Michael Sarnoski smonta il mito per interrogarsi sulla violenza necessaria a costruirlo
Robin Hood è morto molto prima dell’inizio del film
Dimenticare per due ore Errol Flynn, Kevin Costner e persino la volpe della Disney non è semplice. Robin Hood appartiene a quella categoria di personaggi che sembrano esistere nella memoria collettiva prima ancora delle opere che li hanno raccontati. Pronunciare il suo nome significa evocare immediatamente una foresta, un arco e un fuorilegge che ruba ai ricchi per restituire ai poveri ciò che è stato loro sottratto.
Michael Sarnoski parte precisamente da questa immagine per distruggerla. Robin Hood – Il prezzo del sangue, titolo italiano di The Death of Robin Hood, non vuole raccontare un’altra volta come nasce una leggenda. Vuole sapere che cosa rimane dell’uomo quando la leggenda è ormai diventata più grande di lui.
Il Robin interpretato da Hugh Jackman è vecchio, stanco e soprattutto violento. Dietro le storie raccontate su di lui esiste un uomo che ha combattuto, ucciso e costruito parte della propria reputazione attraverso menzogne. Il popolo ricorda il simbolo. Lui ricorda i cadaveri.
Sarnoski ribalta così la prospettiva abituale. Non domanda quanto ci sia di vero nella leggenda di Robin Hood. Si chiede piuttosto quanta violenza sia stato necessario dimenticare perché quella leggenda potesse diventare così bella.
Hugh Jackman porta sul corpo tutto il peso della leggenda
È difficile immaginare il film senza Hugh Jackman. L’attore costruisce Robin attraverso il corpo prima ancora che attraverso le parole. La postura è appesantita, il volto porta i segni del tempo e ogni movimento sembra appartenere a qualcuno che ha utilizzato il proprio fisico come un’arma per troppo tempo.
Jackman conosce molto bene questo territorio. Inevitabile pensare al Wolverine di Logan, ma fermarsi al confronto sarebbe riduttivo. Anche lì interpretava un’icona arrivata alla fine del proprio percorso, con un corpo ormai incapace di sostenere il mito costruito attorno a lui. Sarnoski, però, utilizza questa familiarità per condurlo verso qualcosa di differente. Robin non deve soltanto accettare di essere mortale. Deve comprendere quale parte della propria leggenda meriti davvero di sopravvivere.
L’interpretazione lavora quindi sulla sottrazione. Jackman possiede ancora una fisicità impressionante e il film non rinuncia a utilizzarla, soprattutto quando la violenza esplode. Tuttavia, i momenti più interessanti arrivano quando quella forza diventa inutile. Robin può sapere come uccidere un uomo, ma non possiede alcuna tecnica capace di cancellare ciò che ha fatto.
Proprio questa contraddizione conferisce alla performance una notevole intensità. Il corpo continua a ricordare il guerriero anche quando l’uomo vorrebbe smettere di esserlo. Jackman lascia convivere entrambe le identità senza trasformare il personaggio in una semplice vittima del proprio passato.
Un Medioevo fatto di fango, carne e ferite
Sarnoski elimina rapidamente qualsiasi residuo romantico dall’immaginario medievale. Sherwood non è il luogo luminoso dell’avventura e il combattimento non possiede nulla della danza elegante alla quale molte versioni cinematografiche di Robin Hood ci hanno abituati. Quando qualcuno viene colpito, il corpo reagisce.
Le ferite pesano sulla narrazione perché possono infettarsi, indebolire e uccidere. Combattere significa avvicinare due corpi finché uno dei due non riesce più a muoversi. La violenza è rapida quando può esserlo, disperata quando deve esserlo e raramente spettacolare nel senso tradizionale del termine.
La fotografia di Pat Scola accompagna questa scelta attraverso paesaggi spogli e una natura che non sembra interessata alle imprese degli uomini. Il Medioevo di Sarnoski possiede terra, acqua, legno e sangue. Ogni elemento sembra avere consistenza. Anche gli abiti contribuiscono alla sensazione di trovarsi davanti a persone che abitano realmente quei luoghi, invece che ad attori inseriti dentro una ricostruzione medievale.
