Il sesto Insidious costruisce buone situazioni di paura, ma rimane prigioniero delle convenzioni che dovrebbe utilizzare per terrorizzarci
Insidious – Fuori dall’Altrove possiede alcune scene capaci di creare autentico disagio. Sa costruire un ambiente cupo, sfrutta bene la casa di Gemma e trova almeno un paio di immagini disgustosamente efficaci. Poi, però, succede qualcosa di strano. In mezzo a tutta questa oscurità, si ride. E non sempre perché il film abbia chiaramente deciso che sia arrivato il momento di ridere.
Il problema non consiste necessariamente nella comicità. Horror e risata convivono da sempre e, quando vengono orchestrati bene, possono persino rafforzarsi a vicenda. Qui la questione è diversa. Alcune situazioni sembrano talmente impregnate dei luoghi comuni del genere da avere perso la capacità di essere prese completamente sul serio. Un fantasma compare, una presenza si muove nell’ombra, qualcuno compie una scelta palesemente pericolosa e una parte dello spettatore conosce già il vocabolario necessario per anticipare ciò che accadrà.
È difficile stabilire se questo costituisca precisamente un difetto di Insidious – Fuori dall’Altrove. Forse il problema è più grande. Dopo decenni di case infestate, bambini-medium, porte verso altre dimensioni, vecchi inquietanti, madri traumatizzate e presenze che aspettano nel buio, il cinema horror deve ormai combattere contro la memoria che lo spettatore possiede del cinema horror.
Jacob Chase realizza un film che, nei momenti migliori, sa ancora spaventare. Troppo spesso, però, deve attraversare un territorio che conosciamo ormai talmente bene da averne trasformato diversi codici in meme.
Quando la paura conosce già tutte le regole del gioco
Gemma Hall è una madre single e un’igienista dentale. Vive con la figlia Maya nella stessa casa nella quale, ventisette anni prima, assistette alla morte della propria madre. Il trauma è stato apparentemente assorbito dentro una quotidianità normale. Poi arrivano tre anziani nel quartiere, cominciano le apparizioni e ciò che sembrava appartenere al passato torna letteralmente a bussare alla porta.
La scelta di far restare Gemma proprio in quella casa provoca immediatamente una domanda. Perché continuare ad abitare nel luogo legato al momento più devastante della propria infanzia? È uno di quei comportamenti che, all’interno di un horror, possono sembrare semplicemente necessari perché la storia esista. Il personaggio deve vivere nella casa infestata, altrimenti non avremmo il film.
Questa volta, almeno, la sceneggiatura riesce progressivamente a giustificarlo. La casa non è davvero l’unico centro della maledizione. La porta è Gemma stessa. Può attraversare l’Altrove e, soprattutto, possiede qualcosa che modifica le regole della saga: può riportare con sé oggetti e presenze. Sony ha costruito la campagna del film proprio attorno a questa estensione della mitologia dell’Altrove.
L’idea è buona perché trasforma la protagonista da vittima di un luogo a luogo ella stessa. Non basta abbandonare la casa. Se il confine attraversa il suo corpo, trasferirsi non risolverebbe nulla.
Gemma non abita una casa infestata: Gemma è la casa infestata
È probabilmente questo il concetto più interessante del film.
L’Insidious originale utilizzava l’Altrove come spazio parallelo. Chi possedeva determinate capacità poteva attraversarlo. Il nuovo capitolo compie un passaggio ulteriore. Gemma non si limita a entrare nel regno dei morti. Può accidentalmente trasportarne qualcosa nel nostro.
Una porta tradizionale separa due ambienti. Gemma diventa invece una porta mobile.
La casa contiene comunque una soglia concreta, nascosta nell’armadio, e Chase utilizza l’immaginario classico della porta come confine proibito. Tuttavia, ciò che rende la storia potenzialmente più inquietante è proprio l’impossibilità di chiuderla davvero. Se il passaggio coincide con una persona, nessun lucchetto può garantire sicurezza.
