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  • Coyote vs. Acme: il più grande perdente dei Looney Tunes porta il fallimento in tribunale

Dave Green realizza qualcosa che sulla carta sembrava quasi impossibile: un vero legal drama con Willy il Coyote, Will Forte e John Cena, divertentissimo, intelligente e perfino commovente

Un legal drama. Con Willy il Coyote. E funziona davvero

L’idea potrebbe sembrare una gag sufficiente per un cortometraggio: dopo decenni trascorsi a precipitare dai burroni, esplodere insieme alla dinamite, essere travolto dai propri razzi e scoprire che praticamente qualsiasi oggetto ordinato per corrispondenza è progettato per rivoltarglisi contro, Willy il Coyote decide finalmente di fare causa alla Acme Corporation. Il punto di partenza di Coyote vs. Acme contiene già l’intera mitologia di uno dei personaggi più amati dei Looney Tunes e la sottopone a una domanda meravigliosamente concreta: se tutti quei prodotti hanno fallito, di chi è davvero la responsabilità?

Dave Green avrebbe potuto limitarsi a costruire una lunga parodia del cinema giudiziario. Invece prende sul serio la forma del legal drama, senza naturalmente smettere neppure per un momento di essere dentro un film dei Looney Tunes. Ci sono deposizioni, prove, obiezioni, strategie processuali, avvocati contrapposti e una gigantesca corporation che dispone di mezzi praticamente illimitati; nello stesso spazio possono però entrare martelli giganteschi, personaggi animati, esplosivi, dinamite e quella particolare logica secondo cui un coyote può essere schiacciato da un’incudine e presentarsi perfettamente operativo alla scena successiva.

È proprio la serietà con cui il film accetta l’assurdo a renderlo così efficace. Nessuno ha bisogno di spiegare continuamente perché personaggi animati e umani convivano nello stesso mondo, né perché Willy possa entrare in tribunale per chiedere un risarcimento dopo settantasette anni di catastrofi. Coyote vs. Acme comprende che il modo peggiore per raccontare i Looney Tunes sarebbe giustificarli, mentre quello migliore consiste nell’accettarne completamente le regole e vedere cosa succede quando vengono applicate a qualcosa di rigidamente codificato come un processo.

Qualcuno ha guardato i cartoni e si è chiesto: ma la Acme può davvero farla sempre franca?

La trovata contiene inoltre una delle reinterpretazioni più semplici e intelligenti possibili della dinamica tra Willy e Beep Beep. Per decenni abbiamo considerato naturale che fosse il Coyote a fallire. Lui escogita un piano, compra un prodotto, lo utilizza e qualche secondo dopo è inevitabilmente lui a precipitare nel vuoto. Il rituale è talmente consolidato che non ci chiediamo più se l’oggetto abbia funzionato: sappiamo semplicemente che non funzionerà.

Il film cambia prospettiva senza distruggere la gag originale. Willy rimane responsabile di una quantità impressionante di decisioni discutibili e il fatto che desideri mangiare Beep Beep non lo trasforma improvvisamente in una vittima innocente, ma l’accumulo delle sue disgrazie apre una domanda perfettamente legittima. Possibile che razzi, elastici, magneti, esplosivi e congegni di ogni genere riescano sempre a funzionare nel modo esattamente opposto a quello pubblicizzato?

È una piccola intuizione che permette di trasformare decenni di cortometraggi in una gigantesca documentazione processuale. Ogni vecchio fallimento può diventare una prova, ogni esplosione un precedente e ogni acquisto Acme una possibile dimostrazione della responsabilità dell’azienda. Il film riesce così a fare qualcosa di molto più interessante della semplice nostalgia: non cita il passato, lo utilizza come materiale narrativo del presente.

Kevin Avery è l’avvocato perfetto perché anche lui ha perso

Will Forte interpreta Kevin Avery, un avvocato che non appartiene precisamente all’élite della professione. Lavora attraverso pubblicità da studio legale di provincia, si occupa di piccoli risarcimenti e porta addosso la sensazione di un uomo che abbia progressivamente ridimensionato ogni aspettativa. Quando Willy gli presenta il proprio caso, la prima reazione ragionevole sarebbe probabilmente accompagnarlo alla porta; eppure è proprio l’assurdità di quella causa a restituire progressivamente a Kevin qualcosa che aveva smesso di cercare.

