• Home
  • Action
  • Masters of the Universe: He-Man è gommoso, plasticoso e kitsch. Proprio come deve essere

Travis Knight riporta Eternia al cinema: un blockbuster coloratissimo che diverte quando ricorda di essere nato da un giocattolo, ma molto meno quando prova a essere una grande saga fantasy

Prima il giocattolo, poi tutto il resto

C’è una cosa che sarebbe profondamente ingiusto dimenticare guardando Masters of the Universe: He-Man nasce per vendere giocattoli.

Prima di diventare un personaggio televisivo, un’icona degli anni Ottanta e infine un eroe cinematografico, era soprattutto un’action figure. Mattel lanciò la linea Masters of the Universe all’inizio degli anni Ottanta. Da lì arrivarono il cartone animato della Filmation, una mitologia sempre più ampia e infine il film del 1987 con Dolph Lundgren.

Quarant’anni dopo, Travis Knight deve quindi compiere un’operazione curiosa. Deve trasformare nuovamente in carne, scenografie ed effetti digitali qualcosa che nasceva dalla plastica.

Il risultato, paradossalmente, funziona soprattutto quando continua a sembrare plastica. Questo Masters of the Universe è gommoso, coloratissimo, esagerato e irrimediabilmente kitsch. Le armature sembrano giocattoli diventati improvvisamente enormi. Le armi potrebbero essere estratte da una confezione Mattel. Eternia possiede colori che sembrano rifiutare qualsiasi idea di realismo. Persino alcuni personaggi conservano quell’aspetto leggermente artificiale che, in un altro fantasy, sarebbe probabilmente un problema. Qui no. He-Man deve sembrare He-Man.

Nicholas Galitzine deve diventare l’uomo più potente dell’universo

La nuova storia sceglie però di non presentare immediatamente il proprio eroe nella forma che conosciamo. Adam, interpretato da Nicholas Galitzine, viene separato dalla Spada del Potere e trascorre quindici anni lontano da Eternia. Quando riesce finalmente a tornare, il suo mondo è ormai sotto il dominio di Skeletor.

La struttura consente al film di costruire una nuova origin story. Adam deve recuperare contemporaneamente la propria casa e la propria identità. Non basta quindi impugnare una spada e pronunciare una frase. Deve comprendere quale uomo voglia diventare prima ancora di poter essere He-Man.

Galitzine lavora su una versione decisamente meno monolitica del personaggio rispetto all’immaginario tradizionale. Il suo Adam è ironico, insicuro e perfino vulnerabile. Il film prova apertamente a prendere quella gigantesca icona muscolare degli anni Ottanta e adattarla a un’idea contemporanea di mascolinità.

L’intenzione è evidente e non è neppure sbagliata. Qualche volta, però, il continuo bisogno di scherzare sull’assurdità di He-Man finisce per indebolire proprio He-Man. Un personaggio simile non ha bisogno di essere realistico. Ha bisogno che il film creda in lui. Quando Knight smette di chiedere scusa per la propria materia e permette ad Adam di sollevare la Spada del Potere senza accompagnare necessariamente tutto con un ammiccamento, Masters of the Universe trova finalmente la propria energia.

Eternia sembra una gigantesca confezione Mattel aperta sullo schermo

Il vero spettacolo arriva inevitabilmente quando il film entra nel cuore di Eternia. Qui il kitsch diventa quasi un valore estetico. Castle Grayskull, le armature, i veicoli e le creature appartengono a un universo che non può essere trattato con la sobrietà di un fantasy medievale. Sarebbe un errore cercare di nascondere le proprie origini dietro un fotorealismo austero.

Travis Knight sembra capirlo. Il regista di Bumblebee aveva già dimostrato di saper lavorare con personaggi nati per vendere giocattoli senza considerarli automaticamente materiale di serie B. Anche in quel caso il problema consisteva nel trovare un equilibrio tra il prodotto commerciale e il personaggio.

Qui la sfida è ancora più evidente. Masters of the Universe sembra spesso una gigantesca vetrina Mattel. Praticamente ogni personaggio potrebbe essere trasformato immediatamente in un’action figure. Anzi, in molti casi lo era già quarant’anni fa.

Eppure non è necessariamente un difetto. Pretendere da He-Man un’estetica completamente emancipata dalla propria origine commerciale significherebbe probabilmente non aver capito He-Man. Il film può essere plasticoso perché la plastica appartiene al suo DNA. Il problema nasce quando quella plastica deve sostenere per oltre due ore la gravità di un grande fantasy epico.

