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  • Longlegs: il nuovo Silenzio degli innocenti? No, ed è proprio qui che cominciano i problemi

Oz Perkins costruisce un thriller magnificamente fotografato e attraversato da un’inquietudine costante, poi decide di risolvere l’indagine attraverso il soprannaturale. Nicolas Cage e Maika Monroe non bastano a salvare un film che promette un grande procedural e finisce per tradirne le regole

Il marketing aveva già costruito un film migliore

Entrare in sala davanti a Longlegs significava portarsi dietro un paragone ingombrante. La campagna promozionale aveva alimentato l’idea di trovarsi davanti al nuovo Silenzio degli innocenti, uno dei thriller più importanti e riconoscibili degli ultimi decenni. Le analogie superficiali esistevano. Una giovane agente dell’FBI. Un serial killer difficile da comprendere. Una serie di omicidi apparentemente collegati da un codice. Il rapporto progressivamente più personale tra investigatrice e criminale. Perfino l’estetica prometteva qualcosa di oscuro, adulto e lontano dal tradizionale horror costruito intorno ai jumpscare.

Il problema è che Il silenzio degli innocenti non è diventato un capolavoro perché possedeva una giovane agente dell’FBI e un assassino inquietante. Funzionava perché costruiva un mondo nel quale l’intelligenza, l’osservazione e la comprensione dell’essere umano costituivano gli strumenti necessari per affrontare il male. Hannibal Lecter era mostruoso proprio perché era umano. Buffalo Bill era terrificante perché apparteneva alla stessa realtà dello spettatore. Nessun demone doveva intervenire per spiegare l’orrore.

Longlegs parte facendo credere di voler giocare nello stesso territorio. Oz Perkins costruisce un’indagine metodica, dissemina simboli, date, lettere cifrate e famiglie massacrate. Ci invita a cercare una logica. Poi, quando quella logica dovrebbe finalmente produrre una soluzione, cambia le regole.

Ed è lì che per me il film si spezza.

Maika Monroe entra in un’indagine che promette molto più di quanto mantiene

Lee Harker, interpretata da Maika Monroe, viene introdotta come un’agente capace di percepire dettagli che sfuggono agli altri. Non viene presentata immediatamente come una medium tradizionale. Esiste piuttosto una sensibilità anomala, una capacità intuitiva che potrebbe ancora essere interpretata dentro un thriller psicologico.

È una buona scelta perché permette a Perkins di lasciare aperte diverse possibilità.

Lee potrebbe essere semplicemente più brillante degli altri. Potrebbe avere una forma di memoria rimossa. Potrebbe possedere una relazione precedente con il caso della quale non è ancora consapevole. Persino le sue intuizioni possono inizialmente essere considerate un’estensione quasi patologica della capacità investigativa.

Monroe lavora molto bene sulla chiusura del personaggio. Lee sembra occupare il mondo con cautela. Parla poco, osserva e reagisce alle persone come se una parte di lei fosse continuamente altrove. L’attrice evita di trasformarla nella classica investigatrice brillante e sicura di sé. C’è sempre qualcosa di incompleto.

Questa incompletezza dovrebbe diventare progressivamente uno dei motori dell’indagine.

Invece finisce per diventare la porta attraverso la quale il film introduce una spiegazione molto meno interessante.

Perkins sa perfettamente come mettere qualcosa di inquietante dentro un’inquadratura

È impossibile liquidare Longlegs come un film privo di qualità. La messa in scena è probabilmente il motivo principale per cui la delusione pesa tanto.

Oz Perkins possiede un occhio notevole.

Le inquadrature sono costruite per costringere lo spettatore a cercare qualcosa. Corridoi, porte, stanze, finestre e spazi vuoti assumono continuamente una funzione minacciosa. L’immagine non ci dice soltanto dove guardare. Ci induce a controllare ciò che apparentemente non contiene nulla. Il risultato produce una tensione sottile.

Non serve che Longlegs compaia. Può bastare la possibilità che si trovi da qualche parte.

Anche la fotografia lavora magnificamente con colori spenti, paesaggi freddi e interni che sembrano avere assorbito anni di silenzio. L’America di Longlegs non possiede quasi mai una luce rassicurante. Le case sembrano già luoghi del delitto prima ancora che qualcuno muoia.

È qui che il film raggiunge il proprio momento migliore. Quando non sappiamo ancora. Quando l’indagine potrebbe andare ovunque. Quando il male non ha ancora ricevuto una spiegazione.

Nicolas Cage è inquietante, ma il suo Longlegs appartiene quasi a un altro film

Nicolas Cage compie una scelta estrema. Il suo Longlegs è deformato, teatrale, stridulo e deliberatamente sopra le righe. La voce, il volto e i movimenti sembrano voler trasformare il personaggio in qualcosa che non appartenga completamente alla realtà.