L’accostamento tra i due funziona perché Coyote vs. Acme non costruisce una semplice relazione fra essere umano e personaggio animato. Costruisce l’incontro tra due falliti, nel significato più umano e meno dispregiativo possibile del termine. Willy fallisce da sempre nel catturare Beep Beep, Kevin ha fallito rispetto all’idea di avvocato che probabilmente immaginava di diventare e nessuno dei due possiede apparentemente gli strumenti per affrontare l’enorme macchina legale della Acme.

È proprio qui che il film comincia a trasformare il fallimento da condanna in identità. Kevin non ha bisogno di diventare improvvisamente il miglior avvocato degli Stati Uniti e Willy non deve trasformarsi in un genio che finalmente controlla perfettamente le proprie invenzioni. Entrambi devono semplicemente ricominciare a credere che perdere molte volte non renda inutile tentare ancora una volta.

John Cena è perfetto dall’altra parte dell’aula

Dall’altra parte troviamo Buddy Crane, interpretato da John Cena con la fisicità e la sicurezza di chi sembra essere stato costruito appositamente dalla Acme per vincere una causa. È l’avvocato che possiede lo studio migliore, l’apparenza migliore, la postura migliore e soprattutto una quantità di risorse praticamente inarrivabile per Kevin. Ogni elemento del personaggio comunica la sproporzione dello scontro ancora prima che cominci.

Cena comprende perfettamente il tono. Non interpreta Buddy come se fosse semplicemente dentro una commedia e non cerca continuamente la battuta evidente, perché la comicità nasce proprio dalla serietà con cui questo enorme avvocato affronta un coyote animato. La sua presenza funziona tanto meglio quanto più il personaggio sembra convinto che ogni cosa stia accadendo all’interno di un normale procedimento giudiziario.

Anche qui ritorna una delle qualità migliori del film: l’assurdo viene trattato come realtà. Buddy non deve diventare un personaggio dei Looney Tunes per poter competere con Willy; è il mondo reale attorno a lui che finisce progressivamente contaminato dalla logica dei Looney Tunes. Il tribunale continua a possedere regole, ma quelle regole devono ora confrontarsi con un universo nel quale un testimone può essere una gallina animata e un martelletto può produrre un rumore completamente sbagliato.

Coyote vs. Acme è soprattutto un elogio del fallimento

È però Willy il Coyote a permettere al film di andare oltre la riuscita operazione nostalgica. Forse nessun personaggio dell’animazione popolare ha perso così tante volte con tanta costanza. Il suo schema esistenziale è quasi matematico: desiderio, progetto, preparazione, convinzione assoluta, fallimento catastrofico e nuovo tentativo. Non esiste apprendimento nel senso tradizionale, perché se davvero imparasse la lezione smetterebbe di essere Willy il Coyote.

Ed è proprio questo a renderlo straordinariamente umano. Il fallimento non è un incidente lungo il suo percorso: è il percorso stesso. La caratteristica che lo definisce non è l’incapacità di catturare Beep Beep, ma l’impossibilità di accettare che non valga più la pena provarci. Può precipitare da un dirupo e per qualche istante il suo sguardo sembra contenere la piena consapevolezza dell’ennesima sconfitta, ma sappiamo già che pochi secondi dopo avrà ordinato qualcos’altro alla Acme.

Coyote vs. Acme prende questa caratteristica comica e senza tradirla ne fa qualcosa di quasi commovente. Non ci dice che Willy abbia segretamente sempre avuto successo, perché sarebbe il modo peggiore per celebrarlo. Ci dice qualcosa di molto più bello: puoi avere fallito mille volte e non essere un fallimento. La dignità del personaggio sta esattamente nella distanza fra queste due cose.

La vittoria non può essere catturare Beep Beep

Da questo punto di vista il film evita una trappola fondamentale. Sarebbe facilissimo trasformare il lungometraggio nella storia in cui, dopo decenni di tentativi, Willy riesce finalmente a catturare Beep Beep e ottiene la sua ricompensa. Sarebbe anche un errore enorme, perché significherebbe giudicare retroattivamente tutti i cortometraggi precedenti come tentativi incompleti in attesa di una conclusione.

