Quando la gloria diventa maledizione: il GOAT secondo HIM di Justin Tipping
Il nuovo film HIM, diretto da Justin Tipping e prodotto da Monkeypaw, unisce sport e orrore in modo inedito. La storia segue Isaiah White, interpretato da Marlon Wayans, un quarterback leggendario ormai a fine carriera. Il giovane Tyriq Withers veste i panni di Cameron Cade, una promessa del football pronta a tutto per diventare come il suo idolo. Accanto a loro compaiono Julia Fox e Tim Heidecker in ruoli di supporto.
Fin dalle prime scene, HIM mostra la sua ambizione: indagare il prezzo del successo sportivo e la mitologia moderna del campione. L’obiettivo è chiaro. Justin Tipping vuole esplorare il lato oscuro della grandezza, quello che trasforma l’atleta in un simbolo quasi religioso.
Il concetto del GOAT: tra etimologia e destino
Il termine GOAT è un acronimo di Greatest Of All Time, ossia “il più grande di tutti i tempi”. Indica l’atleta che ha raggiunto un livello di eccellenza assoluto. In inglese il doppio senso con la parola “goat”, cioè capra, non genera confusione. Al contrario, è diventato un simbolo di gloria.
Nel film, però, il significato cambia completamente. Isaiah White è venerato come il GOAT, una figura mitica che va oltre l’umano. Cameron Cade sogna di prenderne il posto, ma l’ossessione per quella grandezza lo conduce in un abisso. Qui il titolo non rappresenta più il successo. Diventa una condanna, un’eredità oscura che passa da un atleta all’altro.
Trama e struttura narrativa
La storia di HIM è divisa in sei capitoli, simili ai giorni di un rito di iniziazione. Cameron subisce un’aggressione misteriosa che gli lascia una grave ferita alla testa. Da quel momento inizia un percorso di trasformazione.
Isaiah lo accoglie nel suo ritiro isolato nel deserto per addestrarlo. L’ambiente è inquietante e i metodi del veterano sono sempre più estremi. Allenamenti, rituali e prove fisiche si intrecciano in una spirale di ossessione. Cameron vuole diventare il nuovo GOAT, ma scopre che la gloria richiede un prezzo disumano.
Nel finale, il conflitto tra maestro e allievo esplode. I due si affrontano in una battaglia tanto fisica quanto spirituale. Il football diventa un campo di sacrificio, e il mito del GOAT si trasforma in maledizione.
Atmosfera e simbolismi
L’estetica di HIM è potente e ricercata. Tipping mescola riferimenti a campagne Nike anni ’90, arte barocca e iconografia religiosa. Il risultato è un film visivamente ipnotico, dove la luce e l’ombra si inseguono in un continuo contrasto.
Uno dei simboli più forti è la cicatrice di Cameron, segno lasciato dall’aggressione iniziale. La ferita, suturata in modo irregolare, ricorda le cuciture di un pallone da football. Questa scelta visiva non è casuale. Indica che Cameron è stato letteralmente “ricucito” dallo sport, marchiato a vita.
Durante i momenti di stress ripete come un mantra: “Io sono lui. Io sono il football.” Queste parole rivelano la fusione totale tra identità personale e ruolo mitico. “Lui” (Him) non è solo Isaiah White. È anche la personificazione del football stesso, un’entità che domina e consuma.
La cicatrice diventa così un segno di iniziazione. È il marchio del nuovo GOAT, ma anche la prova della perdita di sé. Il corpo del protagonista cambia, si deforma, suda, pulsa. In alcune scene la ferita sembra aprirsi, come se la pelle non bastasse più a contenerlo.
Attraverso questi dettagli, Tipping suggerisce che il football non è solo sport. È un rito sacrificale, una fede. Cameron non gioca più per vincere, gioca per sopravvivere alla divinità che ha scelto di servire.
Le interpretazioni
Marlon Wayans offre una performance intensa e sorprendente. Il suo Isaiah White è carismatico, ambiguo, quasi messianico. Si percepisce la stanchezza di chi ha portato troppo a lungo il peso del mito. Tyriq Withers riesce a rendere credibile la fragilità di Cameron, anche se in alcune scene perde intensità. Julia Fox dona al film una nota di sensualità e minaccia, mentre Tim Heidecker completa il quadro con una presenza più misurata ma efficace.
Limiti e critiche
HIM è un film ambizioso, ma non privo di difetti. Alcune sequenze risultano eccessive, e il ritmo narrativo non è sempre costante. Molti critici hanno segnalato una certa confusione tra simbolismo e trama. Tuttavia, è difficile negare la forza visiva e l’originalità dell’idea.
Il film ha incassato (negli USA) circa 25,2 milioni di dollari su un budget di 27 milioni. Un risultato modesto, ma coerente con la natura autoriale del progetto. Le opinioni del pubblico sono divise: c’è chi lo considera un esperimento coraggioso, e chi lo giudica troppo caotico.
Il GOAT come condanna
Nel linguaggio sportivo, il GOAT rappresenta il traguardo supremo. In HIM, invece, questo titolo diventa una maledizione. Diventare il più grande significa perdere la propria umanità. Il film riflette su quanto il culto del successo possa distruggere chi lo insegue.
Cameron non vuole solo vincere. Vuole fondersi con il mito, essere ricordato per sempre. Ma questa ambizione lo priva della libertà, fino a cancellare ogni traccia della sua identità. Il GOAT, da simbolo di eccellenza, si trasforma in un demone moderno.
Conclusione
HIM non è un film per tutti. È disturbante, visivamente intenso e pieno di ambiguità. Tuttavia, riesce a lasciare un segno profondo. Chi ama le storie che uniscono sport, psicologia e orrore troverà un’esperienza rara e provocatoria.
Justin Tipping firma un’opera imperfetta ma affascinante. Attraverso il concetto di GOAT, trasforma la gloria in ossessione e il corpo dell’atleta in strumento di sacrificio. HIM è un film che divide, ma proprio per questo merita di essere visto e discusso.


