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  • Da Venezia83 – Les Indes: prima di conquistare il Nuovo Mondo, l’Europa deve attraversare sé stessa

Tra un giovane aristocratico spagnolo, due soldati francesi, villaggi isolati, ribelli e disertori, Les Indes racconta l’inizio della modernità osservando la distanza che separa le corti da coloro sui quali esercitano il proprio potere

Un quadro deve attraversare l’Europa

La premessa di Les Indes nasce da un fatto storico apparentemente minuscolo rispetto agli eventi che stanno ridisegnando il continente. Nel 1652 Diego Velázquez realizza un ritratto della giovanissima Maria Teresa d’Austria, Infanta di Spagna, destinato alla corte francese e al giovane Luigi XIV. Quel dipinto non è soltanto un’immagine: deve permettere al futuro Re Sole di conoscere il volto della possibile sposa e diventa così uno degli strumenti attraverso cui due monarchie rivali cercano di costruire una nuova relazione politica.

Pauline Julier e Nicolas Chapoulier partono proprio dalla materialità di quell’immagine. Oggi un volto attraversa il mondo in pochi secondi; nel Seicento deve attraversarlo fisicamente. Il quadro ha bisogno di uomini che lo trasportino, strade che consentano il passaggio, frontiere che si aprano e territori sufficientemente pacificati da permettere a un’immagine di raggiungere il proprio destinatario. Dietro un gesto diplomatico apparentemente raffinato esistono quindi fatica, fango, violenza e corpi esposti al pericolo.

Alejandro, giovane aristocratico spagnolo interpretato da Théo Urtubey, riceve il compito di accompagnare quel ritratto verso la Francia insieme a due soldati francesi, Jehan e Antoine. La missione dovrebbe essere relativamente semplice nella sua formulazione: proteggere un’immagine e consegnarla alla corte. È il mondo fuori dai palazzi a ricordare rapidamente quanto ogni ordine formulato dall’alto diventi qualcosa di completamente diverso quando qualcuno deve materialmente eseguirlo.

Le Indie non sono ancora il luogo in cui ci troviamo, ma sono già dentro la testa di Alejandro

Il titolo potrebbe inizialmente suggerire che il film conduca verso le Americhe. In realtà le Indie rimangono geograficamente lontane per tutta la durata del racconto, ma sono continuamente presenti nell’immaginario del protagonista. Alejandro legge, osserva carte, contempla illustrazioni e fantastica sulle terre che l’Europa ha cominciato non soltanto a esplorare ma soprattutto a conquistare, classificare e trasformare in opportunità economica.

Questo dettaglio è essenziale perché definisce lo sguardo con cui il giovane affronta il mondo. Le colonie rappresentano ancora per lui l’avventura, l’ignoto, le rotte commerciali da aprire e le terre sulle quali costruire un futuro. Non possiede esperienza diretta di quella violenza, ma ne ha già assorbito perfettamente la grammatica: esistono luoghi da scoprire, popolazioni da osservare e territori che diventano interessanti nella misura in cui possono essere penetrati, organizzati e sfruttati.

Les Indes non ha bisogno di mostrare fisicamente l’America per parlare di colonialismo. È sufficiente osservare come l’America esista nella mente dell’europeo prima ancora che questi vi metta piede. La conquista comincia nelle rappresentazioni, nelle mappe e nei racconti attraverso cui un luogo viene trasformato da ambiente abitato da qualcuno a spazio potenzialmente disponibile per qualcun altro.

Il vero continente sconosciuto è quello sotto i piedi del protagonista

È qui che il viaggio produce uno dei paradossi più interessanti del film. Alejandro sogna popolazioni lontane e culture esotiche mentre conosce pochissimo quelle che incontra nel proprio continente. Gli bastano poche giornate di cammino per scoprire che fra una corte europea e l’altra esistono comunità, lingue, consuetudini, classi sociali e modi di concepire la vita che possono essergli quasi estranei quanto le popolazioni rappresentate nelle immagini delle Indie.

