Il cinema indipendente torna a fare emozionare con storie vere e non è mai stato così bello (né così necessario)
Faccio il giornalista cinematografico da un po’ di anni e posso dirlo senza troppi giri di parole: qualcosa sta cambiando. Negli ultimi tempi, ho visto sempre più film che non arrivano con spot martellanti o trailer sparati ovunque, ma che ti prendono lo stesso, anzi spesso di più. Parlo del cinema indipendente – quello fatto con poco, tanta passione e soprattutto una voglia matta di raccontare qualcosa che abbia senso. E no, non sto parlando solo di opere di nicchia che vedi in un cinema d’essai alle 21:30 tra un caffè e l’altro. Sto parlando di film che, piano piano, stanno ritornando a occupare uno spazio importante anche fuori dai festival e dalle piattaforme specializzate. Film che, pur non avendo budget milionari né star hollywoodiane, riescono comunque a far parlare di sé. A volte pure a incassare bene.
Perché oggi si parla tanto di cinema indipendente?
Partiamo da un dato: negli ultimi anni, il pubblico ha iniziato a stancarsi dell’omologazione. I soliti franchise, i sequel infiniti, le saghe che sembrano fatte su misura per essere vendute come merchandising… Sì, sono belli ogni tanto, ma alla lunga finiscono col annoiare. E allora ecco che arriva quel film girato con una telecamera quasi amatoriale, scritto da qualcuno che magari ha fatto mille lavori nella vita, interpretato da attori non noti – eppure ti entra dentro. Questo fenomeno è cresciuto tantissimo dopo la pandemia. In più, grazie alla tecnologia, oggi girare un film costa molto meno rispetto al passato. Non serve più uno studio gigantesco e centinaia di comparse: bastano una buona idea, una storia ben raccontata e un pizzico di coraggio. L’effetto è che alcuni di questi film hanno addirittura battuto al botteghino produzioni molto più blasonate. Assurdo, ma è vero.
I numeri non mentono: il piccolo può vincere
Prendiamo un esempio recente: Past Lives, diretto da Celine Song. Budget ridottissimo (circa 1,5 milioni), trama semplice ma toccante, zero effetti speciali. Eppure, ha incassato oltre 50 milioni di dollari in tutto il mondo. E non è nemmeno l’unico caso. Oppure pensiamo a Aftersun, con Charlotte Wells alla regia e Paul Mescal protagonista. Un film delicato, malinconico, che parla di ricordi, genitorialità e rimpianti. Con un budget intorno ai due milioni, ha superato i 30 milioni di dollari di incasso globale. E non parliamo nemmeno di un film facile da raccontare a un amico a cui vorremmo suggerirlo: non c’è azione, non c’è un plot esplosivo, solo tanta verità. E poi c’è All of Us Strangers (Estranei per il mercato italiano), con Andrew Scott e Paul Mescal protagonisti. Storia queer, atmosfera sospesa tra presente e memoria, un po’ di fantascienza soft. Pochi soldi, tanta empatia. Risultato? Incassi solidi, critica entusiasta, pubblico commosso Ma se volessimo esempi ancora più estremi, troviamo Everything Everywhere All At Once. Realizzato da A24 con un budget di circa 25 milioni, questo mix pazzesco di multiverso, filosofia asiatica e famiglia disfunzionale ha incassato oltre 100 milioni di dollari vincendo 7 Oscar, compreso quello per il miglior film. Non male per un film con scene di nudo e bastoni hot dog. E non è finita qui. Altri titoli che hanno stupito al botteghino negli ultimi anni: The Whale con Brendan Fraser: budget 10 milioni, incasso globale oltre 90 milioni; Saint Omer, il film franco-belga sulla maternità e il razzismo, premiato a Venezia, distribuito in Italia da Academy Two e uscito in numerose sale con ottimi risultati; Tár, il film con protagonista Cate Blanchett, sul potere, la musica classica e la caduta di un mito, ha incassato 45 milioni partendo da un budget di 35; Triangle of Sadness, la Palma d’Oro 2022 è una satira crudele sul capitalismo e l’estetica, ha raccolto quasi 30 milioni di dollari in tutto il mondo, nonostante la sua natura provocatoria. Quelli elencati sono tutti film realizzati con budget relativamente bassi, molti dei quali presentati prima nei festival, eppure capaci di resistere in sala per settimane e di creare un passaparola autentico. Roba che i blockbuster, a volte, non riescono nemmeno a realizzare.