Willy non ha bisogno di catturare Beep Beep perché il rapporto tra loro non è mai stato veramente costruito attorno a una possibile conclusione. Il movimento conta più dell’arrivo, l’inseguimento più della cattura e il tentativo più del risultato. Sono due personaggi che esistono proprio perché la loro relazione non può risolversi definitivamente.

Il film comprende questa natura e trova nella causa contro Acme un modo per far evolvere Willy senza doverlo trasformare. Il Coyote può arrivare a comprendere qualcosa di sé, del proprio avversario e persino delle ragioni per cui continua a inseguirlo senza smettere di essere il personaggio che conosciamo. La sua possibile vittoria non consiste nel raggiungere Beep Beep, ma nel riconoscere che il valore di tutto ciò che ha fatto non dipendeva dalla riuscita finale.

Beep Beep testimone è una delle idee più semplici e belle del film

Il momento in cui la causa arriva davvero al cuore del rapporto fra i due personaggi permette a Coyote vs. Acme di compiere il passaggio più difficile: rendere emotiva una gag che conosciamo da decenni senza distruggerla. Beep Beep non può improvvisamente trasformarsi in un personaggio dalla lunga confessione psicologica e il film, saggiamente, non glielo chiede.

La sua testimonianza acquista forza proprio perché quei due personaggi hanno sempre comunicato attraverso inseguimenti, sguardi e un verso. Da fuori abbiamo interpretato il rapporto esclusivamente come quello tra predatore e preda, ma settantasette anni di rincorse hanno inevitabilmente creato qualcosa di molto più strano. Nessuno dei due esisterebbe davvero nello stesso modo senza l’altro.

È uno dei punti in cui la sceneggiatura di Samy Burch dimostra di comprendere profondamente il materiale. Non serve riscrivere la mitologia dei Looney Tunes per aggiungerle una nuova sfumatura; basta guardare più attentamente ciò che è sempre stato davanti ai nostri occhi. Willy vuole catturare Beep Beep, Beep Beep vuole sfuggire a Willy e il fatto che nessuno dei due riesca a interrompere questo rituale è forse la forma più bizzarra di amicizia che quel mondo potesse immaginare.

I Looney Tunes non vengono utilizzati come figurine da collezionare

Naturalmente compaiono Bugs Bunny, Daffy Duck, Titti e molti altri personaggi, e per chi conosce quella storia dell’animazione è quasi inevitabile provare il piacere del riconoscimento. Il film potrebbe facilmente trasformarsi in una sequenza di apparizioni progettate per far esclamare allo spettatore il nome del personaggio appena entrato in scena, ma per buona parte del tempo evita il rischio.

Le presenze vengono integrate nella logica del mondo e spesso utilizzate per produrre gag che appartengono realmente alla personalità di quei personaggi. Non sembra che Coyote vs. Acme ci stia continuamente chiedendo di applaudire perché qualcuno che conosciamo è comparso per pochi secondi. Cerca piuttosto di ricostruire la sensazione che i Looney Tunes abitino davvero quel mondo e possano entrare naturalmente in un’aula di tribunale, in uno studio legale o in un’indagine.

È una differenza importante rispetto a molto cinema contemporaneo fondato sulla proprietà intellettuale. La nostalgia rimane, inevitabilmente, ma non costituisce l’unica moneta con cui il film cerca di acquistare la nostra attenzione. I riferimenti funzionano meglio proprio perché intorno esiste una storia capace di reggersi anche senza pretendere che ogni spettatore riconosca immediatamente ogni personaggio secondario.

Roger Rabbit rimane un riferimento, ma qui esiste finalmente una propria ragione per mescolare i mondi

Ogni film nel quale esseri umani e personaggi animati condividono l’inquadratura deve inevitabilmente confrontarsi con Chi ha incastrato Roger Rabbit. Il capolavoro di Robert Zemeckis resta un riferimento quasi impossibile da ignorare per la precisione tecnica, la profondità del mondo costruito e il modo in cui la convivenza tra cartoon e umani diventava parte essenziale della trama.

