Il Vangelo di Giuda: un film coraggioso e controverso che racconta la Passione attraverso gli occhi di Giuda: pregi, limiti e riflessioni dopo il Q&A con Giulio Base
Il nuovo film di Giulio Base, Il Vangelo di Giuda, è un’opera che si colloca fin da subito su un terreno scivoloso e affascinante: raccontare la Passione di Cristo non dalla prospettiva del Redentore o degli evangelisti, ma attraverso gli occhi – e soprattutto la coscienza – dell’apostolo traditore. Non un semplice espediente narrativo, ma una precisa dichiarazione di intenti. Come il regista stesso ha affermato durante l’incontro con il pubblico dopo la proiezione, il film nasce dal bisogno di confrontarsi con il senso dello “sbaglio quotidiano”: «Ho immaginato Giuda come specchio delle nostre fragilità… ogni giorno commettiamo piccoli e grandi tradimenti, non solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi».
Questa impostazione sposta radicalmente il baricentro della narrazione. L’oggetto del racconto non è tanto la ricostruzione storica o dogmatica degli eventi, quanto piuttosto l’indagine sulla condizione umana: colpa, responsabilità, obbedienza e libero arbitrio. Base arriva a dire che, se Giuda fosse stato “meno obbediente”, forse il cristianesimo non sarebbe nato. Una provocazione che, in un’epoca di letture sempre più polarizzate dei testi sacri, suona come un invito a interrogarsi senza paura.
I punti di forza: ambizione, estetica e immersione
L’aspetto forse più affascinante del film risiede proprio nella sua ambizione tematica. Base non si accontenta di mettere in scena una “versione alternativa” del Vangelo, ma si addentra in una riflessione quasi metafisica. La soggettiva costante, scelta registica radicale, è pensata per calare lo spettatore “dentro” la visione di Giuda, fino a fargli condividere i suoi pensieri. «Ho voluto che il pubblico vedesse ciò che vedeva Giuda, che ascoltasse i suoi pensieri come se fossero i propri… una sorta di trasferimento virtuale di coscienza», ha spiegato durante il Q&A.
Questa immersione è potenziata dall’uso della voce narrante di Giancarlo Giannini, che assume la forma di un flusso di coscienza carico di dubbi, rimorsi e bestemmie sussurrate o urlate. Una presenza costante, che funge da tessuto connettivo per l’intera opera, sostituendo quasi interamente i dialoghi. È una scelta che, almeno nella prima parte del film, funziona per intensità e coerenza stilistica. Anche la critica, come su Cinematografo, ha riconosciuto a Base il coraggio di mantenere questo registro: una “liturgia laica” che sfida il pubblico ad ascoltare anziché soltanto guardare.
Sul piano visivo, il film esibisce un’estetica fortemente costruita e dichiaratamente teatrale: contrasti cromatici esasperati (il rosso del sangue e dei titoli su sfondo nero, l’azzurro abbacinante del cielo, il verde vivo dell’erba), movimenti di macchina ora rigorosi ora nervosi, immagini che aspirano a diventare icone. In più punti, Base cita volutamente la pittura sacra, evocando Caravaggio e altri maestri dell’arte figurativa, e nel Q&A ha ammesso di aver pensato il film “come un quadro” in cui inserire personaggi e azioni in composizioni precise. Questa coerenza estetica, unita alla capacità di evocare l’arte sacra e di contaminare il racconto con sonorità contemporanee (heavy metal, musica etnica), è uno dei tratti distintivi del film.
Le criticità: eccesso formale e fragilità narrative
Tuttavia, proprio ciò che rende Il Vangelo di Giuda un’opera riconoscibile è anche la radice di alcune sue fragilità. La scelta di mantenere Giuda costantemente fuori campo, di non mostrarne mai il volto e di ridurlo a simbolo, pur affascinante in teoria, priva la narrazione di un approfondimento psicologico reale. Come ha osservato Cineuropa, “non c’è abbastanza di Giuda e della sua personalità”: il personaggio resta un’ombra, e lo spettatore rischia di sentirsi escluso dalla sua vera interiorità.
Anche l’estetica, così rigorosa all’inizio, tende a farsi manieristica col passare dei minuti. Il passaggio da inquadrature fisse e composte a una macchina a mano più caotica, unito a momenti musicali che alternano metal e suggestioni etniche in maniera non sempre armonica, spezza il ritmo e attenua l’impatto emotivo iniziale. Sentieri Selvaggi ha evidenziato come la recitazione, volutamente stilizzata e vicina a un “film muto”, risulti a tratti artificiosa e incapace di restituire la naturalezza dei rapporti umani. Questo effetto si avverte anche nei momenti corali, dove i discepoli appaiono più come figure coreografiche che come personaggi vivi.
Nel Q&A, Base ha difeso la sua scelta di eliminare i dialoghi tradizionali, sostituendoli con un flusso interiore, spiegando che “una soggettiva visiva e spirituale” era l’unico modo per condividere la sensazione di essere Giuda. È una visione coerente con la poetica del film, ma è innegabile che questo dispositivo possa generare un senso di distanza per chi si aspettava un racconto più “concreto”.
Infine, c’è il rischio dell’autocompiacimento estetico: l’insistenza su immagini simboliche e posture ieratiche, seppur suggestive, tende a sottrarre spazio al racconto. Se l’intento era, come dichiara il regista, “mettere lo spettatore dentro un quadro”, il risultato è che a tratti si resta a contemplare la cornice, perdendo di vista la storia.
Un’opera imperfetta e necessaria?
Il Vangelo di Giuda è un film che divide e, probabilmente, continuerà a dividere. È un’opera che chiede molto allo spettatore: di accettare l’assenza di un volto, di abbandonarsi a un’unica voce, di sospendere il bisogno di verità storica. In cambio, offre un’esperienza visiva e concettuale rara nel panorama cinematografico italiano, capace di provocare interrogativi profondi sulla colpa, sulla fede e sul libero arbitrio.
Come ha detto lo stesso Base, “la verità è sempre effimera… la fede non è certezza storica, ma fidarsi di ciò che non si vede”. È forse in questa frase che si racchiude la chiave di lettura più onesta del film: un atto di fiducia, imperfetto e a tratti squilibrato, ma animato da un’urgenza sincera. Un film che, al di là dei suoi limiti, non si può liquidare come un semplice esercizio di stile, perché riesce a farci guardare a Giuda – e forse a noi stessi – con occhi nuovi.