La brutalità della prima parte è quindi fondamentale. Non serve semplicemente a stabilire che questo Robin Hood sia più adulto o più oscuro delle versioni precedenti. Serve a togliere qualsiasi romanticismo all’atto di uccidere. Se il resto del film vuole ragionare sul rimorso, prima deve mostrarci ciò di cui Robin dovrebbe pentirsi.
La leggenda racconta un eroe, Robin ricorda un assassino
Il cuore del film emerge proprio dalla distanza tra memoria collettiva e memoria individuale. Robin Hood è diventato qualcosa che appartiene ormai agli altri. Le persone raccontano le sue imprese, modificano i fatti e costruiscono un eroe che risponde ai propri bisogni.
Robin conosce invece un’altra versione della storia.
Sa che dietro ogni impresa celebrata esistono persone morte. Conosce gli inganni necessari per costruire la propria reputazione e comprende quanto sia facile trasformare la violenza in eroismo quando chi racconta possiede il controllo della narrazione. L’idea del fuorilegge che rubava ai ricchi per dare ai poveri viene quindi sottoposta a un processo molto più doloroso della semplice revisione storica.
Sarnoski non vuole necessariamente dimostrare che Robin fosse sempre stato un impostore. Sarebbe una soluzione fin troppo facile. Il film è più interessante quando ammette che due cose possono essere vere contemporaneamente. Un uomo può avere combattuto contro un’ingiustizia e avere comunque commesso atrocità. Può essere diventato simbolo di libertà senza essere moralmente puro.
La leggenda ha bisogno di semplificare. L’uomo, invece, deve convivere con le contraddizioni che il racconto ha eliminato.
Sister Brigid e la possibilità di essere guardati senza il mito
Quando Robin rimane gravemente ferito, l’incontro con Sister Brigid modifica completamente il film. Jodie Comer interpreta la priora che lo accoglie e lo cura, diventando progressivamente qualcosa di molto più importante di una semplice figura salvifica.
Brigid possiede infatti ciò che quasi nessuno sembra più poter offrire a Robin: uno sguardo capace di vedere l’uomo senza essere accecato dalla leggenda.
Il rapporto tra i due permette a Sarnoski di rallentare drasticamente il racconto. Dopo la brutalità iniziale arrivano silenzi, conversazioni e tempi dilatati. È anche il punto nel quale Robin Hood – Il prezzo del sangue rischia maggiormente di perdere una parte del pubblico. Chi cerca una rilettura sanguinaria dell’eroe di Sherwood potrebbe percepire questa seconda parte come una brusca frenata.
Eppure quella lentezza possiede una funzione precisa. Robin è sempre stato un uomo d’azione. Davanti a un problema poteva combattere, fuggire o uccidere. Essere immobilizzato significa perdere improvvisamente tutti gli strumenti attraverso i quali ha costruito la propria identità.
Brigid lo costringe, direttamente o indirettamente, a fare qualcosa che per lui è molto più difficile che tendere un arco: rimanere fermo abbastanza a lungo da ricordare.
Jodie Comer non deve salvare Robin, deve costringerlo a guardarsi
Sarebbe facile trasformare Sister Brigid nella donna incaricata di redimere l’uomo violento. Il film evita fortunatamente questa scorciatoia. La redenzione non può essere concessa dall’esterno come una forma di assoluzione.
Jodie Comer costruisce il personaggio con una calma che contrasta efficacemente con Jackman. Robin occupa lo spazio attraverso il proprio corpo e attraverso il passato che porta con sé. Brigid possiede invece una forza meno evidente, fondata sulla capacità di ascoltare e di mettere in discussione la versione dei fatti che le viene presentata.
Tra i due nasce quindi un rapporto nel quale cura fisica e confronto morale procedono parallelamente. Robin ha bisogno che qualcuno impedisca al suo corpo di morire, ma la sopravvivenza diventa progressivamente il problema meno importante. Vivere qualche giorno in più non significa molto se quel tempo viene utilizzato soltanto per continuare a fuggire dalla propria memoria.