L’incontro con le comunità isolate assume per questo un valore molto superiore alla semplice tappa del percorso. Il giovane aristocratico guarda quei riti con curiosità, osserva le donne del villaggio e deve imparare a rapportarsi con persone che appartengono formalmente allo stesso universo europeo ma che non condividono nulla della sua formazione di corte. L’alterità non è più dall’altra parte dell’oceano: gli cammina davanti.

È una delle intuizioni più affascinanti di Julier e Chapoulier. Spagna e Francia sono confinanti, appartengono alla stessa Europa cristiana e condividono rapporti dinastici, interessi diplomatici e una cultura aristocratica capace di dialogare perfettamente da una corte all’altra. Eppure bastano poche miglia fuori da quei palazzi perché la presunta unità europea si frantumi in differenze sociali e culturali profonde.

Spagnoli e francesi sono vicini di casa soltanto sulle mappe

Anche il rapporto fra Alejandro e i due soldati francesi lavora continuamente su questa distanza. Formalmente stanno collaborando per un obiettivo comune e dovrebbero rappresentare due monarchie impegnate a superare il conflitto. Nella pratica appartengono a mondi differenti per lingua, educazione, esperienza, classe e rapporto con la violenza.

Jehan e Antoine conoscono la guerra direttamente. Alejandro appartiene invece alla classe che può decidere una guerra, concluderla attraverso un matrimonio o celebrarne la fine attraverso un dipinto senza necessariamente sperimentarne le conseguenze sulla propria pelle. Il viaggio costringe queste condizioni sociali a condividere lo stesso spazio e, lentamente, rende impossibile continuare a ignorarne la distanza.

Particolarmente efficace è la relazione che Alejandro sviluppa con Antoine, il soldato nero mutilato della lingua. Per comunicare con lui il nobile deve imparare un sistema di segni che non gli appartiene, compiendo qualcosa che il suo immaginario coloniale sembrava quasi escludere: non imporre il proprio linguaggio all’altro, ma imparare quello dell’altro per poterlo comprendere. In un film attraversato dalla conquista e dalla gerarchia, un gesto così piccolo diventa profondamente politico.

La modernità nasce mentre tutto intorno sembra ancora medievale

Les Indes è ambientato in un momento di passaggio molto preciso. Il mondo medievale sta progressivamente scomparendo, le monarchie centralizzano il potere, la scienza modifica il rapporto con la natura e il mercantilismo prepara una nuova concezione della ricchezza e dello scambio. L’Europa comincia a immaginare sé stessa come centro di un sistema globale proprio mentre vaste porzioni del suo territorio continuano a essere devastate dalla guerra, dalla fame e dalle rivolte.

Questa contraddizione attraversa l’intero film. Nei palazzi si progettano alleanze dinastiche e nuovi equilibri internazionali; sulle strade le persone muoiono. Le corti costruiscono un mondo ordinato attraverso quadri, giardini, mappe e cerimoniali, mentre appena fuori dai confini di quel controllo il territorio ritorna immediatamente instabile.

Julier e Chapoulier sono molto abili nel non trasformare questa opposizione in una semplice lezione di storia. Non servono personaggi che spieghino continuamente l’epoca perché la modernità emerge precisamente dalle contraddizioni che vediamo. È un mondo che parla già di conquista, commercio e razionalizzazione senza avere ancora risolto nemmeno la propria violenza interna.

Una natura bellissima che nessuno riesce veramente a possedere

La fotografia di Sylvain Verdet diventa fondamentale nel costruire questa sensazione. Les Indes attraversa territori aridi, montagne, boschi e corsi d’acqua restituendo alla natura una presenza che non funziona soltanto come scenografia. Gli uomini procedono all’interno di paesaggi enormi rispetto alla loro scala, e spesso il film sembra deliberatamente ridimensionare le ambizioni dei personaggi attraverso la semplice vastità di ciò che li circonda.

Il contrasto con l’immaginario coloniale è evidente. Alejandro appartiene a un mondo che sta imparando a considerare la natura qualcosa da catalogare, attraversare, controllare e mettere al servizio dell’espansione economica. Eppure quella stessa natura continua a opporre fango, distanza, clima, rilievi e ostacoli concreti a uomini convinti che ogni spazio possa essere trasformato in una linea su una carta.

