Frankenstein – il mostro, il padre e la colpa secondo Guillermo del Toro
Un’epopea gotica che mette l’umanità sotto processo
Guillermo del Toro insegue Frankenstein da più di vent’anni. Lo cita, lo studia e lo reinventa mentalmente fin dai tempi di Cronos, quando il suo cinema ha iniziato a esplorare la mostruosità come manifestazione del dolore e non della minaccia. Con il film del 2025 realizza finalmente il suo adattamento personale del romanzo di Mary Shelley: un’opera visivamente magnifica, emotivamente inquieta e narrativamente ambiziosa, costruita attorno a un nucleo morale di rara intensità.
Il cast, guidato da Oscar Isaac nei panni di Victor e Jacob Elordi come Creatura, anima un universo che oscilla tra ghiacci artici, Parigi fin-de-siècle, interni claustrofobici e laboratori dove la scienza assume il ruolo di una religione alternativa. L’atmosfera è densa, febbrile, attraversata da un senso di colpa che pesa quanto la neve che seppellisce la nave dell’incipit.
Fin dal primo atto è evidente che Del Toro non cerca l’horror tradizionale. Preferisce interrogare la responsabilità del creatore, il trauma dell’abbandono, il dolore di essere nati senza essere voluti. Di conseguenza, l’orrore del film non deriva dal mostro, ma dall’uomo che si rifiuta di riconoscere ciò che ha generato.
Victor Frankenstein: scienziato, figlio e padre mancato
Il Victor interpretato da Oscar Isaac è uno dei personaggi più complessi mai portati sullo schermo in un adattamento di Frankenstein. Non è soltanto uno scienziato ossessionato dal progresso, ma un uomo che vive la morte come un affronto, come un’ingiustizia personale da riscattare con la forza. La sua ricerca non nasce dal desiderio di innovare, bensì dalla paura di perdere e dalla rabbia verso un limite naturale che non accetta.
Del Toro insiste su questa contraddizione interna: Victor è diviso tra razionalità e fede, tra l’ambizione illuminista e una religiosità cattolica che lo riempie di sensi di colpa. Questa lacerazione lo rende un personaggio tragico. Inoltre, lo isola da chi gli vuole bene, perché ogni legame reale minaccia di scalfire la sua corsa verso il potere assoluto.
Quando la Creatura prende vita, Victor reagisce con terrore. Non c’è meraviglia, non c’è affetto: c’è soltanto il rifiuto di un figlio che considera un errore. Da questo momento in avanti, la tragedia si compie: la Creatura nasce già abbandonata.
La vita senza la donna: la ribellione contro il limite
Uno dei temi più radicali del romanzo di Mary Shelley è il desiderio di Victor di creare la vita senza il corpo femminile. Del Toro abbraccia questa intuizione e la amplifica, trasformandola nel cuore ideologico del film. Victor non vuole generare per amore, né per curiosità scientifica: vuole essere l’unico detentore del potere della creazione.
Il suo laboratorio diventa il simbolo di questa arroganza: uno spazio metallico, innaturale, costruito come un grembo artificiale. Inoltre, i materiali organici, i cadaveri ricomposti e le scariche elettriche sostituiscono la collaborazione e la relazione, riducendo il miracolo della nascita a un gesto solitario. In questo modo la scienza smette di essere ricerca e diventa dominio.
Il sangue entra in scena come sostanza sacra, memoria incarnata e, allo stesso tempo, peccato originale. Victor lo tratta come un ingrediente alchemico, mentre la Creatura lo riceve come una colpa ereditata. Di conseguenza, l’immortalità diventa una maledizione: un corpo che si rigenera senza tregua è un corpo condannato a un dolore senza fine.
Questo desiderio di creare senza la donna non è soltanto una sfida alla natura, ma una sfida alla relazione. Victor vuole vita senza legami, nascita senza amore, potere senza responsabilità. Tuttavia, è proprio questa pretesa assoluta a distruggerlo.
