge la figura del cecchino straniero legato alla sorte della ragazza, il film assume sempre più chiaramente la struttura del confronto. Due tiratori, due capacità di controllare lo spazio a distanza e due ideologie completamente opposte finiscono per avvicinarsi progressivamente. Potrebbe essere il meccanismo di un western, e in alcuni momenti il film possiede proprio quella essenzialità: riconoscere l’avversario, studiarlo, aspettare il momento in cui la distanza possa finalmente essere annullata.

Ma Mustafa inserisce continuamente qualcosa che incrina la soddisfazione meccanica della vendetta. Vyan può colpire quasi chiunque attraverso un mirino, mentre la cosa che desidera davvero (recuperare la persona amata e ritrovare una parte della vita precedente) non può essere ottenuta con la stessa precisione. Il fucile risolve una distanza fisica. Non quella temporale.

Ed è forse qui che il film diventa più doloroso. La guerra ha dato a Vyan una competenza straordinaria proprio mentre le toglieva tutto ciò per cui avrebbe voluto non averne mai bisogno.

Donne che non aspettano di essere liberate

Il significato politico più forte del film sta probabilmente nella maniera in cui dispone i ruoli. Per decenni una parte enorme del cinema occidentale ambientato in Medio Oriente ha raccontato le donne soprattutto come persone da salvare: vittime di un regime, prigioniere, mogli, madri, figure sulle quali misurare la brutalità degli uomini e l’eroismo di qualcun altro.

Qui il quadro cambia. Ci sono donne prigioniere, donne sottoposte alla violenza dell’ISIS e una storia profondamente legata alla schiavitù e agli abusi. Ma la donna che il film sceglie come proprio sguardo è quella che entra nella città per salvarne altre.

Questa inversione possiede un enorme valore simbolico senza avere bisogno di essere trasformata in slogan. Vyan non viene importata dall’Occidente affinché mostri alle donne curde come emanciparsi. È curda, appartiene a quel mondo e combatte al fianco di altre donne che hanno preso le armi. Mustafa riporta quindi il soggetto dell’azione dentro la comunità che sta raccontando.

Persino il legame con la Norvegia complica ulteriormente questa identità. Vyan appartiene a due mondi e nessuno dei due riesce da solo a contenerla. L’Europa rappresenta la sicurezza che avrebbe potuto scegliere; il Kurdistan contiene invece la memoria, il lutto, la sorella e una responsabilità che per lei non può essere cancellata dal possesso di un altro passaporto.

Questa doppia appartenenza impedisce al film di diventare una favola semplice sul ritorno alle origini. Vyan non torna perché scopre improvvisamente la propria vera patria. Torna perché alcune persone non possono essere abbandonate nel luogo dal quale noi siamo riusciti a fuggire.

Speranza dentro un film pieno di morte

Mustafa ha descritto il film come una storia che, nonostante il contesto bellico, riguarda soprattutto speranza, amore e forza. Può sembrare una dichiarazione sorprendente davanti a un’opera tanto attraversata da morte, vendetta e distruzione, ma osservandola attentamente è proprio ciò che impedisce a No Paradise If You Are Killed by a Woman di diventare un esercizio di brutalità.

Vyan uccide, certamente. Lo fa molto bene e il film non nasconde neppure il piacere cinematografico che deriva dal vedere un personaggio straordinariamente competente esercitare la propria abilità. Ma il fine ultimo non è mai la conta dei nemici eliminati. È la possibilità di sottrarre qualcuno alla macchina che li ha prodotti.

Ogni salvataggio diventa quindi più importante di ogni uccisione. La differenza può sembrare sottile in un war movie, ma cambia completamente la prospettiva morale. L’ISIS costruisce il proprio potere attraverso la morte, la paura e la negazione dell’altro. Vyan attraversa la stessa violenza perché spera ancora che da qualche parte esista qualcuno che possa essere riportato indietro.

Il titolo minaccia l’avversario con la perdita del paradiso. Il film, invece, continua ostinatamente a chiedersi se una qualche forma di futuro possa ancora essere costruita sulla terra.

No Paradise If You Are Killed by a Woman è cinema di genere con qualcosa da ricordare

È facile capire perché alcune letture critiche possano trovarlo troppo diretto. Mustafa utilizza immagini forti, poesia, simboli espliciti e una protagonista costruita per diventare iconica. Non possiede l’ambiguità morale di certi film di guerra contemporanei e non sembra particolarmente interessato a coltivarla.

Proprio questa chiarezza costituisce parte del suo fascino. Non tutti i film sulla guerra devono guardare il conflitto dalla distanza necessaria a concludere che tutti siano ugualmente vittime di qualcosa. Esistono situazioni storiche nelle quali una forza politica ha costruito sistematicamente il proprio dominio su massacri, schiavitù sessuale, persecuzione religiosa e annientamento. Raccontare chi le si è opposto non significa automaticamente rinunciare alla complessità.

Significa scegliere da dove guardare. Halkawt Mustafa guarda dalla parte delle donne curde che ha incontrato al fronte nel 2014 e decide di concedere loro qualcosa che il cinema internazionale concede molto facilmente ai propri soldati immaginari: mitologia.

Una donna alla quale hanno distrutto la famiglia e una cecchina sulla cui testa l’ISIS mette una taglia perché ne teme la sola esistenza.

È qui che No Paradise If You Are Killed by a Woman diventa uno dei titoli più sorprendenti incontrati in questa Venezia. Può utilizzare i codici del cinema d’azione, può persino sfiorare il revenge movie e qualche volta preferire l’impatto alla sottigliezza, ma possiede un’immagine centrale talmente forte da tenere insieme tutto: una donna attraversa le macerie di una città costruita per annientare persone come lei, prende posizione, guarda dentro il mirino e scopre che il nemico ha paura proprio perché dall’altra parte del fucile c’è una donna.

Non è soltanto una splendida premessa cinematografica. È il rovesciamento perfetto dell’ideologia contro cui sta combattendo.

E forse il paradiso evocato dal titolo conta molto meno di ciò che Vyan difende ostinatamente qui: il diritto di alcune persone a continuare a vivere.

Condividi questo articolo

Iscriviti alla nostra newsletter

Resta aggiornato sugli ultimi articoli del blog. Niente spam, promesso.

Cliccando su Iscriviti, confermi di accettare i nostri termini e condizioni

Related posts