Nelle corti il paesaggio può essere addomesticato e trasformato in geometria. Fuori, il territorio conserva invece una qualità indifferente agli obiettivi umani. Il quadro deve arrivare a Versailles perché due monarchie hanno deciso che ciò sia politicamente necessario, ma alle montagne non interessa affatto.

Il western europeo di un continente che non riesce più a controllare le proprie strade

La forma scelta dai registi allontana Les Indes dal film storico tradizionale. Il viaggio assume progressivamente le caratteristiche di un western: pochi uomini attraversano territori privi di una legge riconoscibile, gli incontri possono trasformarsi rapidamente in minacce e la linea che separa soldati, disertori, briganti e ribelli diventa sempre meno netta.

La sensazione è quasi post-apocalittica in alcuni passaggi. Non perché il mondo sia terminato, ma perché l’ordine precedente sembra essersi dissolto prima che quello nuovo abbia realmente preso forma. Ci sono strade ma non necessariamente uno Stato capace di controllarle, ci sono confini ma la loro autorità diventa relativa e ci sono uomini armati che hanno smesso di riconoscere la struttura politica per la quale avevano combattuto.

È un’intuizione visiva e narrativa molto efficace. Osservando quei territori potremmo pensare di trovarci alla periferia del mondo conosciuto, mentre stiamo attraversando precisamente il cuore dell’Europa occidentale. Ancora una volta Les Indes rovescia la geografia morale dei propri personaggi: la barbarie che Alejandro immagina lontana esiste già lungo la strada che collega due delle corti più raffinate d’Europa.

Ribelli e disertori rompono la narrazione ufficiale della storia

La presenza dei ribelli permette inoltre al film di introdurre un’altra prospettiva. La diplomazia considera il matrimonio fra le monarchie come uno strumento di pace, ma chi vive sotto quelle monarchie può vedere la corona in maniera molto diversa. I cori contro il potere e gli incontri con uomini che hanno abbandonato gli eserciti ricordano continuamente che la storia raccontata dai sovrani non coincide necessariamente con quella vissuta dalle popolazioni.

Per Alejandro questa scoperta significa confrontarsi con una forma di politica che non esiste nel suo mondo. La corona per lui è quasi un dato naturale, una struttura entro la quale il proprio rango possiede un significato evidente. Per chi è stato tassato, affamato o mandato a combattere, la stessa istituzione può rappresentare invece l’origine del problema.

La distanza fra queste esperienze prepara il terreno per il finale. Ogni chilometro percorso rende sempre più chiaro che il quadro protetto con tanta attenzione appartiene a una storia ufficiale che attribuirà un enorme valore all’alleanza tra Francia e Spagna, mentre gli uomini sacrificati per permetterne la costruzione rischiano di non lasciare praticamente nessuna traccia.

Il ritratto è fragile, ma vale più degli uomini che lo trasportano

La grande intuizione narrativa sta probabilmente proprio nell’oggetto che attraversa tutto il film. Il ritratto è delicato, deve essere protetto dalla pioggia, dagli assalti e dalle condizioni del percorso. Tutti comprendono che perderlo significherebbe fallire una missione politicamente fondamentale.

Progressivamente, però, emerge una sproporzione inquietante. La vita degli uomini che lo trasportano appare molto più sacrificabile dell’immagine. Il dipinto non può morire perché rappresenta il futuro rapporto tra due monarchie; i soldati, invece, possono essere sostituiti o dimenticati.

Il cinema trova qui una riflessione molto potente sul valore delle immagini. Il quadro di Maria Teresa sopravviverà ai suoi trasportatori, ai sovrani e probabilmente a tutti coloro che lo hanno visto nascere. L’opera d’arte diventa documento della storia, mentre gli uomini che ne hanno consentito materialmente la sopravvivenza rischiano di scomparire completamente dalla memoria collettiva.

Quando il viaggio si fa veramente violento, termina anche l’innocenza di Alejandro

La progressione verso il finale è costruita con una brutalità crescente. Le prime tappe permettono ancora curiosità, stupore e momenti nei quali il viaggio può apparire quasi come l’avventura desiderata da Alejandro. Poi gli incontri diventano più minacciosi, la sicurezza scompare e ciò che all’inizio sembrava un percorso di formazione assume progressivamente i contorni di una discesa.

