Le Pays d’Arto: un viaggio cinematico nel cuore dell’Armenia e della memoria

Il 78° Festival del Film di Locarno ha visto il debutto del lungometraggio di finzione Le Pays d’Arto, una pellicola che esplora le cicatrici della guerra e il legame profondo con la terra d’origine. Diretto dalla regista Tamara Stepanyan (che aveva già calcato il palco di Locarno anni prima) il lungometraggio segna il suo passaggio dal documentario alla fiction, e l’inizio di una narrazione coraggiosa che esplora il trauma, l’identità e la memoria.

Un progetto creativo nato dal dolore e dalla speranza

In una conferenza stampa che ha anticipato l’anteprima mondiale del film, la regista Tamara Stepanyan ha raccontato la genesi travagliata e la lunga maturazione del progetto. La sua storia si intreccia con il conflitto armeno e le tragiche vicende che hanno segnato la sua terra d’origine. “Iniziai a lavorarci quando ero incinta della mia prima figlia, che oggi ha 11 anni”, ha spiegato Stepanyan, riflettendo sulla coincidenza di quel periodo con le tragedie che stavano cambiando l’Armenia. La scrittura del film, iniziata con il co-sceneggiatore Jean-Christophe Ferrari, ha subìto diverse riscritture nel corso degli anni, adattandosi agli eventi storici, in particolare alla guerra dei 44 giorni tra Armenia e Azerbaigian nel 2020.

Questa evoluzione continua ha dato vita a un’opera che oggi risulta una delle più significative sul conflitto e sulla diaspora armena. “La sceneggiatura è diventata una sorta di ‘gestazione’, come un bambino che cresce e si sviluppa, proprio come il film,” ha dichiarato la regista, sintetizzando così la fatica e l’intensità creativa che l’hanno caratterizzata. Un viaggio in terre segnate dalla guerra, ma anche dal tentativo di ricostruire un’identità che non si spezza mai.

Il cuore di Le Pays d’Arto: la terra e l’identità

La pellicola racconta il viaggio di Céline, una donna che si avventura nell’Armenia per scoprire la terra del suo defunto marito armeno. Quello che inizialmente sembra un viaggio burocratico per regolarizzare la cittadinanza dei figli, si trasforma in un pellegrinaggio che la porta a confrontarsi con il trauma e la memoria collettiva di un intero popolo. Ma non solo: il film esplora anche le difficoltà della protagonista, che si scontra con una terra sconosciuta, attraversata da conflitti, ma anche da una bellezza struggente.

Il personaggio di Céline, interpretato dalla talentuosa Camille Cotin, alle prese con un incontro ravvicinato con la storia e la cultura armene. Cèline incarna la profondità e l’autenticità del racconto. Il viaggio la porta per la prima volta nel paese, e questa esperienza le permette di comprenderne veramente la sofferenza e le cicatrici.

Ma il cuore pulsante di Le Pays d’Arto non è solo la storia di Céline. È anche quella di Arsiné, un personaggio che incarna la resistenza, la forza e la speranza. Interpretato da Zar Amir, Arsiné è una donna che ha vissuto la guerra e ora si erge come guardiana della sua terra, un simbolo della lotta di un popolo che, nonostante tutto, continua a lottare per mantenere viva la propria identità.

“La scelta di un’attrice che non fosse puramente armena è stata cruciale”, ha dichiarato la regista. “Volevamo evitare il nazionalismo o una rappresentazione che rischiasse di cadere nella retorica. Arsiné è, infatti, metà armena, metà ‘altrove’, e per questo la sua interpretazione è carica di una distanza emotiva che rende il personaggio ancora più universale.” Questo contrasto tra radicamento e sradicamento, tra appartenenza e solitudine, è uno degli aspetti centrali del film.

Una coproduzione organica e internazionale

Le Pays d’Arto è un progetto che ha visto la partecipazione di una squadra internazionale, con una coproduzione che ha unito la Francia e l’Armenia in modo organico e perfettamente integrato. Un aspetto che Camille Gentet, una delle produttrici, ha definito “un amore a prima vista”, unione che è andata ben oltre il semplice finanziamento del progetto.