Anche Maya eredita questa sensibilità. Era, forse inevitabilmente, uno degli sviluppi più facili da prevedere. Una saga costruita sulla trasmissione di capacità paranormali e traumi familiari difficilmente avrebbe rinunciato alla figlia come ulteriore tramite.
Qui ritorna però una delle fragilità dell’opera. Le intuizioni arrivano spesso prima della sorpresa. Non perché la sceneggiatura le abbia suggerite con particolare raffinatezza, ma perché abbiamo già imparato le regole del genere che sta utilizzando.
Quando un bambino in un horror comincia a percepire qualcosa che gli adulti non vedono, sappiamo già che difficilmente sarà soltanto immaginazione.
L’Altrove fa ancora paura quando non sappiamo esattamente cosa stiamo guardando
Jacob Chase è molto più efficace quando costruisce singole situazioni invece di spiegare la mitologia.
Un luogo quotidiano può cambiare progressivamente natura. Una stanza può dilatarsi. Una presenza può rimanere ai margini dell’inquadratura abbastanza a lungo da costringerci a cercarla. Il film possiede una buona sensibilità per il perturbante quando permette all’ambiente di fare una parte del lavoro.
La sequenza del fortino di cuscini ne è probabilmente l’esempio migliore. Uno spazio innocuo legato all’infanzia assume dimensioni impossibili e diventa un labirinto claustrofobico. La produzione ne ha costruito fisicamente una versione molto estesa, utilizzando circa 250 cuscini e diversi elementi mobili.
Quella scena funziona proprio perché parte da qualcosa di familiare. Non abbiamo bisogno di un enorme tempio demoniaco. Bastano cuscini, una bambina e l’impossibilità improvvisa di trovare l’uscita.
Quando l’Altrove viene trattato in questo modo conserva ancora una certa forza. Il problema nasce quando torna a essere semplicemente quel regno nebuloso popolato da entità che ormai conosciamo da sedici anni.
A forza di attraversarlo, anche l’inferno può diventare un posto familiare.
La scena del dentista trova finalmente qualcosa di davvero disgustoso
Se esiste una sequenza capace di imprimersi nella memoria è però quella dello studio dentistico.
Gemma lavora come igienista dentale. Deve occuparsi di un anziano la cui bocca sembra già abbastanza malmessa prima ancora che il soprannaturale intervenga. Quando comincia la visita, Chase sfrutta una delle paure più fisiche e universalmente comprensibili: avere qualcuno che ci infila strumenti appuntiti dentro la bocca.
La macchina da presa si avvicina.
Denti, saliva, residui, capelli e una seconda dentatura trasformano il cavo orale in un piccolo spazio body horror. Non c’è bisogno di interrogarsi sul funzionamento dell’Altrove. Il disgusto arriva immediatamente.
È anche una delle scene più artigianali dell’intero film. Per realizzarla è stata costruita una testa prostetica completa, modificata per permettere alla macchina da presa di entrare nella bocca. Lingua e guance venivano controllate da burattinai, mentre saliva e materiali fisici completavano l’effetto.
Si vede.
O meglio, si sente.
L’effetto è tattile. Viene quasi voglia di allontanarsi dallo schermo. Per qualche minuto Insidious – Fuori dall’Altrove smette di ricordarci altri horror e trova una paura molto più elementare.
Essere dal dentista.
Con il paziente sbagliato.
Cyrus possiede una buona idea alle spalle, meno una vera capacità di sorprendere
Cyrus Lam, interpretato da Sam Spruell, è il centro dell’operazione che permette alle presenze dell’Altrove di tentare il ritorno.
È stato un leader di culto. Ha portato la propria fede nella morte e continua a esercitare un’influenza sulle anime che gli sono rimaste legate. Il passaggio tra setta terrena e culto ultraterreno avrebbe potuto offrire materiale notevole. L’Altrove non sarebbe più soltanto un deposito di demoni e anime perse, ma uno spazio nel quale le strutture di potere costruite in vita continuano a esistere dopo la morte.
