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  • Le Lac: l’esperimento sensoriale di Fabrice Aragno tra luce, acqua e fragilità umana

Un viaggio cinematografico che unisce pittura, natura e intimità

Il progetto Le Lac ha una lunga gestazione che ricorda più un diario che una sceneggiatura. Fabrice Aragno, collaboratore di Jean-Luc Godard negli ultimi decenni del maestro, ha dichiarato che l’idea era viva già dal 2013, quando lesse testi e studi dedicati ai grandi pittori che hanno sempre usato il lago (Courbet, Turner, altri) come soggetto. Nel tempo ha accumulato immagini, prove, test visivi, ricercando come dialogare con la luce, i riflessi sull’acqua, la mutevolezza atmosferica. Quel lavoro preliminare non è rimasto confinato nella teoria, ma ha formato la base concreta per ciò che sarebbe diventato il film. Aragno non voleva una finzione tradizionale ma un’esperienza, un “film-luce” immersivo dove il lago stesso, con la sua mutevolezza, diventa co-protagonista.

Una gestazione libera, aperta all’imprevisto

La sceneggiatura, in Le Lac, non è rigida. Aragno ha dichiarato che inizialmente aveva scritto, ma ha scelto di “cancellare” molta parte del copione per lasciare spazio all’improvvisazione, allo stare pronti a ricevere ciò che il lago, il tempo, la luce avrebbero offerto. Questa scelta rende il film sospeso: non sappiamo se stiamo guardando ricordi, desideri, tensioni presenti o vestigia di un passato che non parla esplicitamente. È una forma cinematografica che privilegia il fluire del vissuto sul concatenarsi degli eventi. Inoltre, le riprese sono durate dieci giorni in condizioni spesso difficili, fra temporali, vento, pioggia, tempeste improvvise, che hanno imposto un lavoro fisico oltre che estetico.

Attori, corpo, natura: la coppia che naviga nel tempo

I protagonisti Clotilde Courau e Bernard Stamm incarnano la relazione di coppia in forma non convenzionale. Non parlano molto: il dialogo è raro, le parole diventano interruzioni nel fluire delle immagini. I loro gesti, posture, sguardi comunicano molto. Spesso la macchina da presa cerca il dettaglio: una mano che stringe, un volto che si volge, il corpo che ondeggia tra le vele. Il fatto che la relazione non sia esplicitata, ma suggerita, fa sì che lo spettatore proietti sul loro stare insieme non solo una storia d’amore ma un’esperienza condivisa, un percorso emotivo. Nature, barca, vento diventano misura del corpo e del sentimento.

Estetica visiva e sonora: immersione, riflessi, attraversamenti

Le recensioni estere sottolineano come Le Lac funzioni come un’esperienza immersiva fatta di suoni, riflessi, variazioni atmosferiche. Cineuropa riconosce “una dimensione meravigliosa e incantevole, allo stesso tempo profondamente fisica e quasi mistica”, dove l’alternarsi del giorno e della notte, i riflessi sull’acqua, il vento nelle vele sono elementi non decorativi ma parte integrante del racconto sensoriale. ScreenAnarchy, dall’estero, parla di “sensorial drift between body and landscape”, in cui il paesaggio e il corpo sono coordinate principali della narrazione.

Dal lato italiano, Sentieri Selvaggi definisce la veste grafica “straordinaria” e l’uso della metafora “esibita” come mezzo per lasciare che le immagini mostrino tutta la loro forza, trasformando la superficie del lago in specchio dell’animo, rifrazione della luce non solo visiva ma emotiva. La stampa italiana evidenzia come la potenza visiva sia ottenuta anche grazie a una gestione elegante dei paesaggi, che diventano personaggi anch’essi, come scrive Cineuropa: “riprendendo i paesaggi come se fossero personaggi e i personaggi come se fossero paesaggi”.

Tematiche, presenza delle assenze e tono meditativo

Il film lavora molto sull’assenza: assenza di parole, presenza del silenzio, omissione di una trama esplicita. Le domande che rimangono sospese sono molte: si tratta di un amore che è già finito? O mai davvero cominciato? Cosa resta quando la quotidianità si allontana, lasciando solo corpo, ambiente e tempo?

Questo sospendere il racconto classico consente a Aragno di costruire spazi interiori, nel senso fisico (la barca, la galleggiabilità sul lago) e psicologico (la distanza fra gli attori, la separazione fra interno ed esterno, anche tra calma e tempesta). Il tono meditativo non è mai autoindulgente: temporali, momenti di urgenza, fatica fisica ritornano a ricordare che questa bellezza è guadagnata, faticata, soggetta alle intemperie.

Pregi e limiti: splendore visivo e rischio di elusività

Fra i punti di forza spiccano chiaramente la bellezza formale, l’alternanza luce-oscurità e le scene naturali, che producono immagini potenti. La fotografia è lodata come sublime, con l’uso della luce riflessa, del tramonto, delle nuvole cariche di pioggia che rendono ogni inquadratura un piccolo quadro. Anche il suono riceve attenzioni particolari: il rumore del vento, delle onde, il crepitio della barca, tutto entra nel film come presenza fisica.

Ma il film non è privo di limiti. Per alcuni spettatori il ritmo è troppo lento, la scarsità di dialoghi può risultare una barriera all’ingresso. Recensioni come quella dell’International Cinephile Society segnalano che Le Lac “occasionalmente frustrating and diffuse”, cioè diffuso e talvolta dispersivo, per chi cerca una narrazione più lineare. Anche la mancanza di sviluppo emotivo esplicito nei personaggi può lasciare spaesati chi preferisce relazioni più definite tra uomo e donna.

Conclusione: perché vederlo

Guardare Le Lac significa consegnarsi a un’esperienza visiva e sonora che va oltre la storia. È un film che chiede pazienza, apertura e disponibilità a farsi attraversare dal paesaggio, dal vento, dalla luce. Se amate un cinema di contemplazione, che mette in primo piano il visivo, il corpo e la natura, questo film offre momenti di pura riconnessione con ciò che spesso sfugge: l’umano nel paesaggio, l’assenza che lascia spazio al sentire. Per chi cerca emozione diretta, immagini forti e una forma che non scava nel profano narrativo, Le Lac è un’esperienza che vale il prezzo del biglietto.

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