Skeletor è ridicolo. Per fortuna

Jared Leto interpreta Skeletor e fa una scelta fondamentale: non prova a salvarlo dal ridicolo. Sarebbe impossibile. Parliamo di uno scheletro muscoloso che vuole conquistare Eternia e che appartiene a un universo popolato da personaggi chiamati Man-At-Arms, Fisto e Ram-Man. Qualunque tentativo di trasformare tutto questo in un cupo dramma shakespeariano sarebbe probabilmente ancora più comico del materiale originale. Leto sceglie quindi l’eccesso. Il suo Skeletor è teatrale, vanitoso e apertamente sopra le righe. Ogni tanto sembra sul punto di divorare l’intera scenografia. Proprio per questo rimane uno degli elementi più divertenti del film.

Non è un antagonista capace di generare autentico terrore. Nemmeno sembra volerlo essere. Funziona piuttosto come incarnazione perfetta dell’estetica di Masters of the Universe: un cattivo che può essere minaccioso e contemporaneamente sembrare uscito dalla fantasia di un bambino che sta facendo combattere due pupazzi sul pavimento della propria cameretta.

Accanto a lui Alison Brie interpreta Evil-Lyn, mentre Idris Elba presta presenza e carisma a Duncan, il Man-At-Arms. Camila Mendes è invece Teela, personaggio centrale nel ritorno di Adam verso Eternia. Il cast accetta quasi sempre la regola fondamentale del gioco: qui la convinzione conta più della plausibilità.

Il problema arriva quando He-Man vuole essere I Guardiani della Galassia

Se l’estetica kitsch non rappresenta il vero limite del film, lo diventa invece la continua ricerca di modelli contemporanei. Masters of the Universe sembra avere spesso paura di essere semplicemente Masters of the Universe. La struttura dell’avventura, il gruppo di personaggi eccentrici, le battute che interrompono i momenti solenni e l’ironia consapevole ricordano inevitabilmente il cinema supereroistico degli ultimi quindici anni. In particolare, l’influenza dei Guardiani della Galassia appare difficile da ignorare.

Il film vuole contemporaneamente essere un’avventura fantasy, una commedia autoconsapevole, un racconto di formazione e l’inizio di una possibile nuova saga. Alla lunga il meccanismo pesa. Il paradosso è evidente. Un universo assurdo come Eternia avrebbe tutte le possibilità per essere completamente folle. Invece, proprio quando dovrebbe rischiare maggiormente, la sceneggiatura ricorre spesso a formule che conosciamo fin troppo bene.

Una battuta deve stemperare la tensione. Un personaggio deve commentare quanto sia assurdo ciò che sta accadendo. Il momento epico deve essere accompagnato da un sorriso rivolto allo spettatore. Non sempre serve. Sappiamo che He-Man è ridicolo. È anche per questo che siamo qui.

Un film per bambini che ogni tanto sembra vergognarsi di esserlo

Esiste poi una domanda inevitabile: a chi è destinato Masters of the Universe? La risposta dovrebbe essere semplice. Ai bambini. Naturalmente anche agli adulti cresciuti con He-Man, ai collezionisti, ai nostalgici degli anni Ottanta e a chi conserva ancora nella memoria il cartone animato. Tuttavia, la natura primaria di questo universo rimane quella del gioco.

Il film sembra invece voler costruire continuamente un doppio livello. Deve divertire i più piccoli e contemporaneamente rassicurare gli adulti sulla consapevolezza dell’operazione. Da qui arrivano battute, doppi sensi e ironia metatestuale. Alcune funzionano molto bene. I nomi stessi dei personaggi diventano materiale comico. Ram-Man si chiama così perché prende a testate le cose. Fisto, prevedibilmente, utilizza i pugni. Il film sa perfettamente quanto siano assurde queste denominazioni e decide di divertirsi con esse. È una scelta sensata finché rimane gioco.

Quando invece l’autoconsapevolezza diventa una protezione contro il possibile ridicolo, emerge un problema. He-Man non dovrebbe avere paura di essere infantile. È nato in una scatola di giocattoli.

Dolph Lundgren e il passato che torna per pochi minuti

Il rapporto con il 1987 viene sancito dalla presenza di Dolph Lundgren. Il vecchio He-Man compare in un piccolo cameo e il momento possiede inevitabilmente un valore affettivo per chi conosce il precedente adattamento cinematografico. Non serve molto altro. Lundgren è lì perché prima di Nicholas Galitzine esisteva il suo He-Man. È un omaggio semplice e persino simpatico. Soprattutto, il cameo permette di ricordare quanto sia cambiato il modo di adattare proprietà simili. Il Masters of the Universe del 1987 cercava di costruire con mezzi limitati un fantasy fantascientifico capace di sfruttare il successo dei giocattoli e del cartone.