Il film utilizza questa intuizione, ma non la porta fino alle conseguenze più inquietanti.
Cyrus rimane soprattutto un antagonista funzionale. Deve impossessarsi della capacità di Gemma e utilizzare quella porta per consentire ai suoi seguaci di rientrare. La logica è comprensibile. La sua presenza, invece, difficilmente raggiunge il livello iconografico dei migliori mostri della saga.
Sam Spruell gli concede una teatralità che ogni tanto rende la figura interessante. Lo stesso attore ha descritto Cyrus come un leader di culto capace di continuare a guidare i propri seguaci persino dentro l’Altrove.
Eppure la scrittura continua a spiegare molto.
Più conosciamo il piano, meno abbiamo paura dell’uomo che dovrebbe realizzarlo.
Vecchi inquietanti, sedativi e domande che sarebbe meglio non farsi
Poi arrivano proprio quei momenti nei quali la sospensione dell’incredulità viene messa maggiormente alla prova.
Gli anziani utilizzano un sedativo per addormentarsi e raggiungere Gemma nei sogni. La logica interna dovrebbe permetterci di seguire il procedimento. Tuttavia, durante la visione, nasce una domanda estremamente prosaica: da dove arriva con tanta facilità quel sedativo?
È una piccola cosa. Un dettaglio apparentemente insignificante.
Il problema è che gli horror vivono proprio di queste piccole concessioni.
Una porta non viene aperta. Qualcuno decide di restare nella casa. Un personaggio va da solo nel posto dove non dovrebbe andare. La medicina necessaria al rituale compare perché il rituale deve avvenire.
Presi singolarmente, sono compromessi facilmente perdonabili. Accumulati diventano un linguaggio riconoscibile.
Ed è lì che il pubblico comincia a sorridere.
Non perché quanto accade sia stato necessariamente scritto come una battuta, ma perché conosciamo già il rituale narrativo attraverso il quale il film deve arrivarci.
Il primo nemico di Insidious – Fuori dall’Altrove è il genere horror
Questo è forse il punto sul quale il film mi ha fatto riflettere maggiormente.
Il primo vero nemico di Insidious – Fuori dall’Altrove non è Cyrus.
È l’horror.
Non nel senso che il genere costituisca un limite artistico. Al contrario. Il cinema horror continua a produrre alcune delle opere più libere e inventive contemporanee. Il problema è che possiede un vocabolario talmente sedimentato da rendere molti dei suoi strumenti immediatamente riconoscibili.
Abbiamo visto la madre traumatizzata.
Abbiamo visto la casa nella quale nessuno dovrebbe continuare a vivere.
Conosciamo la bambina che percepisce i morti.
Conosciamo il vecchio inquietante.
Conosciamo il medium che deve spiegare cosa stia accadendo.
Conosciamo la porta che non dovrebbe essere aperta.
Abbiamo persino imparato che, se una persona appartenente a un gruppo minoritario compare in un horror e sembra particolarmente simpatica, può iniziare il conto alla rovescia su quanto le rimanga da vivere. Il vecchio cliché della “prima vittima nera” è diventato esso stesso un oggetto di parodia e autocoscienza del genere.
A questo punto un horror non deve soltanto costruire paura.
Deve superare la memoria dei film che lo spettatore ha già visto.
Quando un jumpscare diventa un meme prima ancora di finire
Il problema emerge soprattutto nelle situazioni che sappiamo interpretare con troppo anticipo.
Una persona guarda lentamente dietro di sé. Una figura appare in fondo al corridoio. Una porta resta leggermente aperta. Il suono si abbassa. Noi sappiamo già che l’inquadratura sta preparando qualcosa.
Non significa che il jumpscare non possa funzionare. Il corpo reagisce comunque.
Ma spaventarsi per un secondo non coincide necessariamente con avere paura.