L’interpretazione è affascinante proprio perché rischia continuamente di diventare ridicola. Qualche volta ci riesce. Non necessariamente nel senso positivo.

Cage costruisce un essere che può inquietare quando viene mostrato poco. Il prologo sfrutta magnificamente questa scelta. Longlegs non entra completamente nell’inquadratura. Il volto viene negato, frammentato, lasciato ai margini. La nostra immaginazione completa ciò che il film non mostra.

Quando il personaggio viene invece esposto maggiormente, parte del mistero evapora. Succede qualcosa di simile all’intero film. Longlegs è molto più efficace quando suggerisce. Ogni volta che spiega, perde qualcosa.

L’indagine è la promessa migliore del film

Il meccanismo dei delitti possiede inizialmente un fascino enorme. Famiglie apparentemente normali vengono massacrate dal padre, che successivamente si suicida. Non sembra esserci nessun assassino esterno presente fisicamente sulla scena. Eppure una lettera cifrata firmata Longlegs collega le stragi.

È un enigma eccellente. Come può qualcuno uccidere senza trovarsi nel luogo dell’omicidio? Perché determinate famiglie? Perché quelle date? Quale relazione collega le figlie? Come vengono scelti i bersagli?

La costruzione induce naturalmente lo spettatore a partecipare all’indagine. Numeri e simboli fanno immaginare un sistema. Il fatto che Longlegs lasci tracce significa che vuole essere compreso oppure che sta costruendo qualcosa attraverso gli omicidi.

Qui il confronto con i grandi procedural potrebbe ancora reggere.

Non perché Longlegs abbia raggiunto Zodiac o Il silenzio degli innocenti, ma perché utilizza un piacere narrativo simile: mettere ordine dentro un insieme di atrocità apparentemente prive di senso.

Proprio per questo la soluzione diventa tanto frustrante.

Se la risposta può essere il diavolo, allora l’indagine perde valore

Il punto sul quale il film mi perde definitivamente riguarda l’introduzione del soprannaturale come soluzione sostanziale del mistero. Il problema è il patto che il film aveva costruito fino a quel momento.

Se una storia introduce fin dall’inizio un universo nel quale demoni, possessioni e maledizioni possiedono una realtà concreta, lo spettatore accetta quelle regole. Può ragionare all’interno di esse. Il soprannaturale diventa parte della logica.

Longlegs, invece, dedica una parte considerevole della propria durata a costruire un’indagine apparentemente fondata su indizi, comportamenti umani e connessioni investigative. Poi introduce bambole nelle quali una forza satanica può essere immagazzinata e utilizzata per controllare le famiglie.

A quel punto la domanda diventa inevitabile. Perché abbiamo investigato?

Se l’autore può introdurre una forza paranormale capace di compiere ciò che la trama non riusciva a spiegare realisticamente, una parte enorme della costruzione precedente perde peso.

Non assistiamo più alla soluzione di un enigma. Assistiamo alla sostituzione dell’enigma con un’altra regola.

Ed è qui che il paragone con Il silenzio degli innocenti crolla completamente

La distanza dal film di Jonathan Demme diventa allora enorme. Clarice Starling deve capire gli uomini. Lee Harker deve capire una maledizione. Hannibal Lecter è terrificante perché la sua intelligenza appartiene a un essere umano.

Longlegs finisce invece per essere parte di una struttura satanica nella quale il male possiede un’esistenza letterale. Sono due concezioni completamente differenti dell’orrore.

Nel primo caso il terrore nasce dalla scoperta che un essere umano possa arrivare a determinate atrocità. Non esiste nessuna consolazione metafisica. Non possiamo attribuire ciò che accade a una forza esterna. In Longlegs il diavolo diventa invece una risposta. E, paradossalmente, rende tutto meno inquietante.

Un serial killer capace di costruire per decenni un sistema apparentemente impossibile avrebbe potuto essere terrificante. Un uomo che sfrutta famiglie, manipolazione, religione, psicologia e rituali avrebbe richiesto una scrittura straordinariamente precisa.

Il soprannaturale offre una scorciatoia. Il mistero non deve più essere completamente risolto attraverso l’intelligenza. Serve soltanto accettare che Satana possa farlo.

Le bambole sono l’esatto momento in cui la mia attenzione comincia a crollare

L’introduzione delle bambole dovrebbe aggiungere un ulteriore livello di inquietudine. Produce l’effetto opposto.

