Dal primo festival cinematografico al Leone d’Oro: quasi un secolo di storia, conflitti e reinvenzioni al Lido
La chiamiamo quasi sempre semplicemente “Venezia”. A volte “la Mostra”. Siamo nei giorni in cui il Lido torna a riempirsi di giornalisti, cineasti, fotografi, produttori e spettatori. E la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia sembra coincidere con le immagini che la raccontano. Il Palazzo del Cinema, le passerelle, le code davanti alle sale, le conferenze stampa, il tappeto rosso e infine il Leone d’Oro. Ridurla a questo apparato spettacolare, però, significa perdere proprio ciò che rende Venezia diversa dalla maggior parte degli altri grandi appuntamenti cinematografici internazionali.
Quando Venezia inventò il festival cinematografico
La Mostra è infatti il festival cinematografico più antico del mondo e nasce all’interno di un’istituzione che precede di quasi quarant’anni la sua invenzione. La Mostra è infatti il festival cinematografico più antico del mondo e nasce all’interno di un’istituzione che precede di quasi quarant’anni la sua invenzione. La Biennale di Venezia affonda le proprie origini nell’Esposizione Internazionale d’Arte, inaugurata nel 1895. Nel corso del Novecento si trasforma progressivamente in un organismo multidisciplinare, aggiungendo alla propria attività la Musica, il Cinema, il Teatro e, successivamente, Architettura e Danza. Il cinema entra in questa storia nel 1932. Da allora il Lido diventa uno dei luoghi nei quali non soltanto vengono presentati i film, ma viene periodicamente ridiscussa la posizione stessa del cinema all’interno della cultura contemporanea.
Per questo raccontare Venezia significa raccontare qualcosa di più di una successione di vincitori. Significa attraversare il fascismo e il dopoguerra, il neorealismo e l’esplosione dei nuovi cinema degli anni Sessanta, fino alla contestazione del 1968. Significa raccontare un decennio senza Leoni d’Oro e la rinascita competitiva degli anni Ottanta. Infine, significa osservare la trasformazione della Mostra in un punto d’incontro fra cinema d’autore, industria internazionale, Hollywood, restauro, formazione e nuove forme dell’audiovisivo. Una storia che arriva fino all’edizione numero 83, in programma dal 2 al 12 settembre 2026, e alla domanda che Venezia continua implicitamente a porre quasi un secolo dopo la propria nascita: che cosa sarà il cinema di domani?
Prima dei festival cinematografici c’era Venezia
Quando la prima Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica viene organizzata nel 1932, il concetto stesso di grande festival internazionale del cinema non possiede ancora la forma che oggi diamo per scontata. Cannes non esiste, Locarno non esiste e Berlino arriverà molto più tardi. Venezia non entra quindi in un circuito già consolidato: contribuisce materialmente a inventarlo.
La prima edizione nasce nell’ambito della XVIII Biennale per iniziativa del presidente Giuseppe Volpi di Misurata, del segretario generale Antonio Maraini e di Luciano De Feo, che può essere considerato il primo direttore-selezionatore della manifestazione. Non esiste ancora il Palazzo del Cinema e le proiezioni si svolgono sulla terrazza dell’Hotel Excelsior. La sera del 6 agosto 1932, alle 21:15, viene proiettato Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Rouben Mamoulian: è il primo film nella storia della Mostra.
Quella prima Venezia non è competitiva. Non esiste una giuria internazionale e non esiste naturalmente il Leone d’Oro. Esiste però già qualcosa che diventerà una caratteristica fondamentale dei festival: la possibilità di concentrare nello stesso luogo opere, autori, divi, pubblico e attenzione mediatica internazionale. In cartellone passano film e cineasti destinati a entrare nella storia, da Grand Hotel a Frankenstein, da René Clair a Frank Capra, mentre sullo schermo compaiono Greta Garbo, Clark Gable, Joan Crawford e un giovane Vittorio De Sica. Secondo la ricostruzione storica della stessa Biennale, gli spettatori furono oltre 25.000.
Il cinema, il fascismo e una storia che non può essere rimossa
La nascita della Mostra deve però essere collocata nel proprio contesto politico. Nel 1930 la Biennale era stata trasformata in Ente Autonomo e sottratta al controllo diretto del Comune di Venezia, entrando nell’orbita dello Stato fascista. L’ampliamento delle disponibilità economiche consentì all’istituzione di espandersi verso Musica, Cinema e Teatro, ma la crescita della manifestazione cinematografica avvenne inevitabilmente all’interno dell’apparato culturale del regime.