Comer evita accuratamente di trasformare Brigid in una presenza puramente spirituale. Il personaggio conserva zone d’ombra e un rapporto con il dolore che permette alla relazione con Robin di non ridursi alla contrapposizione tra peccatore e salvatrice. Entrambi conoscono il peso delle ferite, anche se hanno imparato a portarlo in modi differenti.
Little John e il prezzo pagato da chi segue un eroe
La presenza di Bill Skarsgård aggiunge un’altra prospettiva alla decostruzione del mito. Il suo personaggio non serve soltanto a recuperare uno dei nomi fondamentali dell’universo di Robin Hood. Attraverso di lui il film può interrogarsi sulle conseguenze che una leggenda produce sulle persone che decidono di seguirla.
È un aspetto particolarmente interessante perché sposta la responsabilità oltre Robin. Un leader non costruisce mai il proprio mito da solo. Servono uomini disposti a credergli, persone che trasformino le sue parole in azioni e una comunità pronta a raccontare successivamente quelle azioni come imprese.
Quando il tempo dell’avventura è terminato, però, rimangono le conseguenze.
Sarnoski osserva proprio quel momento. Non ci troviamo più davanti agli allegri compagni di Sherwood, ma davanti a uomini che devono comprendere che cosa sia rimasto delle battaglie combattute insieme. La fratellanza non viene cancellata, ma smette di essere automaticamente nobile.
Anche in questo caso il film preferisce la domanda alla risposta. Seguire un uomo convinti della giustezza della sua causa rende meno responsabili della violenza compiuta? Oppure la leggenda diventa precisamente il modo attraverso il quale una comunità impara a convivere con ciò che ha fatto?
Michael Sarnoski realizza l’anti-film di Robin Hood
Dopo Pig e A Quiet Place: Day One, Michael Sarnoski conferma una sensibilità molto riconoscibile. Gli interessa il genere, ma soprattutto ciò che rimane quando ne sottrae progressivamente gli elementi più ovvi.
Pig poteva sembrare un revenge movie e decideva di non esserlo. A Quiet Place: Day One utilizzava l’apocalisse per raccontare soprattutto l’ultimo tratto dell’esistenza di una donna. Robin Hood – Il prezzo del sangue applica un procedimento simile al mito dell’eroe popolare.
Sarnoski possiede tutti gli strumenti per costruire un’avventura medievale. Decide deliberatamente di non farlo.
È una scelta coraggiosa e anche il principale limite del film. Il ritmo non mantiene sempre la stessa efficacia. La seconda metà insiste molto sulla contemplazione e alcuni passaggi avrebbero probabilmente beneficiato di una maggiore sintesi. Anche parte della critica internazionale ha individuato proprio nella distanza emotiva da Robin e nell’andamento monotono uno dei problemi dell’opera.
Tuttavia, chiedere al film di accelerare troppo significherebbe in parte chiedergli di contraddire la propria idea. Sarnoski vuole togliere progressivamente a Robin tutto ciò che lo rendeva cinematograficamente eroico. Prima l’agilità, poi l’arco, quindi l’avventura e infine persino il controllo sul racconto della propria vita.
Ciò che rimane è semplicemente un uomo.
Il prezzo del sangue non si paga con altro sangue
Il titolo italiano coglie sorprendentemente bene uno degli elementi centrali dell’opera. Il sangue possiede un prezzo, ma Sarnoski rifiuta la logica secondo cui quel debito possa essere saldato semplicemente versandone altro.
Robin ha trascorso buona parte della propria esistenza dentro un meccanismo nel quale la violenza sembrava produrre inevitabilmente altra violenza. Un torto richiedeva vendetta. Una morte ne giustificava un’altra. Una causa ritenuta giusta rendeva accettabili i corpi necessari a sostenerla.
Arrivato alla fine, quell’aritmetica non funziona più.
È qui che il film assume una dimensione sorprendentemente contemporanea. Non perché cerchi facili parallelismi con il presente, ma perché mette in discussione il processo attraverso il quale una comunità trasforma la violenza in narrazione. Una volta costruito l’eroe, ciò che ha fatto può essere selezionato, abbellito e persino giustificato.
Robin scopre invece che la memoria personale non possiede la stessa capacità di montaggio.