“Tamara è riuscita a costruire un ponte tra due mondi diversi, ma complementari,” ha spiegato Gentet, aggiungendo che la collaborazione tra la produzione francese e quella armena è stata fondamentale per il successo del film. Un altro elemento che ha contribuito a questo dialogo creativo è la colonna sonora, che gioca un ruolo cruciale nell’intensificare la narrazione visiva. La musica armeno-francese, infatti, crea un legame profondo tra i protagonisti e la terra che rappresentano.

La colonna sonora che chiude il Viaggio: Im Nuynn A in Le Pays d’Arto

Il brano interpretato durante il film e che accompagna i titoli di coda di Le Pays d’Arto è intitolato Im Nuynn A ed è stato composto dal musicista armeno Lyoka. Questa composizione originale è stata scelta per sottolineare la profondità emotiva del film e il legame intimo con la cultura armena.

Im Nuynn A è una melodia evocativa che fonde sonorità tradizionali armene con influenze contemporanee, creando un’atmosfera di riflessione e malinconia. Il brano accompagna il pubblico nei momenti finali del film, offrendo un’ulteriore dimensione emotiva alla conclusione della storia.

La scelta di includere una composizione originale di un artista armeno sottolinea l’autenticità e il rispetto per la cultura locale, elementi fondamentali nel progetto di Tamara Stepanyan. La musica, infatti, non solo arricchisce l’esperienza cinematografica, ma funge anche da ponte emotivo tra il pubblico e le tematiche trattate nel film.

Questa scelta musicale si inserisce perfettamente nel contesto del film, contribuendo a rendere Le Pays d’Arto un’esperienza sensoriale completa, dove immagini, suoni e emozioni si intrecciano per raccontare una storia di dolore, speranza e resilienza.

“Le Pays d’Arto”: un testamento alla memoria e all’umanità

Durante la conferenza stampa, Denis Lavant, interprete di Rob, ha parlato di come il ruolo che interpreta lo ha profondamente colpito. L’attore incarna un personaggio che porta con sé le ferite della guerra, un uomo “distrutto dalla guerra” che cerca di ricostruire la propria identità. “La guerra distrugge ogni cosa, perfino la lingua. Il mio personaggio parla sei lingue, un simbolo di quella dispersione culturale e umana che la guerra crea,” ha affermato, spiegando la sua preparazione per il ruolo che gli ha permesso di avvicinarsi alla cultura armena attraverso lo studio della lingua e della musica.

Il film è, dunque, non solo un’opera di finzione, ma anche un atto di testimonianza e resistenza. Attraverso un’intensa narrazione visiva e sonora, Le Pays d’Arto racconta il riscatto di un popolo e il dolore di chi, nonostante tutto, continua a vivere nella speranza di un ritorno alle proprie radici. La guerra, come suggerisce il film, non è mai solo una questione di confini territoriali, ma anche di confini interiori, di identità e di memoria.

A Le Pays d’Arto va, quindi, il riconoscimento di aver saputo mescolare perfettamente la finzione con la realtà, facendo luce su un tema che merita di essere conosciuto e discusso: quello della memoria collettiva di una nazione che, seppur frammentata e distrutta dalla guerra, non ha mai perso la sua forza e il suo spirito di sopravvivenza.

Il risultato finale è un’opera cinematografica che, come sottolineato dai produttori, risulta “molto più di un film sulla guerra, è un film sulla memoria, sull’identità e sul nostro rapporto con la terra che abitiamo”. Un film che sa parlare con delicatezza dei temi universali della perdita e della rinascita, attraverso uno sguardo intimo e potente.

Con la sua apertura al 78° Festival di Locarno, Le Pays d’Arto ha lasciato il pubblico in attesa di scoprire il viaggio di Céline e Arsiné in un angolo del mondo troppo spesso dimenticato, ma ricco di storie che meritano di essere raccontate.

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