Quello del 2026 dispone invece delle possibilità economiche e tecnologiche necessarie per mostrare davvero Eternia. Il risultato è immensamente più grande. Non necessariamente possiede però molta più personalità. Questa è forse la contraddizione più curiosa del nuovo film. Può finalmente mostrare tutto ciò che quarant’anni fa era difficilissimo rappresentare, ma appartiene contemporaneamente a un’industria che tende a rendere simili tra loro blockbuster nati da immaginari completamente differenti.

La comparsa di Lundgren diventa allora anche un piccolo confronto tra due epoche del cinema commerciale.

Due ore e venti sono troppe anche per l’uomo più potente dell’universo

Il vero limite strutturale del film è la durata. Circa 140 minuti rappresentano una quantità di tempo considerevole per una storia che, nella propria essenza, rimane molto semplice. Adam deve ritrovare la Spada del Potere, tornare a Eternia, accettare la propria identità e affrontare Skeletor. Non serviva necessariamente trasformare questo percorso in una maratona.

La sensazione di dilatazione emerge soprattutto nella parte centrale. Il film introduce personaggi, spiega dinamiche e prepara possibili sviluppi futuri. Ogni elemento deve avere il proprio momento. Il risultato è un racconto pieno di cose, ma non sempre altrettanto ricco di sostanza. Proprio su questo punto la critica si è divisa.

Masters of the Universe non annoia continuamente. Anzi, sa essere molto divertente. Semplicemente, avrebbe probabilmente guadagnato energia perdendo venti o trenta minuti.

Il giocattolo non deve diventare Shakespeare

Giudicare Masters of the Universe richiede infine di accettare la natura dell’oggetto che abbiamo davanti: è un film tratto da una linea di giocattoli. Non è una giustificazione preventiva per qualsiasi difetto. Un blockbuster per famiglie può possedere una scrittura straordinaria. Un personaggio nato per ragioni commerciali può diventare protagonista di grande cinema. La storia dell’animazione e del cinema popolare lo dimostra continuamente. Allo stesso tempo, però, sarebbe curioso rimproverare a He-Man di essere troppo He-Man.

La plastica, i colori saturi, i muscoli, le armature improbabili e l’assurdità di Eternia appartengono alla sua identità. Quando Travis Knight abbraccia tutto questo, il film diverte. Quando invece prova a trasformarlo nell’ennesimo universo cinematografico contemporaneo, perde qualcosa. La differenza è sostanziale. Il problema non è che Masters of the Universe sembri un giocattolo. Il problema è quando smette di giocare.

Masters of the Universe diverte, ma non possiede davvero il potere

Alla fine Masters of the Universe lascia una sensazione meno negativa di quanto la sua gommosissima superficie potrebbe suggerire. Nicholas Galitzine costruisce un Adam abbastanza simpatico da accompagnare il pubblico dentro Eternia. Jared Leto comprende perfettamente l’assurdità di Skeletor. Idris Elba possiede il carisma necessario per attraversare praticamente qualsiasi universo cinematografico senza sembrare fuori posto. Travis Knight, soprattutto, non rinnega completamente l’estetica kitsch della proprietà Mattel. Ci si diverte. Non abbastanza da parlare di una grande avventura fantasy. Nemmeno così poco da considerare l’operazione completamente fallita.

Rimane un film lungo, derivativo e troppo preoccupato di utilizzare formule già sperimentate dal blockbuster contemporaneo. Alcune battute funzionano. Altre ricordano quanto il cinema commerciale abbia ormai paura di concedersi un momento di sincera ingenuità senza dover immediatamente ironizzare su sé stesso.

Eppure, quando appare Eternia, quando la Spada del Potere viene sollevata e quando quell’universo plasticoso assume finalmente tutta la propria assurda grandezza, qualcosa funziona. Forse perché Masters of the Universe non aveva bisogno di diventare più adulto. Aveva bisogno di ricordarsi da dove veniva. Da un bambino seduto sul pavimento, con due pupazzi tra le mani, convinto che uno di loro fosse davvero l’uomo più potente dell’universo. E per qualche momento, nonostante tutto, ci crede anche il film.

Condividi questo articolo

Iscriviti alla nostra newsletter

Resta aggiornato sugli ultimi articoli del blog. Niente spam, promesso.

Cliccando su Iscriviti, confermi di accettare i nostri termini e condizioni

Related posts