Coyote vs. Acme non raggiunge necessariamente quella rivoluzione, ma possiede finalmente una ragione narrativa abbastanza forte per non sembrare soltanto un discendente tardivo. Portare Willy in tribunale significa applicare la fisica dei cartoon al sistema giuridico degli esseri umani, e da quella collisione nasce un linguaggio comico autonomo. Non è semplicemente un uomo che conversa con un personaggio animato: è un avvocato che deve dimostrare davanti a un giudice reale che decenni di esplosioni impossibili costituiscono una prova ammissibile.

È il tipo di idea che sembra ovvia soltanto dopo che qualcuno l’ha realizzata. Prima di Coyote vs. Acme, Willy era forse l’ultimo personaggio che avremmo immaginato protagonista di un courtroom drama. Dopo averlo visto, sembra quasi assurdo che nessuno ci avesse pensato prima.

La Acme è una corporation talmente assurda da sembrare perfettamente contemporanea

La satira aziendale sarebbe già efficace indipendentemente dalla storia produttiva del film. Acme vende praticamente qualsiasi cosa, possiede un potere enorme e sembra perfettamente capace di trasformare persino le conseguenze dei propri prodotti difettosi in un problema del consumatore. Willy diventa quindi l’underdog ideale: il cliente che per anni ha continuato a comprare, fallire e tornare a comprare fino al momento in cui decide finalmente di chiedere conto all’azienda.

Il film amplifica questa dimensione attraverso il Project Sisyphus, nome fin troppo appropriato per una storia costruita attorno a un personaggio condannato da sempre a ripetere lo stesso fallimento. Sisifo spinge il masso verso la cima sapendo che tornerà a rotolare verso il basso; Willy costruisce una trappola sapendo (almeno noi lo sappiamo) che finirà per travolgere lui. Il mito e il cartoon finiscono quasi naturalmente per parlarsi.

Dietro le gag emerge così una critica piuttosto netta a una logica corporativa nella quale il prodotto, il profitto e il controllo possono valere più delle persone che subiscono le conseguenze. Il bersaglio rimane sufficientemente ampio da non trasformare il film in un pamphlet, ma è evidente che la Acme rappresenti qualcosa di più grande della società che spedisce razzi nel deserto.

E poi c’è il paradosso gigantesco: questo film è quasi stato cancellato da una corporation

È impossibile arrivare fino in fondo senza pensare a ciò che è successo realmente a Coyote vs. Acme. Un film nel quale un personaggio storicamente maltrattato dai prodotti di una grande azienda decide di ribellarsi a quella stessa azienda è stato completato e poi considerato sacrificabile dalla società che lo possedeva. Non perché fosse necessariamente brutto, non perché non fosse stato terminato, ma perché a un certo punto la sua mancata distribuzione sembrava poter assumere un valore economico.

Difficilmente si potrebbe inventare una campagna promozionale più perfettamente coerente con il contenuto del film. Willy viene schiacciato dal sistema Acme, si rialza e continua a provarci; Coyote vs. Acme viene schiacciato da una decisione industriale, sopravvive e arriva finalmente nelle sale. Personaggio e opera condividono quindi involontariamente lo stesso percorso.

Questo rende ancora più forte l’elogio del fallimento. Per anni la semplice esistenza pubblica del film è sembrata una sconfitta: era diventato il titolo che tutti conoscevano proprio perché nessuno poteva vederlo. Adesso quella storia produttiva finisce per essere quasi incorporata retroattivamente nel film, trasformandone la proiezione in una piccola rivincita non soltanto per chi lo ha realizzato, ma per l’idea stessa che un’opera terminata meriti almeno la possibilità di incontrare il proprio pubblico.

Il fallimento è anche una forma di resistenza

Qui emerge forse l’aspetto che rende Coyote vs. Acme più bello di quanto la sua premessa comica lasci immaginare. Viviamo in una cultura ossessionata dal risultato, dalla performance e dalla necessità di trasformare ogni esperienza in successo misurabile. Willy il Coyote rappresenta l’esatto contrario: non possiede un curriculum di vittorie, non ha mai raggiunto il proprio obiettivo e difficilmente potrebbe indicare un piano realmente riuscito.

Eppure è ancora lì.