Nel 1934 Venezia diventa competitiva e viene istituita la Coppa Mussolini, assegnata al miglior film italiano e al miglior film straniero. Non esiste ancora una giuria nel senso moderno: i riconoscimenti vengono decisi dalla Presidenza della Biennale sulla base dei pareri di esperti e pubblico. Il rapporto fra prestigio internazionale, cultura e propaganda diventa così una delle contraddizioni originarie della manifestazione, impossibile da cancellare dalla sua storia successiva.
Nel frattempo il festival cresce. Dal 1935 diventa annuale e nel 1937 viene inaugurato il Palazzo del Cinema del Lido, ancora oggi centro simbolico della Mostra. La guerra interrompe quella traiettoria: le edizioni del 1940, 1941 e 1942 sono segnate dalla partecipazione ridotta e dalla predominanza dei Paesi dell’Asse, mentre dal 1943 al 1945 la manifestazione viene sospesa.
Il dopoguerra e la nascita del Leone d’Oro
La Mostra riparte nel 1946 in un’Europa completamente diversa. Il Palazzo del Cinema è ancora requisito dagli Alleati e le proiezioni si tengono al Cinema San Marco. L’anno seguente la manifestazione arriva nel cortile di Palazzo Ducale, raggiungendo secondo la documentazione della Biennale circa 90.000 spettatori, mentre viene ricostituita una giuria internazionale incaricata di assegnare il Gran Premio Internazionale di Venezia.
Nel 1949 il festival torna stabilmente al Palazzo del Cinema e viene istituito il Leone di San Marco, destinato al miglior film. È l’antenato diretto dell’attuale Leone d’Oro e viene assegnato per la prima volta a Manon di Henri-Georges Clouzot. Il simbolo di Venezia diventa così anche il simbolo del massimo riconoscimento cinematografico della Mostra.
Negli anni Cinquanta il premio acquista rapidamente un peso internazionale. Il caso probabilmente più emblematico arriva nel 1951, quando Akira Kurosawa vince con Rashōmon. Il successo veneziano contribuisce in maniera decisiva alla conoscenza occidentale del cinema giapponese e mostra una delle funzioni che i grandi festival continueranno a esercitare nei decenni successivi: non soltanto premiare film già riconosciuti, ma modificare la geografia culturale attraverso cui il pubblico internazionale guarda il cinema. Venezia diventa una porta d’ingresso anche per cinematografie che il sistema distributivo occidentale aveva fino ad allora marginalizzato.
Il Leone d’Oro, dunque, non è soltanto un trofeo. Nella sua storia migliore rappresenta un dispositivo di legittimazione: un premio capace di spostare l’attenzione critica, industriale e distributiva verso un’opera e talvolta verso un’intera cinematografia.
Gli anni Sessanta: quando il Lido intercettava il cinema che cambiava
Se esiste un decennio nel quale la storia della Mostra sembra sovrapporsi quasi perfettamente alla trasformazione del linguaggio cinematografico, sono gli anni Sessanta. Venezia intercetta la Nouvelle Vague, il Free Cinema britannico, i nuovi autori italiani e una generazione internazionale che sta mettendo in discussione tanto le forme narrative classiche quanto il sistema produttivo che le aveva generate.
Nel 1961 L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais conquista il Leone d’Oro. Nel 1962 il riconoscimento viene assegnato ex aequo a L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij e Cronaca familiare di Valerio Zurlini. Al Lido passano contemporaneamente Pasolini, Bertolucci, i fratelli Taviani, Godard, Cassavetes, Bresson, Dreyer, Kurosawa e Rossellini. Venezia non osserva semplicemente la modernità cinematografica dall’esterno: per alcuni anni ne diventa uno dei principali luoghi di consacrazione.
Particolarmente impressionante è la sequenza italiana fra il 1962 e il 1966. In cinque edizioni consecutive il Leone d’Oro va a Cronaca familiare di Valerio Zurlini, ex aequo con Tarkovskij, Le mani sulla città di Francesco Rosi, Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, Vaghe stelle dell’Orsa di Luchino Visconti e La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. È difficile immaginare oggi una concentrazione altrettanto impressionante di opere italiane destinate a entrare stabilmente nella storia del cinema.