È qui che Les Indes diventa particolarmente efficace. La violenza non arriva come spettacolo isolato, ma come demolizione progressiva della fantasia con cui Alejandro aveva guardato il mondo. Il ragazzo che sognava terre da conquistare scopre cosa significhi essere completamente esposto alla violenza di un territorio nel quale il proprio rango non garantisce più nulla.

Il contrasto con le Indie immaginate diventa quindi feroce. Alejandro aveva potuto contemplare immagini pacificate di mondi lontani senza vedere i corpi sui quali quella pacificazione sarebbe stata costruita. Adesso è costretto a trovarsi dentro un processo analogo di violenza e sopraffazione senza poterlo osservare dalla distanza rassicurante di un libro.

Jehan e Antoine pagano il prezzo di una pace che non vedranno

Il destino dei due soldati francesi rende definitivamente esplicito il discorso sulle classi. Sono loro a possedere l’esperienza necessaria per attraversare il territorio, sono loro a proteggere Alejandro e il ritratto, ed è sulle loro vite che viene materialmente costruito il successo della missione. La diplomazia appartiene ai nobili, ma il prezzo della diplomazia viene pagato da uomini che non prenderanno mai parte alle decisioni che essa produce.

Il finale drammatico funziona proprio perché non viene trattato come una semplice necessità narrativa. Quando il viaggio arriva alla sua conclusione, comprendiamo che quello che per la corte sarà ricordato come il passaggio di un quadro dall’una all’altra monarchia è stato per chi lo ha materialmente attraversato qualcosa di radicalmente diverso. Dietro l’eleganza di un gesto diplomatico rimangono corpi, fango e morti che nessun dipinto ufficiale rappresenterà.

Julier e Chapoulier evitano così qualsiasi romanticizzazione della missione. Il sacrificio non acquista automaticamente un significato superiore perché ha contribuito a una futura pace. Rimane la sproporzione crudele tra chi decide quale obiettivo abbia valore storico e chi viene consumato affinché quell’obiettivo possa essere raggiunto.

Il quadro arriva. Gli uomini quasi scompaiono

Ed è proprio per questo che l’arrivo del ritratto alla corte francese è tanto potente. Dopo tutto quello che abbiamo attraversato, l’immagine entra finalmente nello spazio per il quale era stata destinata. Il viaggio che per lo spettatore è diventato enorme viene improvvisamente ridotto nuovamente alle dimensioni di un oggetto.

Il dipinto viene osservato, commentato e infine collocato insieme ad altre immagini. Quel semplice gesto produce una delle conclusioni più amare del film. Per la corte è arrivato un quadro; noi sappiamo quanto è costato farlo arrivare.

La distanza fra le due prospettive contiene praticamente tutto Les Indes. Il potere vede il risultato, raramente il percorso. La monarchia può costruire un’alleanza attraverso l’immagine della giovane Infanta senza conoscere davvero gli uomini che hanno attraversato l’Europa per consegnargliela, e proprio questa indifferenza rivela il sistema sociale sul quale sta per nascere la modernità.

Anche l’incontro fra culture europee è una forma di scoperta

La parte più interessante del film rimane forse proprio questa. Sarebbe semplice costruire una contrapposizione tra europei e popolazioni colonizzate, ma Les Indes sceglie qualcosa di più sottile. Le popolazioni americane esistono prevalentemente attraverso lo sguardo che l’Europa ha già cominciato a costruire su di loro, mentre il confronto fisico del film avviene innanzitutto fra europei che scoprono di non conoscersi affatto.

Spagnoli e francesi possono trattare un matrimonio come strumento geopolitico e tuttavia continuare a percepirsi reciprocamente come stranieri. Nobili e soldati appartengono formalmente alla stessa società e tuttavia possiedono esperienze del mondo quasi inconciliabili. Le comunità isolate che Alejandro incontra vivono all’interno dello stesso continente e vengono comunque osservate come qualcosa di esotico.