Quella permanenza non è banalmente ostinazione. È la capacità di continuare a desiderare qualcosa anche dopo che la realtà ha dimostrato centinaia di volte quanto sia improbabile raggiungerla. Naturalmente, dentro un cartoon, tutto questo serve prima di tutto a farci ridere; ma quando il film mette Willy davanti a un tribunale, improvvisamente quel comportamento acquista una dimensione nuova.

Kevin riconosce nel Coyote qualcosa che riguarda anche lui e, inevitabilmente, riguarda anche noi. Non serve essere inseguitori professionisti di Road Runner per sapere cosa significhi costruire un progetto, vederlo fallire, convincersi di non volerci più provare e poco dopo ricominciare. Il film trova così un sentimento universale dentro una delle gag più ripetute della storia dell’animazione.

Il processo finale è divertente perché smette di essere soltanto una parodia

La parte in tribunale rappresenta il vero compimento dell’operazione. Tutto ciò che il film ha costruito — gli incidenti di Willy, il rapporto con Kevin, il potere della Acme, il legame con Beep Beep e la lunga storia dei Looney Tunes — viene finalmente fatto convergere dentro un genere che possiede regole completamente differenti.

L’aspetto sorprendente è che la tensione funziona davvero. Conosciamo perfettamente la natura assurda del caso, eppure quando Kevin deve convincere il tribunale a guardare Willy non come una gag ambulante ma come qualcuno che ha continuato a subire conseguenze reali, la commedia trova una sincerità inattesa. Ridiamo per ciò che accade intorno al processo ma, contemporaneamente, vogliamo che quel processo significhi qualcosa.

Il film comprende inoltre che vincere o perdere la singola causa non può essere l’unica misura della sua conclusione. Sarebbe contrario a tutto ciò che Willy rappresenta ridurre il finale a un verdetto capace di stabilire definitivamente se abbia avuto successo. Il vero risultato è essere riuscito finalmente a far guardare qualcuno a tutti quei fallimenti e riconoscerne il valore.

L’Ouverture 1812 trasforma il tribunale in qualcosa di gigantesco

E poi arriva la musica. Steven Price porta nel finale l’Ouverture 1812 di Čajkovskij e la scelta possiede quella combinazione di solennità e assurdità che soltanto i Looney Tunes potrebbero permettersi. Non viene utilizzata come semplice accompagnamento ironico: la grandiosità orchestrale eleva davvero la scena.

Per chi associa quella composizione al cinema, è difficile non pensare anche a V per Vendetta. Là l’Ouverture accompagnava la distruzione come gesto rivoluzionario, con la musica che trasformava esplosioni e cannoni in una sorta di spettacolo di liberazione. Qui il contesto è completamente diverso, ma la stessa monumentalità viene applicata alla ribellione di un coyote animato contro una corporation che lo ha utilizzato e schiacciato per anni.

Il contrasto è bellissimo proprio perché il film non teme di rendere epica una cosa apparentemente ridicola. A quel punto non stiamo più semplicemente guardando Willy che fa causa alla società che gli ha venduto dinamite difettosa. Stiamo guardando il più famoso perdente dell’animazione pretendere finalmente che qualcuno riconosca il diritto di continuare a fallire senza essere sfruttato per questo.

Un finale che comprende davvero chi è Willy il Coyote

Il finale riesce soprattutto perché non cerca di guarire Willy dalla propria natura. Lui non deve smettere improvvisamente di inseguire Beep Beep, né trasformarsi in qualcos’altro per giustificare cento minuti di sviluppo narrativo. La maturazione non coincide con la cancellazione del personaggio originale.

Questa è una delle difficoltà maggiori di qualsiasi adattamento contemporaneo di una proprietà così antica. Per dare profondità a un personaggio si rischia di spiegarlo troppo, psicologizzarlo o correggere proprio quelle caratteristiche che lo avevano reso iconico. Coyote vs. Acme riesce invece a trovare un significato emotivo nuovo dentro la ripetizione, non contro di essa.

Willy rimane Willy perché domani potrebbe tranquillamente ricominciare tutto da capo. Un nuovo piano, un nuovo pacco Acme, un nuovo precipizio. Ma adesso quel gesto non appare soltanto come l’incapacità comica di imparare dai propri errori; contiene anche la consapevolezza che nessuna caduta gli ha mai tolto completamente la possibilità di rialzarsi.