Luigi Chiarini e l’idea del festival come scelta critica
Dal 1963 al 1968 la direzione di Luigi Chiarini imprime alla Mostra una precisa identità culturale. La selezione viene rivendicata come esercizio autonomo fondato su criteri estetici, cercando di resistere tanto alle pressioni politiche quanto a quelle industriali. È un passaggio fondamentale perché rende evidente una tensione che accompagna ancora oggi qualsiasi grande festival: essere contemporaneamente vetrina dell’industria e luogo nel quale una direzione artistica costruisce, attraverso le proprie scelte, una particolare idea di cinema.
Proprio questa tensione rende gli anni Sessanta tanto importanti. Venezia non è soltanto il luogo in cui arrivano i grandi film: è un soggetto che attraverso selezioni, esclusioni e premi contribuisce a costruire un canone. Il Leone a Bella di giorno di Luis Buñuel nel 1967 e quello a Die Artisten in der Zirkuskuppel: ratlos di Alexander Kluge nel 1968 appartengono a questa stagione. Ma il 1968 è anche il momento in cui quell’architettura istituzionale entra definitivamente in crisi.
Il 1968: la Mostra contro se stessa
Il Sessantotto veneziano non può essere ridotto a una contestazione esterna al festival. La questione investe direttamente la struttura della Biennale, che continuava a funzionare attraverso uno statuto risalente all’epoca fascista. In un momento in cui università, istituzioni culturali e rapporti di potere vengono messi radicalmente in discussione, anche la Mostra diventa terreno di scontro.
La frattura è profonda. Dopo l’edizione del 1968 vengono aboliti i premi e dal 1969 al 1979 Venezia attraversa un lungo periodo non competitivo. Per oltre un decennio il Leone d’Oro al miglior film scompare. È uno dei passaggi più sorprendenti della storia della manifestazione, soprattutto se osservato dal presente, quando il Leone appare quasi inseparabile dall’identità stessa della Mostra.
Eppure quegli anni dimostrano esattamente il contrario: Venezia può esistere anche mettendo in discussione Venezia.
Gli anni Settanta: un festival senza Leone d’Oro
Le edizioni del 1969 e del 1970 vengono dirette da Ernesto G. Laura, seguite dalle direzioni di Gian Luigi Rondi e Giacomo Gambetti. Il programma si frammenta, compaiono nuove sezioni e contemporaneamente cresce la contestazione nei confronti della forma istituzionale della Mostra. Nel 1971 viene comunque introdotto il Leone d’Oro alla carriera, assegnato a John Ford; l’anno successivo lo riceve Charlie Chaplin.
Poi nel 1972 ANAC e AACI organizzano nel centro storico veneziano le Giornate del cinema italiano, esplicitamente contrapposte alla manifestazione del Lido. Nel 1973 la Mostra non si tiene, mentre il Parlamento approva finalmente il nuovo statuto della Biennale. Tra il 1974 e il 1976 si tenta di costruire una manifestazione differente, fondata su proposte, retrospettive, incontri e iniziative che allontanano ulteriormente Venezia dal modello competitivo tradizionale. Nel 1977 l’attenzione si concentra sul cinema dell’Europa orientale e sul dissenso culturale; nel 1978 la Mostra salta nuovamente.
Considerare gli anni Settanta semplicemente un periodo di decadenza sarebbe però riduttivo. Sono anche un gigantesco laboratorio nel quale viene posta una domanda tuttora irrisolta: un festival deve limitarsi a selezionare e premiare il cinema oppure deve intervenire nel dibattito culturale e politico che lo circonda? Venezia perde temporaneamente la stabilità della propria forma, ma proprio questa crisi rende evidente che un festival non è mai un contenitore neutrale.
La rinascita e il ritorno del Leone
La ricostruzione prende forma alla fine del decennio. Nel 1979 la direzione viene affidata a Carlo Lizzani, che inaugura una fase di rilancio e stabilizzazione. Nel 1980 tornano i premi: il Leone d’Oro viene assegnato ex aequo ad Atlantic City di Louis Malle e Gloria di John Cassavetes. Dal 1981 il premio torna a scandire regolarmente la storia della Mostra.