Il primo Insidious possedeva immagini capaci di insinuarsi nella memoria. Il volto rosso alle spalle di Josh Lambert funzionava non soltanto perché compariva improvvisamente, ma perché creava una figura difficile da dimenticare.
Qui gli spaventi vengono spesso prodotti correttamente. Chase conosce il tempo necessario per prepararli. Il punto è che molti appartengono a un meccanismo che non riusciamo più a non vedere.
Vediamo il fantasma.
Vediamo anche lo sceneggiatore che sta preparando il fantasma.
E quando contemporaneamente percepiamo entrambi, l’incantesimo si indebolisce.
Da qui in avanti: SPOILER
Nick Mendoza usa un taser contro un morto. Ed è difficile non ridere
La questione della comicità esplode in alcuni episodi precisi.
Nick Mendoza, il poliziotto interpretato da Brandon Perea, affronta una delle presenze provenienti dall’Altrove e reagisce nel modo più coerente possibile per un agente che non possiede alcun manuale su come gestire un morto tornato nel nostro mondo.
Gli scarica addosso il taser.
La scena fa ridere.
E fa ridere di gusto.
Non sono nemmeno sicuro che costituisca un difetto. Dentro una situazione completamente assurda, la reazione di Nick possiede una logica paradossalmente realistica. È un poliziotto. Possiede un taser. Vede una minaccia. Usa il taser.
Il problema è ciò contro cui lo usa.
L’arma destinata a interrompere il controllo muscolare di un essere umano vivo viene scaricata contro una presenza arrivata dal regno dei morti. Il contrasto produce inevitabilmente comicità.
Forse proprio qui il film trova, involontariamente o meno, qualcosa di vero. Davanti al soprannaturale, gli strumenti con cui organizziamo normalmente la realtà diventano improvvisamente ridicoli.
Cyrus che abbaia è il momento in cui l’orrore attraversa definitivamente il grottesco
Ancora più surreale è Cyrus quando si sostituisce al cane di Maya.
La bambina crede di stringere tra le braccia l’animale. Poi ciò che occupa quel posto comincia ad abbaiare.
Ed è Cyrus.
È difficile descriverlo mantenendo un tono completamente serio perché la scena stessa contiene qualcosa di profondamente comico. Un leader di culto proveniente dall’Altrove utilizza i propri poteri per sostituirsi a un cane e abbaiare in faccia a una bambina.
L’immagine potrebbe essere inquietante.
In sala, però, può facilmente scatenare una risata.
Di nuovo, non è necessariamente una tragedia. L’horror ha sempre confinato con il grottesco. Il punto è capire se questa oscillazione tonale sia governata fino in fondo.
In Fuori dall’Altrove non sempre lo è.
A volte sembra che il film voglia spaventarci e noi ridiamo.
È una differenza non irrilevante.
La prevedibilità rovina anche le situazioni costruite bene
Il finale rende ancora più evidente il problema.
Scopriamo la natura completa del potere di Gemma. Comprendiamo il ruolo di Maya. Cyrus esplicita il proprio piano e le varie porte dell’Altrove devono essere gestite secondo una logica sempre più complessa.
La posta in gioco aumenta.
L’inquietudine, invece, diminuisce.
Più la sceneggiatura organizza il proprio scontro finale, più possiamo vedere le traiettorie che dovranno seguirne i personaggi. Ciò che all’inizio era perturbante diventa una missione. Esistono un obiettivo, un antagonista e un metodo per fermarlo.
È perfettamente funzionale come racconto.
È molto meno efficace come paura.
Il film possiede quindi una strana capacità di creare situazioni che si sabotano da sole. L’idea iniziale può essere buona. La messa in scena può funzionare. Poi riconosciamo il percorso e sappiamo già dove ci condurrà.
L’orrore smette di essere possibilità.
Diventa appuntamento.
Lin Shaye continua a essere il filo che impedisce alla saga di perdere completamente la propria identità
Il ritorno di Elise Rainier è inevitabilmente il collegamento più esplicito con il resto del franchise.
