Hokum: immagini suggestive e un universo folklorico ricchissimo in una sceneggiatura che pretende troppo spesso di essere assecondata
Un ottimo materiale di partenza che promette più di quanto riesca a mantenere
Hokum possiede quasi tutto ciò che dovrebbe servire per costruire un folk horror memorabile. C’è l’Irlanda rurale, c’è un albergo isolato, c’è una camera nuziale che nessuno utilizza da anni e c’è soprattutto una leggenda locale legata a una strega. Damian McCarthy, già autore di Caveat e Oddity, torna quindi a un territorio che conosce bene: luoghi apparentemente ordinari nei quali la paura sembra essersi sedimentata molto prima dell’arrivo del protagonista. Anche buona parte della critica ha riconosciuto al film una notevole capacità atmosferica e un uso efficace del folklore irlandese.
Il protagonista è Ohm Bauman, interpretato da Adam Scott. È uno scrittore americano che raggiunge il Bilberry Woods Hotel per spargere le ceneri dei genitori, che proprio lì avevano trascorso la luna di miele. Sta inoltre cercando di completare la propria saga letteraria dedicata ai conquistadores. La cornice è quindi immediatamente interessante: morte, memoria familiare, scrittura e superstizione possono contaminarsi fino a rendere impossibile distinguere ciò che appartiene alla realtà da ciò che appartiene al racconto.
Ed è proprio per questo che la delusione pesa maggiormente. Hokum non è un film privo di idee. È quasi il contrario. Possiede così tante suggestioni che finisce per utilizzarne alcune male, lasciandone altre a metà e chiedendo allo spettatore una sospensione dell’incredulità che, col passare dei minuti, diventa sempre più difficile concedere.
Ohm Bauman: quando un protagonista respingente diventa un problema
Un personaggio principale non deve necessariamente essere simpatico. Il cinema è pieno di protagonisti arroganti, egoisti o perfino ripugnanti che riescono comunque a trascinare lo spettatore dentro la propria storia. Il problema nasce quando l’antipatia non viene compensata da una curiosità altrettanto forte.
Ohm Bauman è volutamente sgradevole. Adam Scott costruisce un uomo sarcastico, distante e spesso apertamente indisponente nei confronti delle persone che incontra. Diverse recensioni hanno riconosciuto questa caratteristica come intenzionale e hanno apprezzato proprio il modo in cui l’attore rende credibile un individuo così difficile da amare.
Tuttavia, per quanto l’intenzione sia evidente, il risultato non sempre funziona. Per buona parte del film diventa complicato preoccuparsi realmente della sorte di Ohm. La sua sofferenza, il senso di colpa e il rapporto con la memoria familiare vengono progressivamente chiariti, ma arrivano quando una distanza emotiva è già stata costruita.
L’assenza di empatia non sarebbe un difetto se il film trasformasse quella freddezza in un elemento strutturale. A tratti sembra farlo. Poi, però, chiede allo spettatore di partecipare al trauma dell’uomo con un coinvolgimento che la sceneggiatura non ha preparato fino in fondo. È qui che il personaggio smette di essere deliberatamente antipatico e diventa semplicemente difficile da seguire.
Fiona è il personaggio che avrebbe meritato ancora più spazio
Tra le presenze più riuscite c’è invece Fiona, interpretata da Florence Ordesh. È la barista dell’hotel e uno dei primi personaggi capaci di incrinare l’atteggiamento difensivo di Ohm. La sua importanza cresce con il procedere della storia, fino a intrecciarsi direttamente con il mistero che avvolge l’albergo.
Fiona funziona perché possiede ciò che spesso manca al protagonista: immediatezza. È inserita naturalmente nel luogo, conosce le sue storie e appartiene a quel confine ambiguo tra chi crede alle leggende e chi semplicemente ha imparato a convivere con esse. Non serve sovraccaricarla di spiegazioni. Basta la sua presenza a rendere più interessante ciò che circonda l’hotel.