Da quel momento Venezia attraversa nuove direzioni, trasformazioni e formule, mantenendo però un elemento fondamentale: la necessità di restare contemporaneamente dentro la storia del cinema e dentro la sua evoluzione. I Leoni assegnati negli anni successivi raccontano da soli parte di questa traiettoria, da Margarethe von Trotta a Jean-Luc Godard, Agnès Varda, Louis Malle, Ermanno Olmi e Hou Hsiao-hsien, fino alle generazioni successive.
L’identità contemporanea della Mostra nasce anche da questa capacità di trasformarsi senza cancellare le proprie contraddizioni.
Come funziona oggi la Mostra del Cinema di Venezia
Dietro il tappeto rosso esiste una macchina molto più articolata di quanto la rappresentazione televisiva del festival lasci immaginare. La Biennale Cinema 2026, ottantatreesima edizione della Mostra, è riconosciuta ufficialmente dalla FIAPF e si svolge al Lido dal 2 al 12 settembre. La direzione artistica è affidata ad Alberto Barbera.
Il cuore rimane Venezia 83, il concorso internazionale principale, composto secondo il regolamento da un massimo di 21 lungometraggi presentati in prima mondiale. Accanto al concorso si trova Venice Open – Fuori Concorso, destinato a opere di particolare rilievo che non partecipano alla competizione principale, comprese differenti tipologie audiovisive.
Orizzonti guarda invece alle nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema internazionale, prestando particolare attenzione agli esordi, agli autori emergenti, alle produzioni indipendenti e alle cinematografie meno conosciute. Venezia Spotlight propone fino a otto opere caratterizzate da una particolare ricerca nel rapporto con il pubblico, mentre Venezia Classici presenta restauri in prima mondiale e mantiene vivo il rapporto fra festival e conservazione della memoria cinematografica.
A queste sezioni si aggiungono Biennale College Cinema, laboratorio che accompagna concretamente sviluppo e produzione di nuovi progetti, e Venice Immersive, dedicata alle forme audiovisive XR, dalla realtà virtuale e mista alle installazioni e ai mondi virtuali. La Mostra contemporanea, quindi, non coincide più soltanto con il lungometraggio cinematografico tradizionale.
Come viene selezionato un film
Uno degli aspetti meno visibili al grande pubblico riguarda il processo di selezione. Per i lungometraggi non si presenta una candidatura separata per Venezia 83, Fuori Concorso o le altre sezioni: il film viene sottoposto alla Mostra e, qualora sia selezionato, è la Direzione a stabilirne la collocazione.
Per l’edizione 2026 i film devono essere stati completati dopo il 6 settembre 2025 e, salvo eccezioni previste dalla Direzione, devono arrivare a Venezia come prime mondiali. Non devono essere stati distribuiti commercialmente, resi disponibili online, proiettati pubblicamente o presentati in altri festival. L’anteprima mondiale non rappresenta quindi soltanto una formula promozionale: è uno degli strumenti attraverso cui i grandi festival competono per assicurarsi le opere più importanti della stagione.
Il direttore della Mostra lavora insieme a uno staff di esperti, corrispondenti e consulenti internazionali. La selezione è dunque il risultato di una ricerca che precede di molti mesi l’apertura delle sale del Lido. Il festival che il pubblico vede a settembre è soltanto la parte finale di un processo iniziato molto prima.
Come viene assegnato il Leone d’Oro
Il Leone d’Oro al miglior film viene attribuito dalla Giuria internazionale del concorso principale. Nel 2026 il regolamento prevede una giuria composta da non più di sette personalità del cinema e della cultura provenienti da diversi Paesi. Escludendo soggetti coinvolti nella produzione o nella distribuzione delle opere invitate che possano presentare conflitti di interesse.
Accanto al Leone d’Oro vengono assegnati il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria e il Leone d’Argento per la migliore regia. Le Coppe Volpi per la migliore interpretazione femminile e maschile. Il Premio Speciale della Giuria, il premio per la migliore sceneggiatura e il Premio Marcello Mastroianni destinato a un giovane interprete emergente. Il regolamento 2026 esclude gli ex aequo.
Per l’83ª edizione la giuria principale è presieduta da Maggie Gyllenhaal. La giuria comprende Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To. Il verdetto arriverà il 12 settembre, al termine della Mostra.