Il cinema horror ha utilizzato bambole maledette, possedute e demoniache così tante volte che ormai basta mostrarne una per evocare automaticamente decine di precedenti. Ciò che dovrebbe risultare inquietante diventa immediatamente familiare.

Peggio ancora, la bambola rappresenta il dispositivo attraverso il quale il film risolve concretamente la propria struttura criminale. Non dobbiamo più domandarci come Longlegs riesca a provocare le stragi. Esiste un oggetto soprannaturale. Non dobbiamo capire fino in fondo il processo psicologico attraverso cui un padre viene portato a massacrare la propria famiglia. Esiste un’influenza demoniaca. Il mistero diventa progressivamente più semplice proprio mentre il film cerca di renderlo più cosmico.

La madre di Lee avrebbe potuto rendere il film più doloroso di quanto diventi

Alicia Witt interpreta Ruth Harker, la madre di Lee, e il rapporto tra le due contiene forse l’elemento più interessante dell’ultimo atto. La protezione materna viene trasformata in complicità. Ruth ha compiuto scelte mostruose pensando di salvare la figlia. L’amore diventa quindi un meccanismo attraverso il quale il male riesce a propagarsi.

È una buona idea.

Permette al film di introdurre una responsabilità morale molto più ambigua del semplice possesso demoniaco. Ruth non è completamente innocente. Ha partecipato. Ha trasformato la propria paura in obbedienza e quella obbedienza ha prodotto morti.

Il rapporto con Lee potrebbe quindi diventare devastante. La figlia scopre che una parte enorme della propria esistenza è stata costruita sopra un compromesso orribile compiuto proprio dalla persona che avrebbe dovuto proteggerla. Purtroppo il film arriva a questo materiale quando è ormai troppo impegnato a spiegare la propria mitologia.

La componente emotiva viene soffocata dal meccanismo.

Lo spiegone distrugge ciò che l’atmosfera aveva costruito

Il terzo atto commette uno degli errori che personalmente sopporto meno in un horror di questo tipo. Spiega. Spiega molto.

Ricostruisce il passato, chiarisce le bambole, identifica il ruolo della madre, collega Longlegs a Lee e ordina gli elementi che prima apparivano misteriosi. Il problema non è fornire risposte. Un’indagine deve necessariamente arrivare da qualche parte.

La questione riguarda la qualità di quelle risposte. Quando la spiegazione è meno interessante del mistero, ogni informazione aggiunta produce una perdita. L’ignoto si restringe. La paura pure. All’inizio del film Longlegs potrebbe essere qualsiasi cosa.

Alla fine sappiamo praticamente come funziona. Ed è molto meno interessante di ciò che avevo immaginato.

Maika Monroe merita un film che le dia qualcosa di più da scoprire

La performance di Maika Monroe rimane uno degli aspetti più solidi. Lee Harker è introversa, tesa e quasi disallineata rispetto alle persone che la circondano. L’attrice costruisce questa distanza senza trasformarla in una posa continua.

Tuttavia il personaggio finisce per essere schiacciato dalla rivelazione. La sua capacità investigativa perde centralità quando scopriamo che esiste una connessione soprannaturale personale con il caso. Alcune intuizioni possono quindi essere reinterpretate meno come risultato del talento e più come effetto di quella relazione.

È un impoverimento. Una giovane agente capace di decifrare un sistema criminale impossibile sarebbe stata interessante. Una giovane agente destinata a quel caso perché coinvolta fin dall’infanzia appartiene invece a un meccanismo narrativo molto più conosciuto. Tutto deve essere personale. Tutto deve tornare alla protagonista.

Anche questa necessità contribuisce alla sensazione di artificio.

Longlegs dovrebbe terrorizzare. Ma più che altro riesce ad annoiare

Ed eccoci al problema più semplice. Naturalmente paura e qualità non coincidono. Un horror può essere magnifico senza provocare terrore immediato. Può lavorare sul disagio, sull’atmosfera o sulla riflessione. Longlegs possiede certamente atmosfera. Perkins sa costruirla. Il problema è che il ritmo lento richiede una ricompensa proporzionata all’attesa. Quando una storia procede attraverso silenzi, inquadrature statiche e informazioni dosate con estrema cautela, lo spettatore accetta quella dilatazione perché immagina che il mistero stia diventando progressivamente più profondo.

Qui succede l’opposto. Più ci avviciniamo alla risposta, meno l’enigma acquista interesse. La lentezza smette allora di essere tensione e diventa attesa. E quando sai già che ciò che arriverà probabilmente non riuscirà a ripagarti, l’attesa diventa noia.