Il film finisce così per mettere in crisi la distinzione fra civiltà e alterità sulla quale si regge l’immaginario coloniale. Chi stabilisce dove cominci il mondo civile? La corte che invia uomini a morire per consegnare un dipinto? Il villaggio che possiede rituali incomprensibili a un aristocratico? I soldati che hanno imparato a sopravvivere in territori devastati? Oppure i ribelli che non riconoscono più l’autorità della corona?

Prima delle Indie c’è l’Europa

Per questo il titolo assume progressivamente una qualità quasi ironica. Alejandro trascorre il viaggio immaginando le Indie come orizzonte del futuro, luogo dell’avventura e della conquista, mentre il film continua a costringerlo a guardare ciò che esiste molto più vicino. Prima di conquistare territori lontani, l’Europa deve attraversare sé stessa, e ciò che scopre non corrisponde affatto all’immagine ordinata che produce nei propri palazzi.

Il nuovo mondo nasce anche da qui. Dalla capacità delle monarchie di costruire alleanze, dal commercio che comincia a pensarsi su scala globale, dalle immagini che trasformano luoghi lontani in oggetti del desiderio e da una nuova relazione con la natura fondata sempre più sulla possibilità di misurarla e controllarla. Ma nasce contemporaneamente sopra le disuguaglianze, le guerre e i corpi di persone che quel nuovo ordine lascerà ai margini.

Les Indes racconta questa trasformazione senza trasformarsi in un film didascalico. Ci porta semplicemente sulla strada insieme a tre uomini e lascia che la distanza fra ciò che pensavano di conoscere e ciò che incontrano produca progressivamente il significato.

Un esordio radicale che preferisce l’esperienza alla spiegazione

Pauline Julier e Nicolas Chapoulier provengono anche dal teatro e dall’arte multidisciplinare, e il loro primo lungometraggio conserva qualcosa di quell’approccio. Il racconto procede per incontri, atmosfere, corpi nello spazio e immagini che non vengono sempre immediatamente spiegate. La storia rimane comprensibile, ma il film non sembra interessato a consegnare allo spettatore una continua serie di coordinate storiche.

È una scelta che richiede attenzione, soprattutto perché Les Indes rifiuta molte convenzioni del cinema in costume. Non cerca la ricostruzione sontuosa, la grande scena di corte o l’accumulo scenografico come certificazione della propria accuratezza storica. Preferisce il terreno sotto i piedi, il sudore, le distanze e quel senso progressivo di insicurezza che trasforma un incarico diplomatico in una vera esperienza fisica.

Les Indes racconta la nascita della modernità guardandone già le contraddizioni

Alla fine rimane un oggetto apparentemente semplicissimo: un ritratto deve passare dalla Spagna alla Francia. Tutto ciò che accade attorno a esso trasforma però quella consegna in una piccola storia dell’Europa che sta nascendo. Il film mette insieme guerra, gerarchia sociale, colonialismo, trasformazioni economiche, rapporto con la natura e potere delle immagini senza aver bisogno di trasformare ciascun tema in una dichiarazione programmatica.

Il risultato è un’opera affascinante soprattutto quando osserva la contraddizione fra la civiltà che l’Europa ritiene di rappresentare e la violenza attraverso cui quella civiltà viene costruita. Alejandro fantastica sulle Indie e sulle terre da conquistare, ma il suo vero incontro con l’alterità avviene molto prima di attraversare un oceano. Avviene quando deve imparare a comunicare con un soldato mutilato, quando osserva rituali che non comprende, quando incontra chi rifiuta la corona e quando scopre che persino una strada tra Spagna e Francia può trasformarsi in un territorio senza legge.

Il finale porta questo discorso alla sua conseguenza più amara. Due uomini possono morire perché un’immagine arrivi a destinazione, e quando finalmente quell’immagine raggiunge il potere tutto il dolore necessario per trasportarla diventa invisibile. Il quadro sopravvive, viene conservato, entra nella Storia; chi lo ha protetto rischia di scomparire.

E forse è questo il gesto più riuscito di Les Indes: prendere un oggetto rimasto nella Storia e immaginare nuovamente gli uomini che la Storia ha lasciato fuori dalla cornice.


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