La Creatura di Jacob Elordi: infantile, immortale, condannata
La Creatura interpretata da Jacob Elordi è un essere costruito, ma profondamente vivo. Le cuciture, le cicatrici e la fisicità imponente non servono a spaventare: servono a raccontare una fragilità che il mondo non sa riconoscere. La Creatura osserva, impara, ascolta. Si muove con una goffaggine che tradisce un cuore infantile.
A differenza di molte versioni cinematografiche, questa Creatura non è soltanto un golem. È un individuo che riflette, che ama e che soffre. Inoltre, Del Toro introduce la sua quasi immortalità come elemento drammatico: il corpo, capace di rigenerarsi dopo ferite devastanti, diventa una prigione eterna. La Creatura può sopravvivere a tutto, ma non al rifiuto che l’ha fatta nascere.
Di conseguenza, la sua storia è un percorso di consapevolezza dolorosa. Scopre la solitudine, la gentilezza, il disprezzo, la perdita. Comprende chi è e chi non è. E soprattutto capisce che l’unico legame possibile — quello con Victor — è stato reciso prima ancora che potesse esistere.
Il gotico Art Nouveau: una ferita che diventa bellezza
Pochi registi sanno creare mondi visivi quanto Del Toro. In Frankenstein, l’estetica Art Nouveau domina tutto: le curve degli arredi, i vetri colorati, i metalli decorati, i colori saturi e i tessuti ricchi. Ogni elemento visivo contribuisce a un’atmosfera che unisce eleganza e decadenza, bellezza e violenza.
I costumi di Kate Hawley parlano prima dei personaggi. I gioielli diventano amuleti di famiglia. Simboli di potere e ricordo. I colori dialogano con la carne: viola profondi, blu glaciali, rossi sanguigni. Inoltre, le scenografie non sono mai semplice sfondo, ma estensione emotiva dei protagonisti.
Il risultato è un gotico luminoso, dove la bellezza diventa una forma di ferita aperta.
Il perdono nell’Artico: un finale che spezza il ciclo dell’odio
La conclusione del film si discosta dal romanzo, ma lo fa per approfondirne l’essenza emotiva. Victor e la Creatura si ritrovano nell’Artico, circondati dal ghiaccio e dalla morte. Tuttavia, la loro ultima conversazione non è un confronto tra nemici, ma tra ciò che avrebbero potuto essere: padre e figlio.
Victor, ormai devastato, chiede perdono. La Creatura, che avrebbe mille ragioni per vendicarsi, sceglie invece di accompagnarlo verso la fine. Di conseguenza, quello che nel romanzo è un epilogo disperato diventa, nel film, un atto di pietà.
Non c’è lieto fine, ma c’è un gesto di umanità che interrompe la violenza. È un finale che parla di perdono, non di sconfitta.
Pregi: un’opera visionaria, emotiva, politica
Il film è un monumento alla cura visiva. Le scenografie, la fotografia di Dan Laustsen e la musica di Desplat costruiscono un mondo coerente, ricco, stratificato. Inoltre, l’impianto emotivo è uno dei più potenti del cinema di Del Toro: il dolore dell’abbandono, la colpa della creazione e la fame di amore si intrecciano in un racconto che commuove senza mai cedere al sentimentalismo.
Frankenstein è anche un film politico nel modo in cui parla del corpo, della scienza, della maternità e dell’appropriazione del potere. E per questo motivo colpisce profondamente.
Difetti: ridondanza, lunghezza, eccesso
L’ambizione, però, ha un prezzo. Il film è lungo, a tratti troppo insistito. Alcune idee vengono ribadite più volte e alcune sequenze spettacolari finiscono per appesantire il ritmo. Inoltre, il finale più misericordioso può dividere, soprattutto chi ama la cupezza totale del romanzo originale.
Tuttavia, questi difetti non cancellano la grandezza dell’opera.
Conclusione
Frankenstein di Guillermo del Toro è una tragedia gotica che parla di noi: del bisogno di controllo, della paura della perdita, della responsabilità che rifiutiamo e del dolore che generiamo quando non sappiamo amare ciò che creiamo.
È un film vivo, umano, imperfetto, necessario.
E soprattutto è un’opera che rimette il cuore al centro della mostruosità.