Lin Shaye è diventata negli anni qualcosa di molto più importante della semplice medium introdotta nel primo film. È il volto attraverso il quale Insidious conserva una memoria interna anche quando cambia famiglia, protagonisti e minacce.
Qui Elise funziona come guida.
La sua presenza permette di orientare Gemma e contemporaneamente rassicura lo spettatore affezionato alla saga. È un meccanismo quasi opposto a quello attraverso il quale dovrebbe funzionare l’horror. Quando appare Elise, sappiamo che qualcuno possiede finalmente gli strumenti necessari per capire cosa stia accadendo.
Eppure proprio la familiarità dell’attrice continua ad avere fascino.
Sedici anni dopo il primo film, Shaye possiede ormai una relazione con l’Altrove che trascende perfino la morte del personaggio.
Il problema, ancora una volta, è che la spiegazione porta ordine.
E l’ordine difficilmente fa paura.
Un horror può essere tecnicamente efficace e comunque non lasciare niente
Alla fine Insidious – Fuori dall’Altrove non è un disastro.
Sarebbe persino ingiusto descriverlo così.
Jacob Chase sa costruire ambienti. Il film possiede un livello tecnico solido. Alcune sequenze sono realmente ben realizzate. Il fortino di cuscini sfrutta bene lo spazio, mentre la scena del dentista riesce a essere autenticamente disgustosa. La stessa ricezione italiana ha riconosciuto soprattutto queste qualità, pur rilevando una forte prevedibilità e un finale molto più convenzionale.
Il problema è un altro.
Non riesco a immaginare di volerlo rivedere in sala.
E questo, per un horror, è significativo.
Non perché un film debba necessariamente essere costruito per molteplici visioni. Tuttavia, quando una buona parte del piacere deriva dall’aspettativa del prossimo spavento, conoscere già la traiettoria riduce drasticamente il motivo per tornare.
Rimangono alcune immagini.
Poche.
Se sappiamo già come andrà, che cosa dovrebbe farci paura?
Forse questa è la domanda che Insidious – Fuori dall’Altrove lascia più del proprio racconto.
Che cosa deve fare oggi un horror per riuscire ancora a spaventare?
Il genere ha trasformato i propri codici in cultura popolare. I bambini inquietanti, le case infestate, i demoni dietro le porte e le medium non appartengono più soltanto ai film. Sono meme, parodie, immagini che abbiamo imparato a riconoscere prima ancora che una scena termini.
Jacob Chase trova qualche modo per aggirare il problema. La bocca del paziente è disgustosa perché lavora su una paura fisica. Il fortino di cuscini inquieta perché trasforma qualcosa di innocuo. Gemma come porta mobile verso l’Altrove introduce una variazione realmente interessante nella mitologia.
Sono proprio questi i momenti nei quali il film respira.
Tutto il resto tende invece a ricadere dentro la comfort zone di Insidious.
È curioso parlare di comfort zone per un horror. Eppure il problema è precisamente quello. Conosciamo quel mondo. Conosciamo le sue porte rosse. Sappiamo che cosa abita dall’altra parte e quali regole dovremo affrontare.
Un luogo conosciuto può essere buio quanto vuole.
Fa comunque meno paura di una porta che non abbiamo mai aperto.
Insidious – Fuori dall’Altrove riesce quindi a costruire alcune buone situazioni e qualche autentico momento di disagio. Poi spesso le rovina perché sappiamo già come andranno.
Il suo primo nemico non è Cyrus.
Non sono nemmeno i limiti di una saga arrivata al sesto capitolo.
È l’orrore stesso, con tutto il cinema che ci ha insegnato a riconoscerlo.
E forse, per tornare davvero a spaventare, la prossima porta che Insidious dovrebbe aprire non conduce nell’Altrove.
Dovrebbe condurre da qualche parte dove non siamo mai stati.