Forse il film stesso è diventato il suo Willy il Coyote

È difficile immaginare un destino produttivo più coerente. Per anni Coyote vs. Acme è stato il film che sembrava aver corso verso Beep Beep soltanto per scoprire, ancora una volta, che sotto i piedi non c’era più il terreno. Per qualche secondo è rimasto sospeso nel vuoto, come accade sempre a Willy quando comprende troppo tardi di aver superato il bordo del precipizio.

Poi avrebbe dovuto cadere.

Invece è arrivato al cinema.

Questa volta il Coyote non ha necessariamente catturato Beep Beep e il film non ha bisogno di trasformare la propria uscita in una favola secondo cui la giustizia industriale trionfa sempre. Ma è stato visto, discusso e accolto da un pubblico che per anni rischiava di non avere nemmeno la possibilità di giudicarlo. La dedica finale a chi ha insistito perché venisse distribuito completa quasi involontariamente il significato dell’intera opera.

Coyote vs. Acme è dunque un film sul fallimento che ha rischiato di diventare esso stesso un fallimento senza pubblico. La differenza è che, come il suo protagonista, non è rimasto in fondo al burrone.

I Looney Tunes avevano ancora qualcosa da dire

L’entusiasmo nasce anche da questo. Coyote vs. Acme dimostra che utilizzare personaggi storici non significa necessariamente sottoporli a un aggiornamento aggressivo, riempirli di riferimenti contemporanei o costruire intorno a loro un universo di sequel. Basta comprendere perché funzionavano e trovare una nuova situazione capace di far emergere quella stessa natura.

Dave Green riesce a mantenere l’elasticità visiva dei Looney Tunes dentro un film live action senza trasformarli completamente in mascotte digitali. Samy Burch trova nella causa legale un’idea narrativa che permette di recuperare decenni di storia invece di nasconderli, mentre Will Forte e John Cena comprendono che il modo migliore per recitare accanto a Willy è credere davvero alla situazione.

Non tutte le gag possono avere la ferocia dei cortometraggi di Chuck Jones e il paragone con quell’anarchia rimarrà sempre impari. Ma pretendere che un lungometraggio contemporaneo riproduca semplicemente quella stessa struttura significherebbe ignorare il motivo per cui Coyote vs. Acme è interessante. Il film non vuole rifare un corto di Beep Beep per cento minuti: vuole chiedersi cosa accadrebbe dopo decenni di quei cortometraggi.

Ed è una domanda molto più intelligente.

Coyote vs. Acme è il film che Willy meritava

Alla fine rimane soprattutto una sensazione di affetto. Non quello nostalgico e un po’ pigro che chiede allo spettatore di applaudire semplicemente perché riconosce Bugs Bunny, Daffy o Titti, ma quello di un film che sembra realmente interessato a capire perché questi personaggi continuino a essere amati dopo così tanti anni.

Willy il Coyote possiede forse la risposta migliore. Non parla praticamente mai, non vince quasi mai e trascorre buona parte della propria esistenza a essere mutilato da oggetti acquistati per corrispondenza. Eppure è impossibile non stare dalla sua parte almeno per qualche secondo, perché dentro ogni piano assurdo esiste una fede assoluta nella possibilità che questa volta possa funzionare.

Coyote vs. Acme prende quella speranza e la porta fino al banco dei testimoni. Trasforma un cartoon in legal drama, un running gag in prova processuale, una corporation fittizia in una satira contemporanea e il fallimento in qualcosa che può perfino assomigliare alla dignità.

È buffo che un film così ottimista abbia rischiato di non esistere agli occhi del pubblico. È ancora più buffo che sia proprio Willy il Coyote a ricordarci una cosa tanto semplice: perdere non significa necessariamente avere perso.

Puoi esplodere, precipitare, essere schiacciato da un’incudine e vedere Beep Beep sparire ancora una volta all’orizzonte. Il vero fallimento arriverebbe soltanto nel momento in cui decidessi di non rialzarti più.

E Willy, fortunatamente, si rialza sempre.

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