Il Leone d’Oro conserva quindi un’enorme forza simbolica, ma il suo significato non deriva soltanto dalla competizione. Deriva dalla storia accumulata dal premio. Kurosawa, Dreyer, Antonioni, Visconti, Buñuel, Pontecorvo, Varda, Rohmer, Kieslowski, Ang Lee, Sofia Coppola, Guillermo del Toro, Alfonso Cuarón, Chloé Zhao. Hanno tutti costruito nel tempo una genealogia che trasforma ogni nuovo verdetto in un confronto inevitabile con quelli precedenti.
Dal festival all’industria: il Venice Production Bridge
La Venezia contemporanea possiede inoltre un volto che lo spettatore può attraversare senza quasi accorgersene. Parallelamente alle proiezioni opera il Venice Production Bridge, dedicato ai professionisti dell’industria cinematografica. Qui il festival smette di essere soltanto il luogo in cui i film arrivano alla fine del loro percorso produttivo. Diventa anche uno spazio nel quale altri film cercano finanziamenti, produttori, distributori, partner e diritti.
Nel 2026 il VPB comprende market screenings, aree espositive, incontri professionali. Programmi come il Book Adaptation Rights Market, il Venice Gap-Financing Market, Final Cut in Venice, Meet the Streamers. Il Venice Immersive Market e il nuovo VPB Locations Market. Dietro le première si muove quindi un secondo festival, molto meno fotografato ma fondamentale. Un festival in cui il cinema viene finanziato, venduto, sviluppato e fatto circolare.
È qui che la definizione ufficiale della Mostra come luogo dedicato al cinema inteso contemporaneamente come arte, spettacolo e industria acquista il proprio significato concreto.
Venezia e Hollywood: il Lido come inizio della stagione dei premi
Negli ultimi decenni Venezia ha inoltre consolidato una posizione strategica nel calendario internazionale. La collocazione fra la fine di agosto e l’inizio di settembre permette alla Mostra di diventare una delle principali piattaforme di lancio per film destinati alla stagione autunnale e, in numerosi casi, alla corsa agli Oscar.
Basta osservare alcune delle opere passate dal Lido negli ultimi anni. Gravity apre Venezia nel 2013; La La Land nel 2016; The Shape of Water conquista il Leone d’Oro nel 2017; Roma lo vince nel 2018; nel 2019 il premio va a Joker. Nel 2020, mentre gran parte del sistema festivaliero internazionale è sconvolto dalla pandemia, Venezia riesce a svolgersi in presenza e assegna il Leone a Nomadland. Seguono L’événement, All the Beauty and the Bloodshed, Poor Things e The Room Next Door.
Questa relazione con Hollywood non significa però che Venezia sia diventata semplicemente una vetrina dell’industria statunitense. Il punto interessante è esattamente l’opposto: la Mostra tenta di mantenere nello stesso ecosistema blockbuster, cinema d’autore, opere radicali, esordi, restauri e sperimentazioni. Il suo prestigio dipende dalla possibilità di far convivere mondi che nel normale circuito distributivo raramente occupano lo stesso spazio.
Un festival che produce cinema
Uno degli sviluppi più importanti dell’epoca contemporanea è Biennale College Cinema, avviato nel 2012. Il progetto porta la Biennale oltre la funzione tradizionale del festival: non si limita più a trovare film già realizzati, ma partecipa alla formazione di registi e produttori e sostiene lo sviluppo di opere a micro-budget.
Dal 2012 al 2026, secondo i dati diffusi dalla Biennale, il programma ha realizzato attraverso il proprio grant 45 lungometraggi, partendo da oltre 2.500 candidature provenienti da tutto il mondo. Per il ciclo 2026-2027 i progetti selezionati lavoreranno alla realizzazione di film con budget fino a 200.000 euro destinati alla possibile presentazione alla Mostra del 2027.
È un cambiamento concettuale rilevante. Il festival del futuro non aspetta necessariamente che il cinema arrivi davanti alla propria porta: può contribuire a farlo nascere.
Venice Immersive e la domanda su che cosa chiamiamo ancora cinema
Ancora più radicale è l’esperienza di Venice Immersive. Venezia aveva iniziato a sperimentare con la realtà virtuale già nel 2016 attraverso un VR Theater e nel 2017 ha inaugurato al Lazzaretto Vecchio la prima competizione dedicata alla realtà virtuale all’interno di un grande festival internazionale.
