Rivisitare Omero oggi: il ritorno su Itaca come destino e ferita

Itaca – Il Ritorno (titolo originale The Return) è un film del 2024 diretto da Uberto Pasolini, liberamente tratto dagli ultimi canti dell’Odissea di Omero. La sceneggiatura è curata da Pasolini insieme a John Collee ed Edward Bond. Nel cast troviamo Ralph Fiennes nei panni di Ulisse, Juliette Binoche come Penelope, Charlie Plummer come Telemaco, assieme ad altri nomi di rilievo. Il film ha debuttato al Toronto International Film Festival il 7 settembre 2024, ed è uscito in Italia il 30 gennaio 2025.

Pasolini decide di concentrarsi non tanto sull’intero viaggio di Ulisse con le sue tappe favolose (sirene, ciclopi, Circe…), ma sugli ultimi libri dell’Odissea, quelli relativi al ritorno, al confronto con i pretendenti, al ricongiungimento con Penelope e al rapporto con Telemaco.

Trama e temi principali

Ulisse torna a Itaca dopo vent’anni di assenza, segnato dalla guerra, da perdite e da un dolore fisico e mentale che gli impedisce di tornare immediatamente padrone della sua casa, della sua identità, dei suoi affetti. Penelope è assediata dai Proci, uomini potenti che pretendono il trono e la mano della regina. Telemaco, figlio di Ulisse, è cresciuto, ha vissuto nell’assenza del padre, e si muove con diffidenza e dolore verso l’idea del ritorno.

Il film esplora il conflitto tra identità perduta e identità da ricostruire, il rapporto tra passato violento e presente, il peso delle aspettative e della memoria. Ulisse non è qui l’eroe invincibile, ma un uomo vulnerabile, segnato, che deve fare i conti con la sua stessa storia.

La presenza di Claudio Santamaria nel ruolo di Eumeo

Claudio Santamaria interpreta Eumeo, il porcaro di Ulisse, una figura secondaria ma significativa nell’economia emotiva del film. Santamaria conferisce al personaggio una dignità e una umanità sorprendenti: non è soltanto il guardiano dei porci, incarnazione di umiltà e servitù, ma anche testimone del tempo che passa, del dolore che l’assenza genera, e della speranza che resiste nell’attesa.

Eumeo, nella versione di Pasolini, diventa un punto di vista popolare: è la “voce del popolo”, di coloro che non sono eroi né regnanti, ma che subiscono le conseguenze della guerra da lontano, che vivono l’attesa del ritorno, che osservano in silenzio il conflitto interno al potere. Santamaria lo interpreta con misura, attenzione, evitando ogni caricatura. È un personaggio che cura, accoglie Ulisse ferito, lo assiste, ma anche che porta con sé un senso di sfiducia, di ferite non solo fisiche ma morali, di perdita.

La scelta di affidare a Santamaria questo ruolo è particolarmente efficace anche per il rapporto di contrasto e complementarità con Ulisse: l’eroe ritorna diviso, spezzato; Eumeo, pur nella marginalità, è presenza costante, radicata nella terra e nel quotidiano di Itaca, e il suo sguardo è meno epico ma più concreto. In una scena, quando Ulisse giunge quasi esanime sull’isola, è Eumeo che provvede alle prime cure, protegge, nasconde, accoglie. Santamaria riesce a dare al silenzio, ai gesti minimi, una forza che contribuisce a rendere credibile e toccante il ritorno.

Aspetti stilistici e visivi

Una delle scelte più evidenti e discusse del film è la sua fisicità: Ulisse è rappresentato con un corpo stremato, ferito, segnato. Non c’è mito spettacolare visivo (non nel senso classico del termine), non ci sono creature mitologiche che agiscono con poteri divini, non c’è machineria soprannaturale. Piuttosto c’è la carne, il dolore fisico, il tempo che ha fatto il suo lavoro.

Le immagini sono spesso lente, dilatate; la regia cerca l’intimità, la contemplazione, il confronto tra personaggi (Ulisse, Penelope, Telemaco), ma anche il contrasto tra l’attesa, la desolazione, e la crudeltà – non solo dei Proci, ma della guerra stessa come esperienza trasformativa e distruttrice.

Punti di forza

  • Le interpretazioni centrali: Ralph Fiennes è potente nel delineare un Ulisse che è meno guerriero e più uomo che torna dal baratro; Juliette Binoche dà vita a una Penelope che non è solo simbolo di fedeltà, ma persona ferita, in bilico tra speranza, dolore e dovere.
  • L’investimento visivo nella materia del corpo, nella presenza fisica, nelle cicatrici della guerra: questo conferisce al film un realismo che, pur essendo lirico, prende la distanza da qualsiasi spettacolarizzazione mitologica.
  • L’atmosfera sofferta, meditativa, che spinge lo spettatore a partecipare non solo alla storia ma al peso emotivo del ritorno, dell’attesa, del conflitto con sé stessi.

Critiche e limiti

  • Ritmo troppo compassato: molte recensioni segnalano che il film, nei momenti in cui Ulisse non è protagonista sullo schermo, va in parte in affanno, con scene meno efficaci nel creare tensione.
  • Scrittura dei personaggi secondari: Penelope e Telemaco sono ben delineati, ma i Proci restano a volte stereotipati; il conflitto etico e verbale tra loro e gli abitanti di Itaca non sempre raggiunge la complessità che ci si aspetterebbe da un adattamento così ambizioso.
  • Alcune scelte di messa in scena o montaggio che non convincono pienamente: il doppiaggio italiano viene criticato in alcune recensioni come inadeguato, e il film talvolta pare mostrare tensioni fra un desiderio epico e una scelta stilistica minimalista.

Significato più ampio: Itaca come simbolo nel presente

Un punto centrale che emerge dalla visione del film è il come “Itaca” smette di essere solo un luogo fisico mitico e diventa metafora potente del ritorno, della ricostruzione, del confronto con le proprie ferite. In un mondo contemporaneo segnato da guerre, migrazioni, assenze, perdita di identità, la storia di Ulisse ritorna rilevante non come favola mitologica, ma come storia umana che interroga il presente.

La guerra non è idealizzata: è mostrata nelle sue conseguenze, sul corpo, sulla psiche, sul tessuto sociale, sul ruolo delle donne lasciate, degli affetti sospesi, dei giovani cresciuti senza guida. Itaca diventa la patria che non si riconosce più, che è cambiata nell’assenza del re.

Conclusione

Itaca – Il Ritorno è un film che prova ad essere insieme classico e radicale: classico nella forma, nei tratti della storia omerica, nei personaggi archetipici; radicale nell’approccio, nel rigore, nella scelta di sguardo, nella rinuncia al favolistico, all’epico spettacolare, al fantastico. Non sempre il connubio funziona appieno, ma la proposta è coraggiosa, intellettualmente stimolante, visivamente potente.

Per chi cerca nel mito una lente sul presente (sulle perdite, sul ritorno, sulla fragilità) Itaca è un’esperienza che offre molto, anche se richiede pazienza, apertura, disponibilità all’ascolto lento.

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