E in Italia? Il nostro cinema indipendente ce la fa?
L’argomento è controverso. Tuttavia, la risposta potrebbero essere: sì, e con orgoglio. Dopo anni di crisi, il cinema italiano sta provando a riprendersi grazie a registi giovani, autori coraggiosi e coproduzioni intelligenti. Anche noi abbiamo i nostri “piccoli grandi successi”. Uno degli esempi più clamorosi del 2023 è stato Io capitano di Matteo Garrone. Girato con un approccio semi-documentaristico, racconta la traversata di due ragazzi africani verso l’Europa. Presentato a Venezia, è stato distribuito da 01 Distribution ed è riuscito a superare i 4 milioni di euro di incasso in Italia – una cifra considerevole per un film dal tema assai delicato. E non è solo un successo nazionale: Io capitano è stato venduto in decine di paesi ed è entrato nella shortlist degli Oscar come miglior film internazionale. Altro titolo interessante è stato La paranza dei bambini, opera di Claudio Giovannesi, presentato a Berlino e distribuito da Vision Distribution. Racconto cupo e claustrofobico della camorra partenopea, ha ottenuto una distribuzione limitata ma mirata, raccogliendo critiche positive e un buon seguito di pubblico. E non possiamo dimenticare Campo di battaglia di Gianni Amelio, presentato a Venezia nel 2024. Pur essendo un film impegnativo, ha trovato spazio in sala grazie a una campagna intelligente e a un regista che non ha certo bisogno di presentazioni. Una menzione speciale va a La chimera di Alice Rohrwacher, presentato a Cannes e distribuito da 01 Distribution. Tra archeologia, mistero e ironia italiana, il film ha confermato che il cinema italiano sa ancora sorprendere, anche quando gioca fuori dagli schemi tradizionali.
Festival e mercati: dove nasce il futuro del cinema
Per scoprire il futuro del cinema, è necessario assistere a un festival. Non è necessario andare a Hollywood o sul set di un blockbuster, ma in una sala piccola dove nessuno sa chi sia il protagonista e tutti aspettano (e sperano) solo di emozionarsi. Eventi come Sundance, Cannes (soprattutto nella sezione Un Certain Regard), Toronto, Locarno o Berlino diventano ogni anno luoghi strategici per capire quale direzione stia prendendo il cinema. Al Sundance del 2023, per esempio era presente Fair Play, una specie di thriller psicologico tra lavoro e relazioni sentimentali, acquistato Netflix, il ha fatto parlare parecchio. A Cannes, invece, How to Have Sex – un coming-of-age britannico crudele ma sincero – ha vinto la sezione parallela Un Certain Regard ed è stato distribuito in Europa e Usa con ottimi risultati. Un film difficile, scomodo, ma che ha funzionato. Segnale che il pubblico è più disposto a farsi raccontare anche storie impegnative. E non possiamo dimenticare The Zone of Interest di Jonathan Glazer, presentato a Cannes e premiato con il Grand Prix: un film visivamente impressionante, con un approccio freddo e distaccato alla Shoah, che ha portato il cinema autoriale a livelli quasi filosofici. Tutto questo conferma che i festival non sono solo vetrine per appassionati, ma veri e propri motori del mercato cinematografico globale.
Tecnologia e creatività: fare tanto con poco
Un tempo girare un film richiedeva attrezzature costose, location prestigiose e squadre immense. Oggi? Basta una buona fotocamera digitale, un software di montaggio decente e tanta voglia di raccontare qualcosa. Molti registi emergenti girano film interi con iPhone o reflex digitali. Altri distribuiscono le loro opere tramite YouTube, TikTok o Instagram. Questo ha abbassato gli ostacoli all’ingresso, permettendo a tanti talenti di emergere. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Il mercato è ormai saturo di contenuti. Tanti film validi vengono ignorati, annegati tra migliaia di video simili. Ecco perché i festival, le case di distribuzione indipendenti e i network di cinema d’autore restano fondamentali per selezionare e promuovere il meglio.
E allora… che fine farà il cinema indipendente?
Difficile prevedere il futuro, ma una cosa è certa: il cinema indipendente non è più marginale. È parte integrante del panorama cinematografico mondiale. E forse, anzi probabilmente, rappresenta proprio il futuro del cinema. Se questa tendenza continua, potremmo davvero assistere a una nuova era del cinema. Una dove contano le idee, non solo il budget. Dove conta chi ha qualcosa da dire, non solo chi ha un nome famoso. E io, onestamente, non vedo l’ora.


