Osgood Perkins trasforma una baita nel bosco in uno spazio mentale dove la violenza è nascosta dietro l’idea romantica dell’amore

Una coppia, una baita e qualcosa che non torna

Keeper – L’eletta parte da uno degli scenari più abusati nella storia dell’horror. Una coppia raggiunge una baita isolata nel bosco per trascorrere qualche giorno lontano dal resto del mondo. Basterebbero questi pochi elementi per immaginare tutto ciò che potrebbe accadere. Osgood Perkins, però, conosce perfettamente le aspettative dello spettatore e decide di utilizzarle contro di lui.

Liz, interpretata da Tatiana Maslany, raggiunge la casa insieme a Malcolm, il compagno interpretato da Rossif Sutherland. Quello che dovrebbe essere un soggiorno romantico comincia presto a mostrare qualcosa di sbagliato. Non accade immediatamente nulla di realmente terrificante. Eppure gli spazi sembrano ostili, i comportamenti diventano difficili da interpretare e alcuni dettagli suggeriscono che quella casa custodisca una storia molto più inquietante di quanto Malcolm sia disposto ad ammettere.

Perkins costruisce l’angoscia proprio su questa incertezza. Non interessa soltanto capire cosa si nasconda nel bosco. Diventa altrettanto importante comprendere chi sia davvero l’uomo accanto a Liz. Il soprannaturale e il quotidiano iniziano così a confondersi. La paura di una presenza esterna convive con un timore molto più concreto: scoprire di non conoscere davvero la persona con la quale abbiamo scelto di stare.

L’orrore di scoprire chi abbiamo accanto

È probabilmente qui che Keeper – L’eletta trova la sua idea più interessante. Il film può essere letto come un racconto soprannaturale, un folk horror o un incubo domestico. Sotto ciascuna di queste forme, tuttavia, rimane soprattutto una storia sulla coppia e sull’asimmetria che può nascondersi all’interno di una relazione.

L’amore presuppone fiducia. Significa consegnare volontariamente a un’altra persona una parte della propria vulnerabilità. Per questo la scoperta di un segreto possiede una forza tanto devastante. Non mette in discussione soltanto ciò che l’altro ha fatto. Costringe a rivalutare tutto ciò che lo ha preceduto. Una parola, un gesto affettuoso o un ricordo apparentemente innocuo possono improvvisamente assumere un significato differente.

Il cinema di Perkins lavora molto bene su questa sensazione. La minaccia non arriva necessariamente dal luogo sconosciuto. Può essere già dentro la relazione. In questo senso, la baita diventa quasi un esperimento emotivo. Elimina il rumore del mondo esterno e lascia Liz sola con ciò che fino a quel momento aveva scelto, consapevolmente o meno, di non vedere.

Non sorprende che diverse letture critiche abbiano individuato nel film una riflessione sulla mascolinità tossica, sul patriarcato e sul dominio esercitato all’interno delle relazioni. Perkins utilizza il genere per rendere letterale qualcosa che nella realtà può essere molto più difficile da riconoscere.

Tatiana Maslany è il centro emotivo del film

Tutto questo funzionerebbe molto meno senza Tatiana Maslany. Liz trascorre una parte consistente del film cercando di interpretare ciò che accade intorno a lei. Il rischio sarebbe stato quello di trasformarla nella classica protagonista horror costretta semplicemente a reagire agli eventi. Maslany evita questa trappola.

La sua interpretazione procede attraverso piccoli cambiamenti. Prima compare il dubbio. Poi arriva il disagio. Infine la paura comincia a modificare il modo in cui Liz osserva gli spazi e le persone. Non servono continuamente esplosioni emotive. Gran parte del lavoro passa dallo sguardo, dalle esitazioni e dalla sensazione che il personaggio stia cercando di ricomporre una realtà diventata improvvisamente incomprensibile.

È anche per questo che le visioni funzionano. Non sappiamo immediatamente quanto appartenga alla realtà, quanto alla percezione della protagonista e quanto a qualcosa che ancora non comprendiamo. Il film costringe lo spettatore ad assumere la stessa posizione di Liz. Vediamo, ma non possediamo ancora gli strumenti necessari per interpretare.

Maslany tiene insieme questa ambiguità con grande sicurezza. Anche molte delle recensioni meno entusiaste hanno riconosciuto nella sua interpretazione uno dei principali punti di forza dell’opera.

Osgood Perkins preferisce l’inquietudine allo spavento

Chi cerca un horror costruito attraverso una successione di jump scare potrebbe trovare Keeper – L’eletta frustrante. Perkins lavora in una direzione differente. Gli interessa creare una condizione di disagio permanente. Vuole che qualcosa sembri sbagliato anche quando, apparentemente, sullo schermo non sta succedendo nulla.