Florence Ordesh lavora bene proprio su questa ambiguità. Fiona non diventa mai una semplice funzione narrativa. Anche quando la trama la utilizza per accompagnare Ohm verso il mistero, conserva una propria identità. Il suo rapporto con il folklore non sembra artificiosamente inserito per spiegare qualcosa allo spettatore. Fa parte del personaggio.
Proprio per questo rimane qualche rimpianto. In un film che dedica molto spazio alle esitazioni e agli smarrimenti di Ohm, sarebbe stato interessante concedere maggiore respiro a una figura capace di collegare in maniera più naturale la dimensione umana e quella soprannaturale.
Il folklore irlandese è il vero protagonista
Dove Hokum funziona meglio è nella costruzione del proprio immaginario. McCarthy parte da racconti di streghe, bambini incatenati, presenze nei boschi e credenze locali. Non cerca però di organizzare tutto in una mitologia ordinata. Il folklore resta sporco, contraddittorio e tramandato attraverso storie che possono essere contemporaneamente vere, false o deformate dal tempo. Il regista ha spiegato di essersi ispirato direttamente alle tradizioni irlandesi e alla loro capacità di costruire paura attraverso il racconto orale.
È una delle componenti migliori dell’opera. Il titolo stesso, Hokum, rimanda a qualcosa di artificioso, assurdo o poco credibile. Il film utilizza proprio questa idea per mettere continuamente Ohm di fronte a qualcosa che considera superstizione. Uno scrittore abituato a inventare racconti si ritrova così dentro un luogo in cui le storie potrebbero possedere una concretezza che lui non è disposto ad accettare.
Quando McCarthy rimane dentro questa ambiguità, il film possiede un fascino notevole. I corridoi dell’hotel, la suite proibita e i boschi circostanti sembrano appartenere contemporaneamente alla realtà e a una favola raccontata male da qualcuno molti anni prima.
La paura deriva proprio dall’impossibilità di capire dove finisca il folklore e dove inizi qualcosa di reale. Ed è qui che Hokum mostra il film che avrebbe potuto essere dall’inizio alla fine.
Troppa sospensione dell’incredulità finisce per rompere l’incantesimo
Un horror soprannaturale può chiedere allo spettatore di accettare praticamente qualsiasi cosa. Deve però costruire regole abbastanza solide da rendere credibile l’impossibile.
Hokum, invece, pretende in diversi momenti che lo spettatore ignori incongruenze, coincidenze e comportamenti difficili da giustificare. Non si tratta della presenza della strega o degli elementi fantastici. Quelli appartengono alle regole del genere e vengono accettati senza problemi. Sono soprattutto alcune connessioni narrative, gli spostamenti dei personaggi e la gestione di determinate informazioni a provocare dubbi.
È in questi momenti che viene quasi spontaneo domandarsi, con una certa ironia, dove fosse la segretaria di edizione. Non perché il film sia dominato da macroscopici errori tecnici, ma perché la continuità logica della narrazione sembra a volte piegarsi alla necessità di far accadere la scena successiva.
Ciò che prima appariva misterioso diventa quindi confuso. Sono due condizioni profondamente diverse. Il mistero produce domande alle quali vogliamo trovare una risposta. La confusione, invece, porta a chiedersi se una risposta esista davvero.
Una parte della critica ha letto positivamente proprio questa frammentazione, mentre altre recensioni hanno individuato nelle incoerenze narrative e nella difficoltà di raccordare alcuni passaggi uno dei principali limiti del film.
Il problema non è quindi che Hokum non spieghi abbastanza. Al contrario, probabilmente alcune cose avrebbero dovuto rimanere ancora più oscure, mentre altre avrebbero richiesto semplicemente maggiore precisione.
Prologo ed epilogo: una cornice elegante che rimane troppo decorativa
Il prologo è una dichiarazione d’intenti molto forte. Prima ancora di entrare nell’Irlanda umida e fredda del Bilberry Woods Hotel, il film ci porta altrove. Compare un conquistador, interpretato da Austin Amelio, appartenente al mondo letterario creato da Ohm. La stessa cornice ritorna nell’epilogo.
