Dolore, adolescenza e comunità: un horror che è molto di più

La valle dei sorrisi non è solo un horror: è un racconto costruito attorno a temi che riguardano tutti. Il lutto e la perdita sono al centro, attraverso Sergio Rossetti (Michele Riondino), un insegnante tormentato chiamato a confrontarsi con un passato oscuro nel silenzio di una valle che sembra pregare la felicità. Adolescenza e diversità emergono soprattutto in Matteo (Giulio Feltri), ragazzo capace di assorbire il dolore altrui, dono che diventa peso; il film interroga la sessualità come parte della scoperta di sé, il senso di fuori luogo, la ricerca dell’appartenenza. Queste componenti non sono semplici accessori ma pilastri necessari, che entrano in dialogo con la trama inquietante del rituale che domina il paese e con il contrasto tra sorriso apparente e tormento reale.

Dove il dolore prende volto

Michele Riondino è il perno su cui ruota la tensione più profonda: la sua interpretazione di Sergio Rossetti è segnata da grande intensità (gioia e disgusto, dolore e desiderio di salvezza), mostrando un uomo in bilico tra razionalità e empatia. Romana Maggiora Vergano, che veste Michela, la giovane locandiera, offre una presenza sottile ma essenziale: è lei che mostra la gentilezza ferita, il ponte tra Sergio e la verità nascosta. Giulio Feltri (Matteo Corbin) è una scoperta: innocente, fragile, ma dotato di una presenza magnetica che fa della sua diversità e del suo sacrificio il cuore emotivo del film. Paolo Pierobon, nei panni di Mauro Corbin, figura paterna ambigua, dà spessore al conflitto generazionale; Roberto Citran come Don Attilio pone un’ancora morale, pur con le sue crepe. Ogni attore, anche nei ruoli minori, non è mai riempitivo, ma contribuisce a costruire atmosfere cariche di empatia e inquietudine.

Horror come lente sull’umano

Strippoli dirige con misura: evita disperdere l’orrore in effetti facili; preferisce il tremito, la tensione scoperta nei gesti piccoli, nei silenzi. La fotografia (Cristiano Di Nicola) crea ambientazioni che isolano, montagne, nebbia, montagne che sembrano sconosciute anche ai personaggi; luci che ombreggiano, che spostano l’attenzione dall’esterno all’interno. La colonna sonora raramente domina, è più suggerimento che spettro; acustica ambientale, rumore del vento, del legno, del respiro diventano parte del rituale. Il ritmo alterna momenti contemplativi e scosse d’ansia, soprattutto quando Sergio scopre cosa accade nel paese, ma sempre con l’attenzione al personaggio, al loro dolore, alla loro umanità.

Dove l’equilibrio vacilla leggermente?

Nonostante tutto ciò, La valle dei sorrisi non è privo di limiti. A volte la componente sovrannaturale appare introdotta un po’ tardi, con un salto di tono che rischia di sorprendere ma anche di sbilanciare. Qualche comprimario non sempre raggiunge la profondità degli altri: non tutti i personaggi laterali riescono a lasciare traccia duratura. E pur se la chiusura è visivamente forte e simbolica, c’è il rischio che certe immagini rimangano più nel ricordo estetico che nel sentimento profondo.

Un horror italiano che emoziona e resta dentro

La valle dei sorrisi non è soltanto un film dell’orrore, ma un’opera capace di scavare nell’animo umano con sincerità rara. Paolo Strippoli dimostra di saper intrecciare la tensione del genere con temi universali come lutto, dolore, adolescenza e sessualità, trasformando l’incubo in una lente attraverso cui guardare la fragilità e la resilienza dei suoi personaggi. Le interpretazioni intense di Riondino, Maggiora Vergano, Feltri, Pierobon e Citran amplificano l’impatto emotivo di una storia che non vive di soli brividi, ma di empatia e partecipazione. Alla fine non resta soltanto il ricordo di alcune sequenze disturbanti, ma soprattutto la sensazione di aver assistito a un horror italiano maturo, che emoziona e fa riflettere quanto spaventa.

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