Nel 2026 Venice Immersive festeggia il decimo anniversario di questo percorso. Il programma comprende 68 progetti provenienti da 26 Paesi, fra opere in concorso, esperienze fuori concorso e lavori sviluppati attraverso Biennale College Cinema – Immersive. Realtà virtuale, realtà mista, video immersivi, installazioni e mondi virtuali vengono inseriti all’interno della stessa istituzione nata nel 1932 per mostrare film su uno schermo montato davanti alla terrazza di un albergo.
Il contrasto è quasi perfetto. Da Dr. Jekyll and Mr. Hyde proiettato all’Excelsior nel 1932 a un ambiente XR nel quale lo spettatore può entrare fisicamente nel 2026: la storia della Mostra può essere letta anche come la progressiva espansione della domanda su che cosa possa essere un’immagine cinematografica.
La Biennale Cinema 2026 e il futuro della Mostra
L’83ª Mostra arriva quindi in un momento nel quale il cinema sta attraversando un’altra trasformazione strutturale. Streaming, piattaforme, intelligenza artificiale, nuovi modelli produttivi e forme immersive stanno modificando tanto la creazione quanto la distribuzione delle immagini. Non casualmente, nella propria presentazione ufficiale del 2026, la Biennale include esplicitamente tra le forme di cinema considerate dalla Mostra anche quelle realizzate con il contributo dell’Intelligenza Artificiale.
Contemporaneamente, l’istituzione continua a investire nel passato attraverso Venezia Classici e l’attività dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee. Conservazione e sperimentazione non rappresentano due direzioni opposte: diventano i due estremi dello stesso progetto. Da una parte restaurare ciò che rischia di essere perduto, dall’altra capire quali immagini possano ancora essere chiamate cinema.
La continuità della direzione è già assicurata almeno nel breve periodo. Alberto Barbera è stato confermato direttore artistico anche per il 2027 e il 2028. Prolunga una seconda stagione iniziata nel 2012 dopo il precedente mandato tra il 1999 e il 2001. È sotto questa lunga direzione che Venezia ha consolidato il rapporto con la stagione internazionale dei premi. Sviluppa il Production Bridge, rafforzato Biennale College e trasforma la sperimentazione VR in Venice Immersive.
Venezia non è soltanto il tappeto rosso
Guardando quasi un secolo di storia, emerge allora un’immagine molto diversa da quella restituita dalle fotografie delle star davanti al Palazzo del Cinema. Il red carpet appartiene alla Mostra e ne costituisce una parte importante, perché il cinema è sempre stato anche industria dello spettacolo, divismo e costruzione dell’immaginario. Ma Venezia sopravvive dal 1932 perché non coincide interamente con quella superficie.
Ha attraversato una dittatura e dovuto fare i conti con le proprie origini istituzionali. È stata interrotta dalla guerra, è rinata nel dopoguerra, ha contribuito a far conoscere in Occidente cinematografie lontane, ha intercettato le rivoluzioni linguistiche degli anni Sessanta e nel 1968 è arrivata a mettere in discussione la propria stessa struttura. Ha trascorso un intero decennio senza assegnare il premio che oggi sembra definirla, per poi ricostruire la propria centralità internazionale.
Un Leone che cambia pelle
Questa capacità di trasformazione spiega forse meglio di qualsiasi classifica il prestigio della Mostra. Il Leone d’Oro conta perché dietro di esso esiste una storia fatta anche di anni nei quali quel Leone non veniva assegnato. Il concorso conta perché accanto al concorso esistono restauri, laboratori, mercati e sperimentazioni. Il Lido conta perché per undici giorni diventa il punto nel quale memoria del cinema e possibilità del cinema futuro vengono costrette a occupare lo stesso spazio.
Nel 1932 bastarono uno schermo sulla terrazza dell’Excelsior, alcuni film provenienti da diversi Paesi e l’intuizione che il cinema meritasse una manifestazione internazionale interamente dedicata alle sue immagini. Novantaquattro anni dopo, mentre la Biennale Cinema prova a comprendere realtà virtuale, intelligenza artificiale, nuovi modelli produttivi e trasformazioni della sala, quella intuizione continua a essere messa alla prova.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui Venezia rimane importante: non perché abbia trovato una volta per tutte la forma perfetta del festival cinematografico, ma perché nella sua storia non ha mai potuto smettere di reinventarla.


