Un film che affonda in ogni comparto, senza mai dare un segno di vita
Qui staremo benissimo non è semplicemente un film riuscito male. È un’opera talmente disarticolata, confusa e povera da diventare un’esperienza quasi ipnotica nella sua incapacità di funzionare.
Ci si chiede, già dopo i primi cinque minuti, come sia possibile che un progetto con un budget verificabile, una troupe completa e un’attrice nota come Asia Argento possa essere arrivato al cinema in queste condizioni.
La risposta è semplice: nulla, davvero nulla, in questo film, possiede un livello anche lontanamente accettabile.
Recitazione: il punto più basso del cinema italiano recente
È difficile trovare parole abbastanza severe per descrivere le performance del cast. Nessun interprete — nessuno — dà la percezione di essere un attore professionista. Ogni battuta sembra letta un secondo prima dal gobbo, ogni gesto è artefatto, ogni reazione è posticcia.
Siamo di fronte a interpretazioni che ricordano una recita scolastica, ma senza la freschezza involontaria dei bambini. Qui c’è solo goffaggine, unita a un’assenza totale di credibilità.
Asia Argento, teoricamente l’elemento di prestigio del progetto, appare disorientata, come se fosse capitata sul set per errore. Gli altri sembrano presi da corsi di teatro amatoriale, ma di quelli del mercoledì sera, dove nessuno ha l’obbligo di impegnarsi.
È impressionante come non ci sia un solo attore che porti a casa una scena. Tutti falliscono in modo uniforme, senza picchi, senza tentativi, senza neppure un lampo di autenticità.
Un The Lady di provincia — ma con più fondi e meno ironia involontaria
L’impressione generale è quella di una versione rurale e seriosa di The Lady.
Solo che qui manca la follia kitsch di Lory Del Santo, che almeno, nel suo caos, regalava sequenze memorabili. Qui staremo benissimo tenta invece di essere credibile, profondo, emotivo — e fallisce in modo sistematico.
Ciò che rimane è un prodotto che sembra girato senza consapevolezza, senza direzione, senza mano registica. Ogni scena è anonima, spenta, priva di messa in scena. Ogni movimento di macchina sembra casuale, come se la cinepresa si fosse accesa da sola.
Una trama inesistente e una sottotrama fantasma
Narrativamente, il film è uno dei casi più clamorosi di autodistruzione strutturale degli ultimi anni. Esiste un filo conduttore, fragile e prevedibile, che tenta di raccontare una storia sentimentale in un contesto rurale. Esiste una sottotrama che dovrebbe completarlo, ma che è così mal gestita da diventare invisibile, quasi sepolta sotto la mediocrità complessiva del racconto.
Le due linee narrative non dialogano, non si sostengono, non si arricchiscono. Anzi, si frantumano a vicenda, lasciando lo spettatore nel tentativo vano di ricostruire una logica o almeno un’intenzione.
Il film dura poco più di un’ora e mezza, eppure sembra interminabile. Ogni minuto è un ostacolo, ogni scena un inciampo. Non c’è ritmo, non c’è arco, non c’è progressione.
È un’opera immobile, incapace di costruire perfino il più semplice dei passaggi drammatici.
Fotografia, montaggio, regia: un vuoto cosmico
Sul piano visivo, il film non offre nulla. La fotografia è piatta, scolorita, indecisa. Il montaggio è talvolta inspiegabile, con sottolineature inutili e stacchi fuori tempo.
La regia, dal canto suo, sembra non esistere: nessuna inquadratura significativa, nessun gesto filmico, nessuna ricerca estetica o narrativa.
Si ha la sensazione — e non positiva — che il film sia stato assemblato più che girato.
Un’esperienza che diventa calvario
Arrivati all’ultimo atto, si avverte una sensazione insolita: sollievo. Non per ciò che accade sullo schermo, ma per il semplice fatto che la visione sta finalmente per finire.
Il finale non chiude nulla, non aggiunge nulla, non salva nulla. È solo l’ultimo atto di un calvario cinematografico che lascia esausti più che delusi.
Si esce dalla sala con un’unica certezza: Qui staremo benissimo è un titolo ironico, perché di “benessere” non c’è nemmeno l’ombra. Si sopravvive al film, e già questo è un risultato.
Conclusione
Qui staremo benissimo è un caso raro: un film in cui tutto va storto.
Recitazione, regia, sceneggiatura, fotografia, ritmo, emozioni, intenzioni: ogni livello è fallito. Non c’è un reparto che funzioni, un attimo che colpisca, un’idea che regga.
È un’opera che avrebbe bisogno di essere studiata in scuole di cinema, ma come monito: un esempio perfetto di ciò che accade quando nessun elemento trova un equilibrio, quando nessun professionista riesce a fare il proprio lavoro e quando un film sembra abbandonato a se stesso già dal primo giorno di riprese.
Un’esperienza da dimenticare, ma impossibile da ignorare.