L’estetica non può diventare l’alibi della sceneggiatura

Questo è forse il punto nel quale comprendo maggiormente chi ha amato il film. Longlegs è molto bello da vedere. La composizione dell’inquadratura, la fotografia, il sound design e la costruzione dello spazio possiedono una coerenza notevole. Perkins ha un controllo evidente della forma.

Ma una grande atmosfera non può diventare un lasciapassare. A un certo punto il film deve anche sostenere ciò che promette narrativamente. Ed è proprio qui che la mia posizione si allontana in maniera più netta dalla ricezione entusiasta. Moltissime delle qualità celebrate sono reali. Non ho alcuna necessità di negarle per stroncare il film.

È proprio la presenza di quelle qualità a rendere il fallimento narrativo più fastidioso. Davanti a un horror mediocre dall’inizio alla fine sarebbe semplice perdere interesse. Longlegs apre invece porte magnifiche. Poi conduce in stanze molto meno interessanti.

Nicolas Cage diventa più curioso che terrificante

Anche Cage rappresenta perfettamente questa contraddizione. La trasformazione fisica è notevole. Il personaggio possiede un’immagine immediatamente riconoscibile. La vocalità è talmente assurda da non poter essere confusa con quella di nessun altro killer cinematografico recente.

In alcuni momenti la performance sfiora deliberatamente il grottesco. Può funzionare all’interno dell’estetica di Perkins, ma rende ancora più difficile preservare l’immagine di Longlegs come incarnazione di un male insondabile. Hannibal Lecter poteva semplicemente guardare Clarice.

Longlegs deve esibirsi. È una differenza enorme. Uno esercita potere attraverso il controllo. L’altro cerca continuamente di perturbare attraverso l’anomalia. Il primo rimane infinitamente più inquietante.

Il marketing non è il film, ma crea comunque una promessa

Bisogna però essere corretti su un punto. Un film non dovrebbe essere giudicato esclusivamente attraverso la propria campagna promozionale. Oz Perkins non è responsabile di ogni slogan attraverso cui Longlegs è stato venduto. Un’opera dovrebbe poter essere osservata per ciò che è, indipendentemente dalle aspettative create attorno alla sua uscita.

Eppure il marketing ha conseguenze. Presentare un’opera come l’erede di Il silenzio degli innocenti significa predisporre un preciso territorio di confronto. Soprattutto quando il film stesso recupera apertamente alcuni elementi di quel modello.

Non siamo noi a inventare completamente il paragone. Il film lo invita. Ed è proprio accettando quell’invito che emerge la distanza maggiore. Demme costruiva un thriller sul male umano. Perkins parte da quel linguaggio e finisce dentro un horror satanico.

Non è automaticamente peggiore perché compie questa scelta. Diventa peggiore perché il passaggio al soprannaturale rende meno interessante ciò che il film aveva costruito prima.

L’unpopular opinion è che Longlegs funziona meglio come promessa che come film

L’atmosfera, la fotografia, Maika Monroe e la costruzione dell’inquietudine sono state ampiamente apprezzate. Nicolas Cage ha suscitato entusiasmo. Si tratta di un film capace di creare un prologo magnifico e una prima parte piena di possibilità. Perkins è un regista con un evidente talento visivo costruire una serie di ambienti inquietanti e un’indagine potenzialmente affascinante.

Poi quelle possibilità si restringono. Il serial killer è diventato l’ingranaggio di una mitologia satanica. L’indagine è diventata una storia di possessione. Gli indizi hanno perso parte della loro importanza. L’intelligenza investigativa ha ceduto spazio al destino personale. E quello che avrebbe potuto essere un grande thriller sul male è diventato, un horror molto più ordinario elegantemente travestito da qualcosa di diverso.

Longlegs non perseguita. Svanisce non appena si esce dalla sala

Un film costruito con tanta cura per insinuarsi nella mente dovrebbe lasciare qualcosa. Un’immagine, un dubbio, paura. Un pensiero che torni il giorno successivo. Longlegs ha lasciato soprattutto la sensazione di un’occasione mancata.

Nel momento in cui Longlegs spiega sé stesso, fornisce anche le ragioni per smettere di temerlo. Per questo il paragone con Il silenzio degli innocenti, alla fine, produce l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.

A distanza di decenni continuiamo a ricordare Clarice dentro la casa di Buffalo Bill. Ricordiamo Lecter dietro il vetro. Ricordiamo un male completamente umano e proprio per questo impossibile da relegare in un mondo soprannaturale.

Longlegs avrebbe potuto costruire un male altrettanto vicino.

Ha preferito consegnarlo al diavolo.

E, almeno per me, nel momento in cui il male ha avuto bisogno del soprannaturale per spiegarsi, ha smesso quasi completamente di fare paura.

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