Visivamente il contrasto funziona. Il deserto, i costumi e l’immaginario storico si oppongono al verde, all’umidità e alla claustrofobia dell’hotel. Inoltre, l’idea di aprire e chiudere il film dentro la finzione scritta dal protagonista potrebbe creare un interessante cortocircuito tra autore e personaggio.
Eppure la sensazione finale è quella di un’occasione sprecata.
Prologo ed epilogo in costume sono troppo importanti visivamente per limitarsi a fare da cornice. Sembrano promettere una contaminazione più profonda tra ciò che Ohm scrive e ciò che vive. Il film, invece, utilizza questo dispositivo con una prudenza che finisce per ridurne la forza.
Persino alcune recensioni favorevoli hanno segnalato la natura straniante dell’apertura e il rapporto non sempre perfettamente risolto tra la storia del conquistador e l’horror ambientato in Irlanda.
Se quella finzione avesse invaso maggiormente la realtà di Ohm, Hokum avrebbe potuto costruire qualcosa di davvero originale. Così resta un’idea bella da vedere, ma meno significativa di quanto avrebbe meritato.
Atmosfera e immagini salvano molte delle debolezze
Sarebbe però ingiusto ridurre il film ai suoi problemi di scrittura. Damian McCarthy possiede un vero talento nel creare immagini inquietanti. Lo aveva già dimostrato e qui conferma una capacità rara: far percepire una presenza prima ancora di mostrarla.
Il Bilberry Woods Hotel funziona benissimo come spazio horror. Gli interni sembrano appartenere a un tempo indefinito. I corridoi producono un senso di disagio ancora prima che qualcosa accada. La suite nuziale, rimasta chiusa per anni perché ritenuta infestata dalla strega, diventa naturalmente il centro magnetico dell’intero edificio.
Anche il sonoro svolge un ruolo fondamentale. L’attesa viene spesso prolungata oltre il punto in cui lo spettatore si aspetta uno spavento. Quando finalmente arriva, McCarthy dimostra di conoscere molto bene i tempi dell’horror. Non sorprende che il consenso critico aggregato abbia valorizzato soprattutto l’atmosfera, il folklore e la precisione degli shock.
Sono proprio questi momenti a rendere più frustranti le debolezze della sceneggiatura. Dietro Hokum si intravede continuamente un horror eccellente. Ogni tanto emerge completamente. Poi qualcosa nella narrazione lo trattiene.
Un’occasione mancata, proprio perché le idee erano buone
Hokum non è un brutto horror. Sarebbe quasi più semplice liquidarlo se lo fosse.
È un film pieno di materiale interessante. Possiede un’ambientazione splendida, un folklore affascinante, una notevole capacità di creare tensione e alcune immagini destinate a rimanere impresse. Florence Ordesh offre con Fiona uno dei personaggi più riusciti, mentre Adam Scott interpreta con convinzione un protagonista volutamente respingente. Anche la ricezione critica complessiva è stata prevalentemente positiva, soprattutto per regia e atmosfera.
Il problema nasce da come questi elementi vengono tenuti insieme.
Ohm rimane troppo a lungo un personaggio con il quale è quasi impossibile stabilire un legame. Alcune connessioni richiedono una sospensione eccessiva dell’incredulità. Il mistero lascia spazio più volte alla confusione. Infine, il prologo e l’epilogo in costume suggeriscono una relazione tra letteratura e realtà che avrebbe meritato un ruolo molto più sostanziale.
Rimane quindi il dispiacere per ciò che Hokum avrebbe potuto essere. Il folklore irlandese offriva a Damian McCarthy un materiale straordinario. In diversi momenti il regista dimostra di saperlo utilizzare magnificamente. Tuttavia, quando arriva il momento di trasformare quell’immaginario in una storia compatta, la scrittura comincia a scricchiolare.
E forse questa è la sensazione più adatta con cui lasciare il Bilberry Woods Hotel: si entra convinti che dietro ogni porta possa nascondersi qualcosa di terribile, ma alla fine è proprio la porta della sceneggiatura quella che avrebbe avuto bisogno di essere chiusa con maggiore attenzione.


