L’epilogo dei Warren: paura, fede e nostalgia in un caso reale
The Conjuring – Il rito finale si fonda sul caso reale degli Smurl, infestazioni, demoni e specchi maledetti. Ed e Lorraine Warren, ormai conosciuti al pubblico per le loro indagini sovrannaturali, hanno tentato di ritirarsi ma vengono richiamati da un nuovo caso che mette alla prova la loro fede, la loro resistenza e il desiderio di lasciare un’eredità. Il film mescola cronaca vera e finzione, nostalgia per la saga e tensione paranormale, riuscendo a creare un’atmosfera di commiato senza tradire le radici del franchise.
Cast e interpretazioni: le certezze che danno tono
Vera Farmiga e Patrick Wilson confermano ancora una volta il loro ruolo centrale nei panni di Lorraine ed Ed Warren. Farmiga restituisce la fragilità di una donna innamorata e tormentata, capace di visioni che pesano e di silenzi che inquietano. Wilson è un Ed che non nasconde la stanchezza, ma resta saldo nella fede e nella dedizione. Mia Tomlinson interpreta Judy Warren in una nuova fase della sua vita; Ben Hardy si inserisce bene nei ruoli più giovani, mentre il resto del cast di supporto (famiglia Smurl, figure istituzionali) offre performance discrete che consolidano il senso di realtà abitata e di partecipazione emotiva.
Regia, estetica e atmosfera: la paura come eco del passato
Michael Chaves dirige questo capitolo finale con il piglio del custode del mito. La fotografia lavora su luce naturale e ombre profonde, gli interni degli Smurl passano dal familiare al disturbante con una grazia che sorprende. Le scenografie e gli elementi visivi – lo specchio maledetto, le visioni notturne, i perturbamenti ambientali – sono costruiti con cura, evitando l’effetto cheap. Anche gli effetti speciali risultano ben piazzati, seppure non sempre perfetti, specialmente nelle sequenze più “spettrali”. Sono le atmosfere leggere di misticismo e terrorità che fanno la differenza.
Spavento, fede e ritmo: cosa funziona
Il film funziona bene quando punta sul rapporto tra paura e fede, sull’equilibrio tra realtà e soprannaturale. C’è un sentimento forte nel racconto della coppia Warren, dei loro dubbi, del desiderio di lasciare un segno. Il ritmo alterna momenti d’indagine, visioni, pause quasi liriche e momenti di vero terrore. Pur essendo più sobrio rispetto a certi capitoli del franchise, Il rito finale dimostra che la tensione non ha bisogno di eccessi per essere efficace.
Limiti: nostalgia, prevedibilità e qualche caduta tecnica
Non tutto è perfetto: il film a tratti si appoggia troppo sui riferimenti nostalgici ai vecchi episodi della saga, rischiando di rendersi prevedibile. Alcune scene di paura sembrano già viste, e certi momenti emotivi vengono tirati avanti con il pilota automatico. La CGI in certi effetti lascia a desiderare, soprattutto nei passaggi più “manifesti” dell’infestazione. Anche il terzo atto, pur potente, soffre di una sensazione di accumulo che non sempre paga.
Conclusione: un addio che onora, anche se imperfetto
In conclusione, The Conjuring – Il rito finale è un commiato sentito, costruito con rispetto per il pubblico e per la saga. Non è il più originale o sorprendente, ma è efficace: emoziona, spaventa, chiude un cerchio con dignità. Per chi ha seguito Ed e Lorraine Warren fin dall’inizio è una chiusura che vale il viaggio. Per gli amanti dell’horror è un film solido, forse non da primissimo piano, ma capace di lasciare traccia.