La casa diventa fondamentale. Porte, corridoi, finestre e stanze smettono lentamente di essere semplici elementi scenografici. Lo spazio acquista una propria presenza. Il bosco che circonda la baita aumenta ulteriormente questa sensazione di isolamento. Non esiste un luogo realmente neutrale nel quale Liz possa sentirsi al sicuro.

La fotografia e il lavoro sul suono sostengono bene questa scelta. Perkins lascia spesso che sia l’inquadratura a produrre inquietudine. Lo spettatore comincia a cercare qualcosa negli angoli dell’immagine, anche quando non esiste alcuna certezza che debba comparire. È un meccanismo semplice, ma estremamente efficace quando viene gestito con pazienza.

In questo senso Keeper conferma la capacità del regista di costruire atmosfera, già centrale nel suo cinema precedente. La paura nasce prima dell’evento. È l’attesa dell’immagine a diventare parte dell’immagine stessa. La critica italiana ha generalmente valorizzato proprio questa componente visionaria e perturbante del film.

Quando il soprannaturale diventa una metafora del possesso

Con il procedere della storia, il film abbandona progressivamente la semplice ambiguità psicologica e lascia emergere la propria componente soprannaturale. È qui che Keeper – L’eletta diventa più esplicitamente un horror, mescolando suggestioni da folk horror, creature e immagini quasi fiabesche.

Il passaggio non è sempre perfetto. Alcune spiegazioni arrivano con una chiarezza che contrasta con l’ambiguità costruita in precedenza. Una parte della critica internazionale ha individuato proprio nella sceneggiatura il limite principale del film, giudicando più riuscita la costruzione dell’atmosfera rispetto alla soluzione narrativa del mistero.

Eppure il cuore tematico rimane convincente. Ciò che emerge dal passato della casa amplifica il discorso sulla relazione tra uomini e donne. Il possesso non viene rappresentato soltanto come gelosia o volontà di controllo. Diventa qualcosa di antico, sedimentato e quasi ereditario. Una dinamica che cambia forma attraverso il tempo, ma continua a riprodurre lo stesso squilibrio.

Per questo il soprannaturale non appare completamente separato dalla dimensione psicologica. Al contrario, la completa. Il mostro rende visibile ciò che nella relazione era rimasto nascosto.

Il limite di un film che chiede molta pazienza

La scelta dello slow burn è coerente con il cinema di Perkins, ma non sempre lavora a favore del film. Keeper – L’eletta accumula indizi per molto tempo prima di permettere allo spettatore di comprendere quale direzione stia prendendo. In alcuni momenti questa attesa produce una tensione notevole. In altri rischia invece di diventare dispersione.

È probabilmente questo l’elemento che spiega meglio la forte divisione della critica. Alcuni hanno trovato il film ipnotico e perturbante. Altri lo hanno giudicato eccessivamente lento, poco coeso o incapace di trasformare le proprie suggestioni in una narrazione altrettanto solida. Il consenso critico aggregato è infatti rimasto sostanzialmente spaccato.

La nostra posizione sta più vicina alla prima lettura, pur comprendendo le ragioni della seconda. Il film avrebbe probabilmente beneficiato di qualche passaggio più asciutto e di una maggiore fiducia nella propria ambiguità. Non tutto aveva bisogno di essere ricondotto a una spiegazione.

Tuttavia, quando l’orrore finalmente prende forma, molte delle immagini disseminate durante il racconto acquistano un nuovo significato. Il film chiede quindi allo spettatore di aspettare. Non sempre lo ricompensa nella stessa misura, ma abbastanza da rendere l’esperienza interessante.

L’amore non dovrebbe avere bisogno di un custode

Keeper – L’eletta non raggiunge probabilmente la compattezza delle opere migliori di Osgood Perkins, ma possiede abbastanza personalità da distinguersi nel panorama horror contemporaneo. È un film imperfetto, a tratti volutamente indecifrabile, eppure capace di costruire un disagio che continua a lavorare anche quando l’immagine apparentemente non offre nulla di cui avere paura.

Tatiana Maslany rappresenta il suo punto di forza più evidente. La sua interpretazione permette alla componente psicologica di sopravvivere anche quando il racconto entra pienamente nel soprannaturale. Intorno a lei Perkins costruisce un universo fatto di isolamento, sospetto e immagini disturbanti, utilizzando l’horror per raccontare qualcosa di estremamente quotidiano.

Perché la domanda più inquietante posta dal film non riguarda davvero ciò che vive nel bosco. Riguarda la persona che abbiamo scelto di far entrare nella nostra vita.

Quanto conosciamo realmente chi amiamo? Quanto della nostra fiducia nasce da ciò che sappiamo e quanto, invece, da ciò che abbiamo deciso di credere?

È in questa zona che Keeper – L’eletta trova la sua forma migliore. Il mostruoso diventa una conseguenza del possesso. La casa diventa una relazione dalla quale sembra impossibile uscire. L’amore, infine, smette di essere rifugio nel momento stesso in cui qualcuno pretende di diventarne il custode.

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