Può raccontare agli altri una storia migliore. Non può raccontarla a sé stesso.
Un film sulla morte dell’eroe, non soltanto sulla morte di Robin Hood
Robin Hood – Il prezzo del sangue non è dunque il film che il titolo del personaggio potrebbe far immaginare. Non possiede il piacere avventuroso delle versioni classiche e non vuole aggiornarle attraverso una maggiore quantità di sangue. La brutalità è presente, soprattutto all’inizio, ma Sarnoski la utilizza per distruggere l’idea stessa della violenza come spettacolo eroico.
Hugh Jackman è straordinario proprio perché accetta questa demolizione. Possiede ancora il corpo dell’eroe d’azione, ma lo utilizza per interpretare un uomo che vorrebbe finalmente smettere di esserlo. Jodie Comer gli offre un contrappunto più silenzioso e permette al film di spostarsi progressivamente dal combattimento alla confessione, dalla leggenda alla memoria.
Non tutto possiede la stessa forza. La scelta contemplativa diventa a tratti eccessiva e l’assenza di un climax tradizionale può lasciare una sensazione di incompiutezza. Sono limiti reali, non semplicemente caratteristiche da trasformare automaticamente in virtù. Anche alcune delle recensioni italiane più favorevoli hanno evidenziato proprio la disomogeneità del ritmo e la radicale sottrazione della seconda parte.
Eppure rimane difficile non apprezzare il rischio.
Michael Sarnoski prende uno degli eroi popolari più riconoscibili della cultura occidentale e rifiuta di raccontarne ancora una volta le imprese. Preferisce arrivare quando le canzoni sono già state cantate, i nemici sono morti e gli uomini che hanno combattuto non possono più nascondersi dietro la causa per la quale lo hanno fatto. A quel punto Robin Hood non deve più dimostrare di saper colpire un bersaglio con una freccia.
Deve affrontare una domanda infinitamente più difficile: quanto vale una leggenda, quando l’uomo che l’ha creata ricorda tutto il sangue necessario a costruirla?
Robin Hood – Il prezzo del sangue non offre una risposta rassicurante. Proprio per questo, pur con qualche lentezza e qualche sottrazione di troppo, è una delle riletture più interessanti e adulte che il cinema recente abbia dedicato al mito di Sherwood.
Un altro formidabile arciere, questa estate
C’è un altro formidabile arciere, questa estate. Non è l’Ulisse di Nolan e, a dire il vero, somiglia molto di più al vecchio Logan. Come Ulisse, porta addosso il peso di ciò che ha fatto e appartiene a quella categoria di eroi che il cinema incontra quando le imprese sono finite e rimane soltanto l’uomo chiamato a fare i conti con la propria leggenda. Questo Robin Hood non deve più dimostrare di saper scoccare una freccia. Deve capire che cosa resta di lui quando l’arco non basta più a definirlo.
Dimenticate allora Kevin Costner e il romanticismo avventuroso di Robin Hood – Principe dei ladri. Dimenticate Errol Flynn, forse l’immagine cinematografica per eccellenza dell’arciere sorridente di Sherwood. Lasciate per un momento da parte il Robin più terreno di Russell Crowe, quello crepuscolare di Sean Connery in Robin e Marian e persino il tentativo più recente con Taron Egerton. Dimenticate l’eroe in calzamaglia che Mel Brooks ha trasformato in irresistibile parodia e, sì, dimenticate perfino la volpe di Walt Disney che per generazioni ha dato al fuorilegge il volto più tenero e immediatamente riconoscibile.
Perché il Robin Hood riportato sullo schermo da Hugh Jackman è tutta un’altra storia. Sporca, dolorosa, violenta e malinconica, raccontata quando la leggenda non può più proteggere l’uomo dalle conseguenze delle proprie azioni. Non sarà il Robin Hood che ricordavamo e forse è proprio questo il punto. È un uomo arrivato alla fine del mito, interpretato da un attore che sa benissimo come si porta sulle spalle il tramonto di un eroe. Un altro formidabile arciere, dunque, per questa estate cinematografica. E soprattutto una bella storia, una di quelle che meritano davvero di essere raccontate.


