Tra verità e finzione: Schrader rilegge la vita di un artista in punto di morte
Trama, struttura narrativa e contesto
Oh, Canada è un film drammatico del 2024 scritto e diretto da Paul Schrader, tratto dal romanzo Foregone (2021) di Russell Banks.
Il protagonista è Leonard “Leo” Fife (Richard Gere nella fase adulta, Jacob Elordi nei flashback), documentarista di successo, ex rifugiato americano in Canada perché oppositore della leva per la guerra del Vietnam. Ora malato terminale, accetta di partecipare a un’ultima intervista (prodotta da ex studenti) che si trasforma in confessione: Leo rivela che buona parte della sua vita pubblica — il suo mito di cineasta politico, le sue relazioni, le sue omissioni — è costruita su mezze verità, bugie e silenzi.
La struttura narrativa si muove tra presente, ricordi e fantasie, tra momenti in cui il protagonista guarda in faccia la propria immagine pubblica e momenti in cui il presente lo spinge verso una resa dei conti interiore. Il film non è un biopic celebrativo: Schrader de‐costruisce l’“eroe” agendo con stile anti‐biografico, dove il passato non è una sequenza ordinata ma una frammentazione che spesso contraddice il mito.
Interpretazioni e performance del cast
Richard Gere offre una delle sue interpretazioni più sfumate: quella di un uomo che ha costruito un’immagine morale e intellettuale (il documentarista controcorrente, l’esule politico) ma che, arrivato al tramonto, deve fare i conti con le lacerazioni personali dietro quella maschera. Gere gestisce bene il dolore, fisico e psicologico, la vergogna, la distanza fra ciò che è stato creduto e ciò che realmente si è.
Jacob Elordi, nei flashback, brilla nel compito non facile di incarnare il giovane Leo: non solo nella somiglianza, ma nel riportare le scelte impulsive, l’ambizione, la fragilità che finiranno per segnare la vita adulta.
Uma Thurman è Emma (anche Gloria in una parte), moglie e collaboratrice, ex studentessa: è la figura che subisce le rivelazioni, che assiste, che condivide ma anche che è tradita non solo dai fatti ma dalla mitologia costruita da Leo. Thurman dà al ruolo quella dose di resistenza interiore che serve, perché Emma non è solo vittima, è anche testimone.
Temi principali: memoria, mito, colpa
Uno dei temi centrali è la memoria: quanto è affidabile? Quanto è selettiva? Schrader mostra che ricordare non è solo riavvolgere un film interiore, ma scegliere cosa raccontare, cosa negare, cosa mitizzare. Leo stesso non è sicuro di quale versione del passato sia “vera”.
Il mito artistico è smontato: la figura pubblica, il documentarista progressista, il rifugiato che sfugge alla guerra – tutto questo viene messo in discussione, mostrando come le storie che facciamo su noi stessi — specie se amate dal pubblico — possono diventare comode edificazioni.
Infine la colpa. Leo è tormentato non solo dal rimorso verso gli altri — mogli, figli, studenti — ma da quella distanza tra ciò che ha detto di essere e ciò che è effettivamente stato per molti anni. Il film esplora la tensione tra responsabilità morale, autoinganno, compromesso.
Stile, regia, ritmo e critiche
Schrader adotta uno stile meditativo, non frettoloso. Il ritmo è contemplativo: molte scene sono quasi statiche, ingombrate dal silenzio, dalle pause, dal peso del corpo che invecchia, della memoria che vacilla. Non è un film per chi cerca momenti spettacolari o twist narrativi, ma per chi accetta l’idea di essere messo davanti al lento disfacimento di un’immagine.
La regia riflette anche la struttura intertestuale del film: flashback, ricordi confusi, interviste nella stanza, il dispositivo del documentario dentro il film. Questo assemblaggio però rischia, per alcuni critici, di risultare “muddled”, ovvero confuso, dispersivo: alcune parti narrative sembrano non chiudere, alcune confessioni restano sospese.
Pregi, difetti, per chi è questo film?
Pregi:
- Profondità tematica notevole: il film non evita domande scomode su identità, responsabilità, arte e bugia.
- Ottime performance, soprattutto Gere, ma anche Elordi e Thurman, che incarnano bene ruoli difficili.
- Stile registico coerente con il soggetto, atmosfera ben costruita, uso dei flashback che serve non solo al passato ma come contrasto con il presente.
Difetti:
- Ritmo lento, pausa contemplativa che per alcuni spettatori può essere eccessiva.
- Mancanza di una catarsi emotiva “forte”: alcune confessioni restano sospese, alcune omissioni narrative possono lasciare frustrati chi cerca risposte nette.
- Struttura frammentaria che può disorientare: la memoria non è un racconto ordinato, ma forse qualche raccordo in più avrebbe giovato.
Per chi è:
Oh, Canada è un film pensato soprattutto per chi ama il cinema riflessivo, i drammi interiori, coloro che non si aspettano un finale rassicurante ma piuttosto un’indagine morale. Non è tanto per il grande pubblico che cerca intrattenimento puro, ma per spettatori disposti a confrontarsi con la propria idea di mito, con le ambiguità della vita artistica e personale.
Che cosa lascia Oh, Canada
Oh, Canada non è un film facile, ma ha una forza morale rara: ci costringe a chiederci quanto di ciò che ammiriamo negli artisti sia vero, quanto costruito, quanto taciuto. Ci ricorda che la memoria è ingannevole, che il mito può diventare gabbia, e che alla fine l’essenziale è forse poter guardarsi allo specchio senza troppi veli.
Schrader non offre redenzione facile, ma offre la sincerità del rimorso. E quella, in un cinema contemporaneo spesso incline a semplificazioni, è cosa rara.


